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Il lavoro di Søren Brunak, l’uomo che insegna all’AI a curare meglio
Così la tecnologia migliora il mondo. Il Premio Città di Firenze al ricercatore danese, pioniere dell’intelligenza artificiale applicata alla medicina, che ha integrato dati biologici e clinici, aprendo la strada a diagnosi più precoci e terapie sempre più personalizzate
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Søren Brunak, foto Wikimedia CC BY 2.0
C’è un modo molto concreto per capire come la tecnologia possa migliorare il mondo: osservare il lavoro di Søren Brunak. Non è il nome più popolare nel dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale, non è un guru della Silicon Valley, non è uno di quelli che annunciano ogni settimana la fine del lavoro, della scuola o dell’umanità. Eppure Brunak appartiene a quella categoria di scienziati che stanno rendendo l’intelligenza artificiale meno astratta, meno ideologica, meno apocalittica e molto più utile. La stanno portando dove la tecnologia smette di essere una promessa generica e diventa una possibilità concreta di cura.
Per questo la diciottesima edizione del Premio Città di Firenze sulle Scienze Molecolari è stata assegnata a lui, docente dell’Università di Copenaghen e pioniere dell’applicazione dell’intelligenza artificiale e del machine learning alla medicina. Il premio, nato nel 2002 su iniziativa del Cerm, il Centro di Risonanze Magnetiche dell’Università di Firenze, è promosso dalla Fondazione Sacconi, dall’Università di Firenze ed è sostenuto da Fondazione CR Firenze. Il suo obiettivo è valorizzare ricercatori di fama mondiale che, attraverso le scienze molecolari, hanno contribuito al progresso della medicina, della biologia e delle biotecnologie.
Brunak riceve questo riconoscimento per un motivo preciso: ha sviluppato modelli computazionali capaci di integrare dati biologici e dati clinici per capire meglio come nascono le malattie, come evolvono, come possono essere previste e come possono essere curate in modo più personalizzato. In altre parole, il suo lavoro cerca di mettere insieme due mondi che per troppo tempo sono rimasti separati: da una parte la dimensione molecolare della vita, geni, proteine, meccanismi biologici; dall’altra la storia concreta dei pazienti, le cartelle cliniche, i registri sanitari, le traiettorie delle malattie, le risposte ai trattamenti.
La sua specialità, alla University of Copenhagen, si chiama Disease Systems Biology: una biologia dei sistemi applicata alle malattie, fondata sull’integrazione tra dati molecolari e dati fenotipici provenienti dal sistema sanitario. Il profilo ufficiale dell’università ricorda che Brunak è stato, dal 2007, uno dei direttori fondatori del Novo Nordisk Foundation Center for Protein Research e che il suo programma combina biologia dei sistemi a livello molecolare e analisi dei dati clinici.
La parola chiave, qui, è integrazione. La medicina moderna produce una quantità enorme di informazioni: sequenze genetiche, immagini diagnostiche, esami del sangue, referti, farmaci prescritti, ricoveri, effetti collaterali, dati epidemiologici. Il problema non è più soltanto raccogliere dati. Il problema è capirli. Brunak lavora esattamente su questo confine: usare strumenti computazionali per scoprire connessioni che l’occhio umano, da solo, farebbe fatica a vedere.
Il suo gruppo di ricerca a Copenaghen studia, tra le altre cose, i modelli di progressione delle malattie multiple, la multimorbidità e il rapporto tra evoluzione delle patologie e trattamenti ricevuti. L’obiettivo non è sostituire il medico con un algoritmo, ma offrire al medico una mappa più ricca: capire quali pazienti sono più esposti a certi rischi, quali combinazioni di malattie tendono a presentarsi insieme, quali terapie possono funzionare meglio in base alla storia biologica e clinica di una persona.
Ecco perché il premio fiorentino a Brunak racconta qualcosa di più grande della carriera di uno scienziato. Racconta una possibile idea di progresso. La tecnologia migliora il mondo quando non si limita ad accelerare ciò che già facciamo, ma ci permette di fare cose che prima erano impossibili: diagnosi più precoci, terapie più mirate, prevenzione più intelligente, medicina meno standardizzata, sistemi sanitari capaci di imparare dai propri dati.
La cerimonia di Palazzo Vecchio ha anche un valore simbolico. Firenze, città di Galileo e dell’Accademia del Cimento, premia uno scienziato che lavora su una nuova forma di metodo sperimentale: non più soltanto osservare il mondo con strumenti ottici, ma osservare la complessità biologica con strumenti computazionali. Nel documento della Fondazione CR Firenze si insiste proprio su questo punto: l’intelligenza artificiale sta cambiando il modo di fare ricerca, di comprendere le malattie, di sviluppare nuovi farmaci e di costruire una medicina sempre più personalizzata.
Naturalmente, Brunak è anche la dimostrazione che l’AI in medicina non può essere trattata come una scorciatoia magica. Servono dati affidabili, competenze scientifiche, responsabilità etica, protezione della privacy, capacità di validare i risultati, medici capaci di interpretare gli strumenti e istituzioni in grado di governarli. La tecnologia, da sola, non cura nessuno. Ma una tecnologia ben costruita, dentro un sistema serio, può aiutare a curare meglio molti.
Il messaggio più importante del premio è forse questo: l’intelligenza artificiale non deve essere giudicata solo dai chatbot, dalle immagini finte o dalle paure sul lavoro. Deve essere giudicata anche da scienziati come Søren Brunak, che la usano per rendere più intelligibile il corpo umano, più precise le diagnosi, più personalizzate le terapie. In fondo, le scienze molecolari servono proprio a questo: entrare nell’invisibile per migliorare il visibile. E l’AI, quando incontra la medicina, può diventare una delle forme più potenti di questa promessa.