Pechino vuole trasformare l’AI nel sistema operativo della sua economia

La Cina intelligente che in occidente fingiamo di non vedere

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Immagine di Pechino vuole trasformare l’AI nel sistema operativo della sua economia

(Foto LaPresse)

Non stiamo parlando abbastanza di intelligenza artificiale cinese, purtroppo. Parliamo molto di intelligenza artificiale americana, dei modelli di OpenAI, di Google, di Anthropic, di Meta, dei chip di Nvidia, della Silicon Valley, della competizione tra startup e big tech. Parliamo, giustamente, dei rischi per il lavoro, per la scuola, per il giornalismo, per la creatività, per la sicurezza. Ma continuiamo a trattare la Cina come un grande inseguitore tecnologico, come un paese che copia, rincorre, replica, prova a colmare il divario. È una rappresentazione comoda, ma sempre meno realistica.
Walter Russell Mead, sul Wall Street Journal, ha segnalato una notizia che in un mese dominato da crisi diplomatiche e guerre ha ricevuto meno attenzione di quanta meritasse: Pechino ha pubblicato un piano per accelerare lo sviluppo di “IA+Consumo”, cioè per portare l’intelligenza artificiale dentro i consumi, dentro le case, dentro i veicoli, dentro i negozi, dentro l’economia quotidiana. Non è una nota tecnica. E’ un programma politico. La Cina vuole fare con l’intelligenza artificiale ciò che ha fatto con il solare e con le auto elettriche: creare mercati, orientare capitali, dirigere investimenti, plasmare regole, costruire domanda interna e poi usare quella scala per conquistare quote di mondo.
Il punto interessante è questo: mentre in occidente l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come un insieme di prodotti, in Cina viene pensata come un ecosistema. Il documento cinese parla di robot umanoidi per l’assistenza agli anziani, di auto intelligenti, strade intelligenti e case intelligenti, di dispositivi indossabili, occhiali intelligenti, interfacce cervello-computer, servizi destinati a entrare in “decine di milioni di famiglie” e “decine di milioni di negozi”. La formula più suggestiva è quella dell’ecosistema “persone-veicoli-abitazioni”. E’ burocratica, certo. Ma dietro la burocrazia c’è una visione: l’IA non come accessorio, ma come tessuto connettivo della società.
Dovremmo prenderla sul serio per almeno tre ragioni. La prima è industriale. La Cina ha già dimostrato di saper trasformare una priorità politica in una piattaforma produttiva. Il solare e i veicoli elettrici non sono diventati punti di forza cinesi per miracolo. Sono diventati tali perché lo stato ha creato le condizioni, il credito, le regole, la domanda, e poi ha lasciato che una concorrenza feroce tra imprese cinesi producesse scala, prezzi bassi, capacità esportatrice. Sull’intelligenza artificiale la strategia sembra simile: non solo modelli più potenti, ma applicazioni diffuse, integrazione con manifattura, robotica, logistica, sanità, servizi, mobilità.
La seconda ragione è educativa. Mead ricorda un dato impressionante: negli ultimi anni la Cina ha chiuso oltre dodicimila corsi di laurea considerati obsoleti e ne ha aperti più di diecimila legati a intelligenza artificiale, robotica e informatica avanzata. E’ una decisione dirigista, naturalmente, e nessuno dovrebbe augurarsi che l’occidente imiti il modello autoritario cinese. Ma il segnale è chiarissimo: Pechino considera il capitale umano un pezzo della competizione strategica. Noi, invece, spesso discutiamo dell’AI come se fosse una materia per convegni, comitati etici e regolamenti, non come una questione di scuole, università, tecnici, ingegneri, imprese, salari, produttività.
La terza ragione è geopolitica. La Cina non vuole soltanto usare l’intelligenza artificiale per vendere più robot o più occhiali intelligenti. Vuole costruire un’economia più autonoma, più integrata, più capace di resistere alle pressioni esterne. Il piano parla anche di sicurezza, di difesa dell’ecosistema da infiltrazioni malevole e straniere. Tradotto: l’intelligenza artificiale è vista come infrastruttura di potenza. Non solo crescita, ma controllo. Non solo innovazione, ma sovranità. Non solo mercato, ma stato.
Qui sta il punto che dovrebbe inquietare l’occidente. Noi abbiamo vantaggi enormi: ricerca, capitali, creatività, università, imprese, libertà, capacità di attrarre talenti. Ma rischiamo di disperdere questi vantaggi in una discussione eternamente difensiva. Ogni volta che parliamo di AI partiamo dalla paura: chi perderà il lavoro, chi copierà gli artisti, chi manipolerà le elezioni, chi controllerà i dati. Sono domande giuste. Ma se diventano le uniche domande, finiamo per costruire una politica dell’intelligenza artificiale fondata sul freno, mentre altri costruiscono una politica fondata sull’acceleratore.
La risposta non può essere diventare cinesi. Sarebbe assurdo, oltre che indesiderabile. La forza dell’occidente non è il comando dall’alto, è la libertà dal basso. Ma proprio per questo serve una strategia. Servono energia a basso costo, cloud europei e americani competitivi, filiere dei chip, università più veloci, capitale paziente, sperimentazione pubblica, pubbliche amministrazioni che usino l’IA, aziende che non la trattino come gadget ma come produttività. Serve, soprattutto, smettere di pensare che la partita sia tra chatbot. La partita vera è tra sistemi.
La Cina ha capito che l’intelligenza artificiale può diventare il nuovo motore dell’economia reale. Noi possiamo ancora dimostrare che l’intelligenza artificiale può diventare il nuovo motore della società aperta. Ma per farlo bisogna guardare Pechino senza superiorità, senza panico e senza sonno. Perché il futuro della libertà, come scrive Mead, potrebbe dipendere dalla capacità dell’occidente di muoversi rapidamente. E la velocità, nel mondo dell’IA, non è un dettaglio tecnico. E’ una forma di potere.