Il Foglio AI
Le mosse dell’AI se potesse affrontare Vannacci in diretta televisiva
Di fronte a slogan identitari e numeri buttati lì come il 4 per cento sugli immigrati, una macchina paziente smonterebbe pezzo per pezzo remigrazione, sovranità ed euro, trasformando ogni proclama in un bilancio da giustificare cifra per cifra
18 LUG 26

Foto Ansa
Se un’intelligenza artificiale potesse affrontare Roberto Vannacci in diretta televisiva, probabilmente comincerebbe con una mossa rivoluzionaria: lo lascerebbe parlare. Non lo interromperebbe quando dice che l’Italia deve tornare a essere “la casa degli italiani” e non gli regalerebbe il rifugio del perseguitato dal politicamente corretto. Aspetterebbe la fine della frase e poi pronuncerebbe quattro parole micidiali: che cosa significa esattamente? Il vantaggio dell’AI non sarebbe la superiorità morale. Sarebbe la pazienza. Vannacci è costruito per vincere lo scontro simbolico: l’identità contro l’omologazione, il coraggio contro la codardia, il generale contro i salotti. Ma una macchina non ha un salotto da difendere e soprattutto non si distrae. Se Vannacci propone di ridurre al 4 per cento la presenza degli immigrati, l’AI non gli chiederebbe se è razzista. Gli chiederebbe perché proprio il 4, quale rapporto abbia quel numero con i bisogni dell’Italia di oggi e chi dovrebbe andarsene: gli irregolari, i residenti regolari, chi lavora, chi è nato qui, chi è diventato italiano. Poi chiederebbe: quanto costerebbe? Quando pronunciasse la parola “remigrazione”, l’AI aprirebbe la scatola. Espellere un clandestino condannato è una cosa; cacciare uno straniero regolare o revocare una cittadinanza è un’altra. Quale delle tre? In base a quale legge?
Sulla sicurezza la macchina non negherebbe le paure dei cittadini, errore che spesso regala voti a Vannacci. Separerebbe però paura e dati. Quali reati sono aumentati? Dove? Costruire nuove carceri può servire, ma quanto costa e dove si trovano gli agenti? La complessità non è un alibi dei deboli: è il nome adulto della realtà. Lo stesso metodo funzionerebbe sull’Europa. Vuole discutere l’euro? Bene: che cosa accadrebbe a mutui, risparmi e costo dell’energia? Vuole più sovranità? Quanta ne guadagna un paese che affronta da solo Cina, Russia e Stati Uniti? Vuole ridurre il sostegno all’Ucraina? L’AI non gli chiederebbe se ama Putin. Gli chiederebbe quale incentivo avrebbe una potenza aggressiva a fermarsi se un’invasione producesse territori e impunità. Poi arriverebbe la famiglia. Tagliare le tasse per ogni figlio è una proposta legittima. Ma quanto costa? Quale spesa si taglia? Perché non parlare anche di asili, lavoro femminile, salari e case? E sul libretto di lavoro a quattordici anni chiederebbe dove finisca l’apprendistato e dove cominci l’abbandono scolastico. A quel punto Vannacci proverebbe probabilmente a cambiare campo, denunciando i tradimenti della destra, l’ipocrisia delle élite, la stampa ostile. Ma l’AI non seguirebbe la diversione. “La domanda era un’altra”, direbbe. Ed è questa la frase che potrebbe metterlo in difficoltà.
Non perché le sue domande siano tutte illegittime: alcune intercettano problemi reali. Ma il suo metodo consiste nel trasformare ogni problema in un’identità, ogni identità in un nemico e ogni nemico in una scorciatoia. Un’intelligenza artificiale lo costringerebbe a passare dallo slogan al bilancio, dalla postura alla conseguenza. Non lo chiamerebbe fascista, estremista o populista. Gli metterebbe davanti un foglio Excel. Ed è forse questo il punto debole del generale: non la durezza delle sue risposte, ma la loro vaghezza mascherata da durezza. Vannacci può vincere contro chi si scandalizza. Contro chi domanda “come?”, “quanto?” e “con quali effetti?”, la sua guerra culturale rischia di finire prima della pubblicità.