L’Italia che attira capitali senza raccontarselo

Mentre l’Europa rallenta, l’Italia resiste meglio dei big, consolida la quota post-Covid e sale nella percezione degli investitori. Una solidità da trasformare in vantaggio strutturale


21 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 17:02
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La survey EY fotografa un paese che non ha colmato il proprio ritardo, ma ha smesso di essere una destinazione occasionale. Mentre l’Europa rallenta, l’Italia perde meno terreno dei principali concorrenti, consolida la quota conquistata dopo il Covid e sale nella percezione degli investitori. Ora la sfida è trasformare questa solidità in un vantaggio strutturale.
Il dato più interessante della EY Attractiveness Survey non è che nel 2025 in Italia siano stati annunciati 206 progetti di investimento diretto estero. È il confronto. I progetti diminuiscono dell’8 per cento, in un’Europa che arretra del 7, ma Francia, Regno Unito e Germania fanno peggio: meno 17, meno 14 e meno 10 per cento. L’Italia conserva il settimo posto europeo e mantiene una quota del 4,1 per cento, più che raddoppiata rispetto al periodo precedente al Covid.
Non è un miracolo economico e neppure un sorpasso: i tre maggiori paesi concentrano ancora il 42 per cento degli investimenti europei. Ma la fotografia smentisce l’idea di un’Italia destinata a perdere terreno quando la competizione si fa più dura. In una fase segnata da guerre, protezionismo e revisione delle catene del valore, il paese resiste meglio dei grandi. L’attrattività italiana non appare più legata a una singola operazione: sta diventando una presenza stabile nella geografia europea degli investimenti.
Anche il giudizio degli investitori migliora. L’Italia sale dal dodicesimo al nono posto tra i paesi europei più attrattivi. Il 56 per cento degli intervistati prevede ulteriori progressi nei prossimi tre anni e il 48 per cento dichiara di voler aprire o ampliare attività nel paese entro un anno. In tempi di incertezza geopolitica, quasi un’impresa su due pronta a investire è un voto di fiducia.
La forza italiana emerge osservando chi investe. Gli Stati Uniti restano il primo investitore, con il 18 per cento dei progetti, seguiti dalla Germania al 14 per cento; Regno Unito e Francia valgono ciascuno l’11 per cento. Il Giappone passa da sei a undici progetti e cresce il contributo di Cina e paesi arabi. L’Italia non dipende da un solo partner: intercetta capitali americani, europei e asiatici, una diversificazione preziosa mentre le imprese cercano basi produttive affidabili.
Ancora più significativo è il tipo di investimento. I prodotti industriali e la mobilità diventano il primo comparto, passando da 43 a 58 progetti. Viene premiata l’Italia delle competenze manifatturiere, delle filiere specializzate e dell’integrazione con la produzione europea. Nello stesso tempo i progetti nei data center quadruplicano, da due a otto. È un numero ancora piccolo, ma mostra che il paese può entrare nella nuova infrastruttura materiale dell’intelligenza artificiale. La combinazione tra manifattura e tecnologia è il terreno sul quale l’Italia può trasformare i suoi vantaggi tradizionali in una forza nuova.
La survey rivela anche che cosa vedono gli investitori: sicurezza e qualità della vita, una forza lavoro qualificata, infrastrutture e competitività fiscale. Vedono un paese più moderno e affidabile di quanto gli italiani amino raccontare. Persino la geografia comincia ad allargarsi: il Nord-Est sale dal 14 al 18 per cento dei progetti e il Centro raggiunge il 13 per cento, pur restando forte la concentrazione nel Nord-Ovest.
Restano il nodo dell’energia, le autorizzazioni lente, le norme complesse, la formazione insufficiente e gli incentivi poco coordinati. Ma il punto è un altro. Per anni l’Italia ha discusso come se dovesse convincere il mondo di non essere ostile agli investimenti. Oggi parte da una posizione diversa: il mondo ha già cominciato a crederci. Il compito è non deluderlo.
L’Italia non deve inventarsi da zero una politica dell’attrattività. Deve riconoscere ciò che funziona e moltiplicarlo: industria, competenze, infrastrutture, qualità della vita, apertura ai capitali. Il ritardo resta, ma non è più una condanna. La buona notizia della survey EY è questa: l’Italia non è ancora abbastanza attrattiva per il peso che possiede, ma è diventata abbastanza credibile da poterlo diventare.