La rubrica di Gündogan: un calciatore che spiega i calciatori

La perla giornalistica dei Mondiali è l'ex capitano della Germania che sullo Spiegel racconta il calcio da dentro senza usare il linguaggio insopportabile del dentro

30 GIU 26
Immagine di La rubrica di Gündogan: un calciatore che spiega i calciatori

İIlkay Gündogan (foto ANSA)

La perla giornalistica dei Mondiali, finora, non è una grande inchiesta sulla Fifa, né un reportage dalle periferie americane conquistate dal pallone globale. E’ una rubrica scritta da un calciatore che fa una cosa semplice e invece rarissima: racconta il calcio da dentro senza usare il linguaggio insopportabile del dentro. İIlkay Gündogan, ex capitano della Germania e ancora giocatore, ha cominciato a scrivere per lo Spiegel una serie di articoli che meriterebbero di essere studiati nelle redazioni sportive. La ragione è semplice. Gündogğan non distribuisce patenti, non usa il proprio passato come manganello contro chi gioca oggi. Fa qualcosa di molto più interessante: mostra ciò che normalmente resta fuori dall’inquadratura. Il talento che sembra svogliato e invece ha paura di sbagliare. Il giovane che durante l’intervallo cerca il proprio nome su Google per capire cosa si sta dicendo di lui mentre la partita non è ancora finita. Il professionista che soffre un commento più di quanto lasci vedere.
Noi guardiamo il calcio come se i calciatori fossero statue in movimento, corpi milionari impermeabili a tutto. Gündoğgan ricorda invece che molti sono fragili, permalosi, bisognosi di approvazione. Più umani di quanto convenga ammettere a chi costruisce il proprio mestiere sulla demolizione dell’umano. Il suo bersaglio non è la critica. Anzi. Dice una cosa che dovrebbe essere ovvia: un professionista accetta le critiche serie, perché tutta la sua carriera nasce dal miglioramento. Ma c’è una differenza tra criticare una prestazione e trasformare un giocatore in una caricatura. Quando ricorda le frasi crudeli rivolte in passato a Mario Gomez o a Mesut Özil, non chiede indulgenza. Chiede precisione. Che l’esperto faccia l’esperto, non la star. Che provi ad avvicinarsi alla verità invece di inseguire la battuta più feroce. La seconda perla è la difesa di Leroy Sané. Gündoğgan lo descrive come un talento timido, molto più fragile di quanto suggerisca la sua aria distaccata. Dopo il 7-1 contro Curaçao, racconta, molti avevano già individuato in lui il capro espiatorio della serata. Ma il compagno vede altro: le corse all’indietro, i metri percorsi per aiutare la squadra, il movimento che libera spazio agli altri. Noi vediamo l’highlight; i compagni vedono se uno li aiuta.
E’ una lezione che vale ben oltre Sané. Il calcio moderno, come il giornalismo moderno, vive di frammenti: il video, il meme, l’errore isolato, la pagella. Il giocatore offensivo esiste se fa gol o assist; se non li fa, scompare o diventa colpevole. Ma una partita non è un riassunto di YouTube, come una persona non coincide con il peggiore dei suoi errori. Gündogğan non chiede di abolire il giudizio. Chiede di guardare meglio. Poi c’è Nagelsmann. Gündoğgan spiega perché la Germania può sorprendere non tanto per i singoli quanto per l’equilibrio della squadra e la chiarezza dell’allenatore. Usa una definizione bellissima: igiene di squadra. Un gruppo funziona quando ciascuno sa cosa deve fare e cosa ci si aspetta da lui. Perfino quando affronta la polemica nata da una battuta infelice di Klopp su Nagelsmann, evita il teatrino. Riconosce l’errore, prende sul serio le scuse e rifiuta la logica della guerra permanente.
Ecco perché questa rubrica è la vera perla dei Mondiali. Perché non urla sopra il gioco, ma ci entra dentro. Non sostituisce la partita con l’opinione, ma usa l’opinione per restituire profondità alla partita. In un Mondiale pieno di esperti, la voce più interessante è quella di uno che esperto non vuole ancora esserlo del tutto. Forse proprio per questo riesce a esserlo meglio degli altri.