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I settecento aerei che smentiscono Conte
Al Med-Or Day l'ammiraglio Cavo Dragone difende il riarmo Nato e smentisce il presidente del M5s sulla minaccia russa: gli F-35 degli alleati come prezzo della deterrenza, non per sete di guerra
17 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 06:05

Ansa
Cavo Dragone spiega perché la Russia oggi non attacca la Nato: non perché non sia una minaccia, ma perché la deterrenza funziona. I 700 F-35 degli alleati non raccontano una sete di guerra. Raccontano il prezzo necessario per impedirla.
Oggi, al Med-Or Day, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, ha offerto una lezione utile soprattutto a chi continua a raccontare la difesa europea come una gigantesca allucinazione collettiva. La Nato, ha detto, continua a produrre risultati, gli investimenti aumentano, le capacità militari si rafforzano e l’obiettivo resta costruire un’Ucraina abbastanza solida da non poter essere nuovamente invasa dalla Russia. Kyiv ha dimostrato che Mosca non è invincibile e che un paese più piccolo, se sostenuto e capace di innovare rapidamente, può negare a un aggressore i suoi obiettivi strategici.
Il punto non è che basti comprare qualche arma in più. La guerra ucraina mostra che la superiorità dipende dalla velocità con cui si aggiornano i software, si modificano i droni, si cambiano le tattiche, si producono munizioni e si collegano terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. La tecnologia senza scorte, logistica, infrastrutture e industria è una vetrina destinata a svuotarsi alla prima crisi. E la sicurezza non riguarda soltanto carri armati e missili: comprende porti, reti energetiche, data center, cavi sottomarini, cyberdifesa e capacità civile di resistere ai sabotaggi e alla disinformazione.
Il numero che rende concreto questo ragionamento è 700. Nei programmi indicati dalla Nato, gli alleati degli Stati Uniti acquisteranno complessivamente almeno settecento F-35. Attorno a essi dovranno crescere una difesa aerea e antimissile quattro volte più forte, migliaia di mezzi corazzati, milioni di proiettili, più navi, droni, missili a lungo raggio e capacità spaziali e informatiche. Settecento caccia non sono una politica estera e non bastano da soli a difendere l’Europa. Ma dicono che le democrazie hanno cominciato a trasformare le promesse in capacità e la paura in deterrenza.
È qui che l’intervento diventa una risposta indiretta, ma fragorosa, a Giuseppe Conte. Il leader del M5s ha sostenuto che persino il comandante supremo della Nato in Europa avrebbe dichiarato che la Russia non rappresenta una minaccia. Il generale Alexus Grynkewich aveva detto l’opposto: Mosca oggi non cerca uno scontro diretto perché conosce il vantaggio dell’Alleanza e sa che un’aggressione fallirebbe. Il suo portavoce lo ha chiarito senza margini: la Russia costituisce una minaccia evidente per la sicurezza euro-atlantica.
La differenza è semplice. Dire che il ladro non entra perché vede l’allarme non significa sostenere che il ladro non esista. Significa riconoscere che l’allarme funziona. Conte prende l’effetto della deterrenza e lo usa per negare la minaccia che rende necessaria la deterrenza. Cavo Dragone rovescia il sillogismo: se l’Europa smettesse di prepararsi, Mosca potrebbe concludere che il costo dell’aggressione è diventato sopportabile.
Anche per questo l’ammiraglio ha difeso il traguardo del 5 per cento per sicurezza e difesa: non un feticcio contabile, ma il recupero di un ritardo rispetto a un mondo che si è già riarmato. Contrapporre questi investimenti alla sanità, alla scuola o al welfare è una trappola populista. La difesa è l’assicurazione che permette a tutto il resto di esistere: nessuno la sottoscrive perché spera nell’incidente, ma perché vuole essere pronto se l’incidente arriva. Le vele, ha ricordato Cavo Dragone, si riparano quando il tempo è ancora buono.
Il messaggio a Conte è dunque questo: la pace non nasce dichiarando immaginaria la minaccia russa. Nasce rendendo irrazionale ogni tentativo di aggressione. I settecento aerei servono esattamente a questo: non a preparare una guerra inevitabile, ma a far capire a Putin che una guerra contro l’Alleanza sarebbe impossibile da vincere. La Nato non si arma perché la deterrenza ha fallito. Si arma perché continui a funzionare.