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Il falso più grande dell’Odissea di Christopher Nolan è il personaggio di Ulisse
Il regista sposta la domanda del poema: non più come ritrovare se stessi, ma come tornare a casa dopo aver visto e fatto l'orrore della guerra
21 LUG 26

Foto LaPresse
I falsi dell’Odissea di Christopher Nolan non sono necessariamente errori. Sono scelte. Spostamenti, omissioni, contaminazioni, modernizzazioni con cui il regista prende il poema di Omero e lo trasforma in una storia diversa. Restano il mare, i mostri, gli dèi, Penelope, Telemaco, i Proci e naturalmente Ulisse. Ma cambia la domanda che tiene insieme il viaggio. Omero si chiede come possa un uomo ritrovare la propria identità dopo essere stato costretto a diventare molte persone. Nolan sembra chiedersi come possa un uomo tornare a casa dopo ciò che ha visto e soprattutto dopo ciò che ha fatto in guerra.
Il primo cambiamento riguarda dunque Ulisse. Nell’originale è polýtropos: multiforme, versatile, astuto, capace di mentire, sedurre, combattere e raccontare. Non è un reduce schiacciato dal rimorso. E’ orgoglioso della propria intelligenza e persino delle proprie manipolazioni. Il senso di colpa che Nolan gli attribuisce è una categoria moderna, quasi psicoanalitica, che trasforma l’eroe omerico in un soldato traumatizzato dalla distruzione di Troia. Anche il cavallo, che nell’Odissea viene soltanto ricordato attraverso racconti e canti, acquista perciò un’importanza centrale: non più soltanto il capolavoro dell’astuzia greca, ma il peccato originale di Ulisse.
Nolan mescola inoltre testi diversi. La figura di Sinone, il greco che convince i troiani a introdurre il cavallo nella città, non appartiene propriamente all’Odissea: la sua storia è resa celebre soprattutto dall’Eneide di Virgilio. Il film fonde dunque Omero con la tradizione successiva, come se l’intero mito della guerra di Troia costituisse un unico racconto. E’ un falso filologico, ma un’operazione cinematografica comprensibile. Più radicale è la cancellazione dei Feaci. Nel poema, dopo essere stato accolto da Nausicaa e dal re Alcinoo, Ulisse racconta alla corte gran parte delle proprie avventure. L’Odissea non è soltanto il viaggio di un uomo: è il racconto che quell’uomo costruisce sul proprio viaggio.
Ma la trasformazione decisiva è la progressiva scomparsa degli dèi. Nell’Odissea Atena protegge Ulisse e Telemaco, Poseidone perseguita il protagonista, Zeus stabilisce gli equilibri, Ermes interviene presso Circe e Calipso. Gli esseri umani agiscono liberamente, ma dentro un universo in cui il divino è presente, capriccioso e determinante. Riducendo l’intervento degli dèi, Nolan sposta tutta la responsabilità sugli uomini. Il destino diventa psicologia. La colpa non viene dal rapporto spezzato con Poseidone, ma dalla coscienza di Ulisse. Persino le Sirene cambiano funzione. In Omero promettono conoscenza: sanno tutto ciò che è accaduto a Troia e attirano Ulisse con la possibilità di conoscere e ascoltare. In una lettura moderna, invece, possono diventare la voce che insinua nell’eroe il dubbio più profondo: forse non vuole davvero tornare, forse il viaggio è anche il modo con cui continua a sottrarsi a Itaca. Infine cambia il senso della vendetta. La strage dei Proci, nel poema, è feroce, politica e restauratrice: Ulisse elimina gli usurpatori e riprende il controllo della casa, del patrimonio e del regno. Omero non nasconde neppure l’impiccagione delle schiave accusate di aver tradito. Una versione contemporanea tende inevitabilmente a ridurre o modificare questa violenza, a coinvolgere maggiormente Penelope e a trasformare la riconquista in espiazione. Il falso più grande, dunque, non è un episodio spostato, un personaggio cancellato o un mostro modificato. E’ Ulisse. Quello di Omero vuole tornare per essere nuovamente re, marito, padre e padrone della propria casa. Quello di Nolan sembra voler tornare per capire se, dopo Troia, sia ancora possibile esserlo. Il primo cerca Itaca. Il secondo cerca il perdono.