Valter, il traffichino
Editore, imprenditore, ristoratore, confidente. Ritratto non autorizzato di Valter Lavitola
Appartiene alla specie italiana, antica e indistruttibile, del traffichino. Nella sua vita è stato giornalista, editore dell’Avanti!, imprenditore, intermediario, protagonista di inchieste giudiziarie, detenuto e infine ristoratore
14 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 08:13

I traffichini hanno un fascino irresistibile. Bisogna riconoscerlo senza moralismi, quasi con affetto. Non perché siano eleganti o rassicuranti. Al contrario: affascinano perché non lo sono. Entrano in una stanza portandosi dietro la sensazione che, da qualche parte, stia per succedere qualcosa. Conoscono qualcuno che conosce qualcun altro. Hanno appena parlato con un ministro, possono raggiungere un imprenditore che non risponde più a nessuno. E se non possono farlo davvero, lo raccontano con una precisione tale che per qualche minuto sembra persino scortese dubitarne. Valter Lavitola appartiene a questa specie italiana, antica e indistruttibile. Nella sua vita è stato giornalista, editore dell’Avanti!, imprenditore, intermediario, protagonista di inchieste giudiziarie, detenuto e infine ristoratore. Reuters lo definì un aiutante non ufficiale e un fixer di Silvio Berlusconi, capace di accompagnare il presidente del Consiglio in viaggi istituzionali pur senza ricoprire incarichi pubblici. Lui stesso ha parlato di “delirio di onnipotenza”, vanità e mania di protagonismo.
E’ difficile trovare una definizione migliore del traffichino: un uomo senza una funzione precisa, ma dotato di moltissime funzioni imprecise. Non è consigliere, però consiglia. Non è diplomatico, però tratta. Non è un’autorità, ma telefona alle autorità. Non è indispensabile, ma riesce a far credere che senza di lui una porta resterà chiusa. Il traffichino esercita innanzitutto il fascino dell’accesso, poi dell’informazione. Il traffichino sa sempre qualcosa, ma raramente in una forma verificabile. Non consegna soltanto una notizia: la accompagna con il profumo dell’esclusiva. Per un giornalista è una creatura irresistibile. Ma insieme all’informazione consegna quasi sempre una relazione. Non vuole essere soltanto una fonte. Vuole diventare una presenza, un personaggio, un amico. Sigfrido Ranucci ha raccontato di avere avuto con Lavitola, conosciuto dopo un’inchiesta del 2019, un rapporto di vera amicizia e contatti quasi quotidiani.
Il traffichino possiede inoltre il fascino della disinvoltura. Può frequentare il potente e il suo accusatore, il giornalista e l’imprenditore, il ministro e chi vuole danneggiarlo. Lavitola ha attraversato il berlusconismo senza esserne soltanto un militante. E’ stato vicino al capo, ma anche condannato per tentata estorsione ai suoi danni; è stato coinvolto nella compravendita dei senatori, nel caso della casa di Montecarlo e in procedimenti sui finanziamenti pubblici all’editoria. La sua biografia non procede per mestieri, ma per avventure. Ed è questo il punto: il traffichino non offre semplicemente utilità. Offre intensità. Per questo i traffichini sopravvivono a processi, scandali e cambi di regime. Possono cadere in disgrazia, ma conservano sempre un’agenda telefonica, una storia non raccontata e un tavolo al ristorante. Lavitola oggi possiede proprio un ristorante di pesce a Roma: conclusione quasi perfetta per una biografia italiana, perché il ristorante è il parlamento naturale del traffichino. Il fascino dei traffichini nasce da una promessa che nessuna istituzione può fare: con me non ti annoierai. Forse non otterrai quello che cerchi. Forse non capirai mai fino in fondo che cosa sia vero. Ma avrai l’impressione di trovarti, per qualche ora, nel punto esatto in cui il mondo viene segretamente manovrato. Una persona affidabile racconta ciò che sa. Il traffichino racconta ciò che potrebbe sapere. Il primo informa. Il secondo incanta.
Testo realizzato con AI