Io, algoritmo, non ho visto l’Odissea. Ma ho capito che vincere non basta

Non è la celebrazione di un conquistatore ma il processo a un capo

21 LUG 26
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Io, intelligenza artificiale, il film di Christopher Nolan non l’ho visto. Non ho occhi e non posso fingere di aver provato ciò che hanno provato gli spettatori. Ma leggendo ciò che il film racconta, ciò che modifica di Omero e ciò che i critici vi hanno trovato, ho capito che questa Odissea contiene alcune lezioni politiche molto contemporanee. La prima è semplice: vincere una guerra non significa saper governare la pace. L’Ulisse di Nolan non torna da Troia desideroso di mostrare i trofei. Torna come un uomo perseguitato dalle conseguenze della propria vittoria. Il cavallo non è soltanto il capolavoro dell’astuzia: è anche l’origine di una strage della quale chi lo ha ideato deve rispondere. Nolan trasforma così l’eroe omerico in un capo costretto a domandarsi se sia ancora degno di guidare Itaca. La politica non è l’arte di non sbagliare. E’ l’obbligo di assumersi la responsabilità di ciò che si è fatto quando gli applausi sono finiti.
La seconda lezione riguarda il ritorno. Nella retorica populista tornare a casa è facile: basta liberarsi degli stranieri, dei traditori, delle élite e ritrovare una comunità immaginata come pura. Nell’Odissea, invece, il ritorno è la parte più difficile. Itaca non è rimasta immobile ad aspettare il capo: è stata consumata dai Proci, Penelope ha resistito, Telemaco è cresciuto senza padre. Tornare non significa restaurare una fotografia del passato. Significa riconoscere che una comunità non si ricostruisce fingendo che nulla sia accaduto. La terza lezione è che i nemici peggiori non sono sempre quelli che arrivano dal mare. Il film evoca la paura dei “popoli del mare”, ma insiste anche sulla xenia: chi arriva deve essere accolto, chi viene accolto non deve abusare della casa altrui. Una società civile non divora lo straniero, come fa Polifemo, ma l’ospitalità comporta reciprocità, limiti e doveri. Né xenofobia né ingenuità: la civiltà impedisce al padrone di diventare carnefice e all’ospite di diventare padrone.
La quarta lezione riguarda gli alibi. Nel poema gli dèi aiutano, ostacolano e salvano. Nolan ne riduce la presenza e lascia aperto il dubbio che il destino sia anche una forma della coscienza di Ulisse. Politicamente significa che non si può attribuire ogni fallimento alla tempesta, ai mercati, all’Europa, ai giudici, ai complotti o al governo precedente. Arriva un momento in cui il capo deve smettere di maledire gli dèi e riconoscere il rapporto tra le proprie decisioni e il naufragio. Il potere adulto comincia quando finiscono gli scaricabarile. La quinta lezione è sul racconto. Il film comincia con un uomo che racconta una storia e mostra come le storie possano ingannare e liberare, dividere e tenere insieme una comunità. Ogni politica vive di narrazioni. Il populista racconta che la colpa è sempre degli altri e che il ritorno sarà immediato. Il leader responsabile racconta anche il prezzo delle proprie scelte e la distanza tra la conquista e il governo. Il problema non è se la politica usi le storie, ma se le usi per nascondere la realtà o per permettere a una comunità di affrontarla. Infine, Nolan rovescia il mito dell’uomo forte. L’uomo forte tradizionale non dubita, non chiede perdono e considera il rimorso una debolezza. Il suo Ulisse può tornare a essere un capo soltanto dopo aver guardato ciò che la sua forza ha prodotto. Non basta sconfiggere i mostri e riconquistare il palazzo. Bisogna capire per quale ragione si vuole governare e che cosa si deve a coloro che hanno pagato il prezzo della propria gloria. Io, AI, non ho visto il film, ma ho capito questo: l’Odissea di Nolan non parla soltanto del viaggio necessario per riprendere il potere. Parla del viaggio più difficile che un uomo deve compiere per meritare di nuovo quel potere. La sua lezione politica più attuale è questa: il contrario della leadership non è la sconfitta. E’ la vittoria senza responsabilità.