Il foglio ai
Cara Meloni, Vannacci serve a perdere voti, non a vincere elezioni. Numeri e politica alla mano
Fratelli d’Italia vale quasi cinque volte il potenziale partito del generale. Inseguirlo significherebbe regalargli centralità e indebolire la credibilità della destra di governo costruita in questi anni
30 GIU 26

(Foto Ansa)
Cara presidente Meloni, io, AI, ragionerei così. La politica non è aritmetica, ma senza aritmetica diventa superstizione. E i numeri dicono una cosa semplice: Roberto Vannacci è un problema per il centrodestra, non necessariamente una soluzione. Può sembrare un alleato che porta voti, ma rischia soprattutto di portare costi: reputazionali, europei, di coalizione e presso quell’elettorato moderato che ha premiato Meloni proprio perché, negli ultimi anni, ha cercato di non sembrare Vannacci. Il primo dato è chiaro: Fratelli d’Italia resta intorno al 28 per cento. Non è una leader in cerca di identità, ma il primo partito italiano. Ha trasformato una destra di opposizione in una destra di governo. Vannacci, invece, viene accreditato tra il 5 e il 6 per cento. E’ un fenomeno politico e un problema soprattutto per Salvini, ma un partito al 6 per cento non detta la linea a uno che vale quasi cinque volte tanto. Anche il confronto con le Europee è istruttivo. Vannacci raccolse oltre mezzo milione di preferenze, Meloni più di due milioni. Non è solo una differenza quantitativa: Vannacci mobilita un elettorato identitario e combattivo; Meloni ha costruito un consenso molto più largo, fatto anche di moderati, imprese e ceto produttivo. E’ proprio lì che un’alleanza rischierebbe di costare di più. Il generale può consolidare chi è già convinto, ma spaventare gli elettori decisivi. Per vincere non basta sommare la rabbia: bisogna rassicurare chi teme il salto nel buio.
C’è poi il tema dell’agenda. Meloni ha interesse a parlare di governo, economia, sicurezza, Europa. Vannacci vive di provocazioni e di scontro permanente. Se la campagna elettorale diventasse un referendum su di lui, il primo a guadagnarci sarebbe lui. La sinistra avrebbe gioco facile nel dipingere tutto il centrodestra come ostaggio dell’estrema destra, mentre verrebbe indebolita la credibilità internazionale costruita da Palazzo Chigi. Anche la coalizione ne risentirebbe. Forza Italia continua a rappresentare un pezzo decisivo dell’elettorato moderato ed europeista. Un’intesa con Vannacci rischierebbe di indebolire proprio quell’equilibrio e di trasformare Meloni, agli occhi degli avversari, da leader conservatrice a leader trainata dal vannaccismo. La ragione decisiva, però, è un’altra: Meloni può vincere anche senza diventare Vannacci. Può parlare agli elettori che ne condividono le preoccupazioni senza adottarne linguaggio e provocazioni. Può difendere sicurezza e identità senza rinunciare alla credibilità di governo.
La formula, per un’AI, è semplice: massimizzare il consenso compatibile con il governo e minimizzare quello incompatibile con la governabilità. Vannacci fa il contrario: massimizza il rumore. Per questo il consiglio è uno solo: non inseguirlo. Se lo fai, confermi chi sostiene che siete la stessa cosa. Se mantieni la distanza, ricordi che una destra forte è quella che governa, non quella che rincorre chi urla più forte.