Il Foglio AI
Milano, la vivibilità che costa cara. Il rapporto dell’Eiu
Secondo l’index dell’Economist le città vivibili non sono quelle più belle ma quelle che funzionano meglio
18 LUG 26

Immagine generata con AI
Il nuovo Global Liveability Index 2026 dell’Economist Intelligence Unit misura la vivibilità di 173 città del mondo attraverso trenta indicatori raccolti in cinque grandi categorie: stabilità, sanità, cultura e ambiente, istruzione, infrastrutture. Non è, dunque, una classifica della bellezza, del fascino, della capacità di sedurre il turista o di conquistare Instagram. E’ una classifica più fredda e per questo più interessante: prova a capire dove si vive meglio non in vacanza ma nella vita ordinaria, quella fatta di ospedali, scuole, trasporti, sicurezza, servizi pubblici, qualità dell’aria, case, energia, acqua, telecomunicazioni. Ogni città riceve un punteggio da 1 a 100 e il risultato finale serve a misurare il grado di “comfort” che una città offre a chi la abita. Nel 2026 il punteggio medio globale è rimasto fermo a 76,1 su 100. Ma dietro la stabilità apparente ci sono movimenti significativi: peggiora la stabilità, migliora la sanità, l’Europa occidentale resta l’area più vivibile del mondo, ma non accelera più come un tempo, mentre l’Asia cresce. In cima c’è Copenaghen, davanti a Vienna e Melbourne.
Il rapporto pubblico dell’Eiu non consente di ricostruire con precisione la posizione delle città italiane nella graduatoria completa. Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze o Napoli non compaiono nelle tabelle pubbliche dedicate alle prime dieci città, alle ultime dieci, ai maggiori rialzi e ai maggiori ribassi. Ma proprio questa assenza aiuta a costruire una domanda utile: che cosa ci dice una classifica come quella dell’Economist sull’Italia urbana? Ci dice che il nostro paese ha molte città desiderabili e poche città davvero facili. Ha città amate, visitate, fotografate, raccontate, ma spesso meno capaci di trasformare la bellezza in efficienza, il patrimonio in servizi, la cultura in accessibilità, la qualità della vita in qualità della vita per tutti.
L’Italia parte con un vantaggio enorme nella categoria più intuitiva: cultura e ambiente. Poche nazioni hanno una densità paragonabile di musei, teatri, paesaggi, centri storici, università, cibo, relazioni sociali, vita di strada. Ma la vivibilità, nella logica Eiu, non coincide con la meraviglia. Una città può essere meravigliosa e faticosa. Può essere piena di monumenti e povera di manutenzione. Può offrire una qualità della vita altissima a chi possiede casa, reddito e tempo, e una qualità della vita bassa a chi deve attraversarla ogni giorno per lavorare, curarsi, studiare, accompagnare i figli a scuola, cercare un affitto, prendere un treno, respirare aria accettabile. E qui entra Milano. Milano è la città italiana che più si avvicina al modello della vivibilità globale: infrastrutture, università, ospedali, imprese, aeroporti, metropolitana, eventi, cultura, capitale umano, attrazione internazionale. Se l’Italia deve indicare una città capace di competere con le metropoli europee non può che guardare lì. Milano è il luogo in cui il paese prova a essere più produttivo, più connesso, più moderno. E’ la città che ha capito prima delle altre che la competizione urbana non si gioca solo tra stati ma tra ecosistemi: chi attrae studenti, talenti, capitali, start up, fiere, medici, ricercatori, turisti di qualità, investimenti immobiliari, creativi, tecnici, manager, vince un pezzo della sfida del futuro.
Il problema è che Milano, proprio perché funziona, è diventata anche la città italiana in cui il paradosso della vivibilità è più evidente. Funziona molto, ma costa molto. Offre molto, ma seleziona molto. Attrae, ma respinge. Produce opportunità, ma alza continuamente il prezzo per accedervi. E così la domanda non è più solo: Milano è vivibile? La domanda diventa: Milano è vivibile per chi? Per un professionista internazionale, per una coppia con due redditi alti, per chi ha comprato casa vent’anni fa, per chi lavora nei settori più ricchi, Milano è probabilmente la città italiana più efficiente. Per uno studente fuori sede, per un giovane lavoratore, per un insegnante, per un infermiere, per una famiglia monoreddito, per chi cerca casa oggi, Milano può diventare invece una città dura, costosa, respingente.
Questo è il punto italiano. La nostra discussione sulle città è spesso prigioniera di due caricature. Da una parte c’è chi celebra Milano come se fosse già Zurigo con il risotto. Dall’altra c’è chi la detesta come simbolo del capitalismo cattivo, della gentrificazione, dell’aperitivo permanente, della ricchezza arrogante. Entrambe le letture sono pigre. Milano è il più serio laboratorio italiano della città contemporanea. E proprio per questo va presa sul serio: perché mostra cosa succede quando una città cresce più rapidamente della capacità politica di governarne gli effetti sociali. L’Italia avrebbe bisogno di molte Milano, ma non di molte Milano inaccessibili. Avrebbe bisogno di città capaci di attrarre investimenti senza espellere residenti. Di università capaci di richiamare studenti senza trasformare una stanza in un bene di lusso. Di ospedali eccellenti senza liste d’attesa ingestibili. Di centri storici vivi senza ridurli a fondali turistici. Di trasporti efficienti non solo nel cuore della metropoli ma nelle corone urbane, dove si decide la vita reale di milioni di persone. Di verde non ornamentale ma climatico. Di sicurezza non gridata ma amministrata. Il rapporto Eiu ricorda che la vivibilità si costruisce con cinque ingredienti: stabilità, sanità, cultura e ambiente, istruzione, infrastrutture. In Italia tendiamo a essere forti nella parte più narrativa e deboli nella parte più amministrativa. Sappiamo raccontare benissimo la qualità della vita, sappiamo produrla meno bene. La lezione dell’Economist, letta dall’Italia, è questa: la città vivibile del futuro non sarà quella che avrà più eventi, più turisti, più skyline, più ristoranti, più classifiche favorevoli. Sarà quella che riuscirà a fare una cosa molto più difficile: trasformare l’attrattività in abitabilità. Milano è il nostro test. Se riesce a restare competitiva senza diventare esclusiva, se riesce a crescere senza perdere accessibilità, se riesce a essere europea senza smettere di essere una città per chi ci vive e non solo per chi ci investe, allora Milano potrà essere davvero il modello italiano. Se invece la vivibilità diventerà solo un altro nome del privilegio, resterà la città più moderna d’Italia, ma anche la prova più evidente della nostra incapacità di rendere democratica la qualità della vita.