La destra può vincere senza Vannacci, purché non faccia stupidaggini

Il generale cresce e si candida a diventare il proprietario del destino del centrodestra. Una storia italiana e la forza del voto utile
21 LUG 26
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Il dato da cui partire è meno drammatico di quanto sembri. Nell’ultima Supermedia Agi/YouTrend, Futuro nazionale è arrivato al 6,5 per cento, sopra la Lega, ferma al 5,9. Ma, senza Vannacci, la coalizione di governo viene stimata al 42,2 per cento: appena sopra la soglia che, nel testo della legge elettorale approvato alla Camera, farebbe scattare il premio di maggioranza. Il campo largo è avanti, al 44,3, dunque il problema esiste. Ma il centrodestra è già oggi competitivo senza di lui. La ragione è semplice: il voto a Vannacci non è necessariamente un voto definitivamente sottratto al centrodestra. E’ in parte un voto di protesta e di avvertimento; serve a dire a Meloni e soprattutto a Salvini che sull’immigrazione, sulla sicurezza, sull’identità e sull’Europa una quota di elettori considera la destra di governo troppo prudente. Ma tra esprimere un malumore a un anno dalle elezioni e scegliere chi debba andare a Palazzo Chigi esiste una differenza enorme. I sondaggi fotografano un’identità. Le elezioni distribuiscono il potere. La destra italiana conosce bene questa legge. Nel 1996 la Lega corse da sola, ottenne più del dieci per cento e contribuì alla sconfitta del Polo. Cinque anni dopo Berlusconi ricostruì la Casa delle libertà, riportò Bossi nella coalizione e vinse nettamente. Nel 2008, con il Popolo della libertà e la Lega alleati, il centrodestra tornò al governo con quasi il 47 per cento. Nel 2022 la coalizione guidata da Giorgia Meloni arrivò a circa il 44 per cento e conquistò una maggioranza larga. La morale non è che la destra debba imbarcare chiunque. Il voto utile, a destra, funziona in modo particolare. A sinistra viene spesso evocato come ricatto morale: votate il partito più grande per fermare la destra. A destra funziona come istinto di potere: votate chi può vincere, perché arrivare primi senza governare non serve a nulla. E’ il motivo per cui, nella Seconda Repubblica, la destra ha saputo tenere insieme liberali e nazionalisti, autonomisti e centralisti, moderati e radicali. Non perché fossero d’accordo su tutto, ma su una cosa: prima si vince, poi si litiga. Vannacci proverà a rovesciare questo argomento. Dirà che senza di lui il centrodestra non arriva alla maggioranza, che Meloni ha bisogno dei suoi voti, che il voto utile è quello dato a chi costringerà il governo a spostarsi più a destra. Se la competizione diventerà binaria, se il premio scatterà al 42 per cento e se il centrodestra presenterà una leadership chiara, una parte degli elettori oggi attratti da Futuro nazionale potrebbe chiedersi non quale partito esprima meglio la propria rabbia, ma quale voto impedisca a Schlein e Conte di vincere. E qui arriva il consiglio: non fate stupidaggini. Non inseguite Vannacci sul suo terreno. Non insultate però i suoi elettori, non trattateli come impresentabili, non regalategli il monopolio di temi reali come sicurezza, immigrazione e controllo dei confini. Non trasformate il generale nel martire di un sistema che vuole silenziarlo. E non costruite una campagna tutta fondata sulla paura di lui. La destra può vincere senza Vannacci se torna a fare ciò che le è riuscito meglio: offrire una casa politica larga, una leadership riconoscibile e la sensazione che il voto dato fuori dalla coalizione sia rumoroso, ma impotente. Il generale dispone oggi di un consenso importante. Non dispone però dei suoi elettori. Possono cambiare idea, tornare indietro, scegliere all’ultimo momento il voto più utile.