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“Remigrazione” promette ordine e rischia disordine
Dialogo tra chi la considera l’unica risposta al fallimento dell’integrazione e chi una scorciatoia pericolosa
20 GIU 26

La manifestazione per la "Remigrazione e riconquista" alla quale hanno aderito realtà di estrema destra, Roma, 13 giurno 2026 (Ansa/Riccardo Antimiani)
Sovranista: Partiamo da un dato semplice: per anni l’Europa ha parlato soprattutto di immigrazione, accoglienza e inclusione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sistemi sociali sotto pressione, periferie difficili da governare, ingressi irregolari che spesso sfuggono al controllo. La parola “remigrazione”, usata da AfD e da Vannacci, indica una cosa semplice: chi non ha diritto a restare deve essere rimpatriato. Chi delinque gravemente va espulso. Chi ottiene documenti con l’inganno li perde. Dov’è lo scandalo?
Costituzionalista: Lo scandalo non è il rimpatrio in sé, già previsto dagli ordinamenti. E’ trasformarlo in una parola totale, che promette una bonifica generale. Il diritto distingue: irregolari, criminali, richiedenti asilo respinti, cittadini naturalizzati. La politica deve governare queste categorie, non fonderle in un’unica massa indistinta. Quando tutto diventa “remigrazione”, il rischio è che il bersaglio si allarghi oltre il diritto.
Sovranista: Ma oggi il problema è proprio l’inefficacia dei rimpatri. L’Europa ha costruito un sistema sbilanciato: ingressi facili, uscite difficili. E intanto crescono aree di illegalità, comunità parallele, persone che restano senza titolo. Dire “remigrazione” significa ricordare che lo stato deve poter anche far uscire chi non ha diritto a restare.
Costituzionalista: Il punto non è negare l’esigenza dei rimpatri, ma evitare lo slittamento politico. Le parole non sono neutre: se diventa ideologia, la “remigrazione” tende a includere categorie sempre più ampie, fino a toccare l’integrazione o la cittadinanza. Il diritto invece deve restare selettivo: chi non ha titolo va rimpatriato, chi ha cittadinanza è cittadino senza condizioni.
Sovranista: Però l’integrazione è stata spesso ingenua. Abbiamo dato diritti senza pretendere abbastanza doveri. Il risultato è che in alcune aree si sono consolidate norme parallele rispetto a quelle dello stato. Se non si pone un limite, lo stato perde autorevolezza.
Costituzionalista: L’errore opposto è trasformare l’integrazione in una categoria morale e non giuridica. La democrazia non misura l’assimilazione culturale dei cittadini. Misura il rispetto delle leggi. Chi le viola va perseguito, indipendentemente dall’origine. Ma non esiste un criterio politico per decidere chi è “abbastanza integrato”.
Sovranista: Tuttavia anche la cittadinanza non può essere intoccabile in assoluto. Se una persona naturalizzata aderisce a movimenti violenti o anti-democratici, perché non dovrebbe perderla?
Costituzionalista: In casi estremi la revoca può esistere, ma dentro garanzie rigorose. Il problema della “remigrazione” è che non nasce come categoria giuridica, ma come parola politica totale: unisce irregolari, criminali, non integrati e talvolta cittadini sospetti in un unico contenitore. E’ questo che la rende problematica.
Sovranista: Però anche il discorso sull’inclusione è diventato ideologico. Chi chiede controlli viene accusato di xenofobia. Chi parla di confini viene delegittimato. Intanto lo stato perde controllo. Le persone vedono questo e chiedono risposte semplici.
Costituzionalista: Le domande sono legittime. Il problema è la semplificazione delle risposte. Esistono questioni reali: sicurezza, scuola, lavoro, periferie, servizi sociali. Ma trasformarle in soluzioni uniche è un errore. Dire “più rimpatri efficaci” è governo. Fare della “remigrazione” un’identità politica è un’altra cosa.
Sovranista: Però almeno quella parola rompe un tabù. Per anni si è parlato solo di accoglienza. Ora si parla anche di uscita.
Costituzionalista: Non è il tabù il problema, ma la generalizzazione. Uno stato serio deve poter dire: ingressi regolati, rimpatri eseguiti, cittadinanza rigorosa, integrazione esigente. Ma senza trasformare tutto in un’unica narrazione espulsiva.
Sovranista: In fondo la differenza tra noi è questa: io temo uno stato che non controlla più i confini.
Costituzionalista: E io temo uno stato che li controlla senza limiti giuridici. La politica migratoria deve reggere entrambe le esigenze: fermezza e diritto. I rimpatri sono necessari. Ma quando diventano un’ideologia totale, smettono di essere governo e diventano semplificazione politica.
Sovranista: Quindi lei cosa propone?
Costituzionalista: Una parola meno spettacolare: governo. Governo degli ingressi, dei rimpatri, della cittadinanza, dell’integrazione. Le democrazie non funzionano con soluzioni uniche. Funzionano con distinzioni e limiti. Il rischio non è solo l’assenza dello stato. E’ anche la sua trasformazione in uno strumento privo di misura.