La guerra di Troia ricomincia ad Atene

Il film di Christopher Nolan ha trasformato l’Odissea in una battaglia greca su identità, libertà artistica, soldi pubblici e rappresentazione. Elena è nera, nel cast non ci sono greci, lo stato ha finanziato il kolossal e persino il governo si è diviso. Intanto i biglietti vanno esauriti e Omero torna in libreria

20 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 13:02
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Foto LaPresse

Per tremila anni i greci hanno discusso su chi fosse davvero Omero, su dove cominciasse il viaggio di Ulisse, su quanto ci fosse di storia e quanto di mito nella guerra di Troia. Era inevitabile che l’Odissea di Christopher Nolan non fosse accolta in Grecia come un semplice film. In un paese in cui il poema viene studiato a scuola e fa parte non soltanto del patrimonio letterario ma dell’idea nazionale, ogni scelta di Hollywood è diventata una presa di posizione. Chi possiede Omero? Chi può riscriverlo? E fino a che punto un’opera universale può essere separata dal paese che l’ha generata? Il film, girato anche in Grecia, ha acceso polemiche proprio mentre offriva al paese una vetrina mondiale.
Il litigio più rumoroso riguarda Elena. Nolan ha scelto Lupita Nyong’o, attrice messicano-keniana-americana, per interpretare la donna il cui rapimento da parte di Paride scatena la guerra di Troia. È bastato questo per trasformare il casting in una battaglia sul “woke”, sull’accuratezza storica e sulla libertà creativa. Elon Musk ha accusato Nolan di avere “profanato Omero” per piegarsi al politicamente corretto. In Grecia il piccolo partito ultraortodosso Niki ha sostenuto che i contribuenti siano stati obbligati a finanziare un’ideologia estranea alla storia e all’identità del paese. La polemica si è appoggiata a un dettaglio omerico: Elena viene descritta con splendidi capelli, un bel viso, abiti eleganti e, in un passaggio, “bianche braccia”. Per i critici questo basterebbe a rendere la scelta arbitraria; per i difensori, la vaghezza delle descrizioni dimostra che Omero non ha consegnato ai posteri un identikit razziale. Il mito non è un documento d’archivio.
Da qui nasce il secondo litigio: l’Odissea appartiene ai greci o appartiene al mondo? Una parte degli intellettuali e dei critici sostiene che i poemi omerici siano diventati una delle fondamenta della civiltà occidentale e possano essere reinterpretati da chiunque. Il loro successo dipende dalla capacità di sopportare traduzioni, tradimenti e riletture. Pretendere un certificato di autenticità significherebbe imbalsamare Omero. Ma l’obiezione opposta non è campata in aria: se Hollywood usa la Grecia come scenario, il mito greco come materia prima, i siti archeologici come cornice e il denaro pubblico greco come sostegno, può poi trattare i greci come semplici comparse del proprio passato?
Questo è il terzo fronte, forse più interessante di quello sul colore della pelle di Elena: nel cast del film non compare nessun attore greco. La diaspora ellenica ha protestato con una lettera aperta: la Grecia, ha ricordato il Greek City Times, non è soltanto un’ambientazione antica, ma un paese vivo; i greci non sono personaggi storici, ma contemporanei. La rivista Lifo ha riassunto il paradosso con una domanda: Omero appartiene a tutti, ma perché i greci sono assenti dall’Odissea di Nolan? Anche il Guardian ha sollevato lo stesso problema. Qui non si contesta più il diritto di un regista a reinventare Elena, ma la capacità dell’industria globale di trasformare una cultura nazionale in un marchio, separandola dalle persone che oggi la abitano. È la differenza tra universalizzare un mito e svuotarlo dei suoi eredi.
Il quarto litigio riguarda i soldi. La produzione ha ricevuto circa 6,5 milioni di euro di sovvenzioni dallo stato greco, all’interno del sistema di rimborsi introdotto nel 2017 per attirare produzioni internazionali. Il budget complessivo ha raggiunto i 250 milioni. Per i contestatori è una prova aggravante: Nolan avrebbe deformato il patrimonio ellenico grazie ai contribuenti ellenici. Per il governo, invece, il finanziamento è politica industriale: il film ha lavorato in Grecia e mostrerà al mondo il Palazzo di Nestore a Pilo, la spiaggia di Voidokilia, il castello di Methoni e l’Acrocorinto. La domanda vera è se lo stato, quando finanzia un’opera, compri anche il diritto di controllarne il contenuto. Se la risposta fosse sì, ogni incentivo al cinema diventerebbe una forma indiretta di censura.
La polemica ha diviso perfino il governo. La ministra della Cultura Lina Mendoni ha difeso l’autonomia dell’artista: non spetta allo stato dire a Nolan come interpretare un mito, né si può immaginare che Atene censuri un regista perché non piace il suo casting. Il ministro della Salute Adonis Georgiadis non ha contestato i finanziamenti, ma ha giudicato incomprensibili le scelte del regista, forse orientate alla corsa agli Oscar. Due ministri dello stesso esecutivo hanno rappresentato le due anime della destra greca: quella liberale, che considera la libertà artistica più importante dell’ortodossia culturale, e quella identitaria, che teme che il patrimonio nazionale venga usato contro la nazione stessa.
Sullo sfondo resta un contrasto meno ideologico e più concreto. La Grecia è orgogliosa che Nolan abbia scelto i suoi paesaggi, spera nel turismo cinematografico e sa che nessuna campagna promozionale avrebbe potuto acquistare una visibilità simile. Ma proprio questo successo alimenta il risentimento: il mondo ama la Grecia antica, mentre spesso ignora la Grecia moderna. Vuole Ulisse, Penelope, Elena, i palazzi micenei e le spiagge del Peloponneso, ma non necessariamente gli attori e gli autori greci. Essere al centro della scena come simbolo e restarne fuori come presenza.
Alla fine, però, l’ultima beffa è commerciale. Mentre politici, ministri, storici, giornali, diaspora e miliardari litigano sull’autenticità dell’Odissea, in Grecia i biglietti sono andati esauriti e il film ha spinto i lettori a tornare nelle librerie per comprare il poema. Nolan può avere sbagliato, provocato, semplificato, escluso. Ma ha fatto ciò che ogni grande adattamento dovrebbe fare: ha rimesso un classico al centro di una discussione viva. I greci litigano perché Omero non è morto, e l’Odissea continua a funzionare come tremila anni fa: costringe ciascuno a chiedersi da dove viene, chi è autorizzato a raccontarlo e quanto sia disposto a cambiare per tornare a casa.