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Meloni (immaginaria) spiega a Salvini che Vannacci non è un incidente della destra
Portato dalla protesta alla politica attiva, il generale è diventato un protagonista autonomo della Lega. Il rischio per Salvini è aver trasformato un alleato rumoroso in un concorrente interno
16 GIU 26

Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Ansa)
Caro Matteo, mettiamola così: io Vannacci non l’ho inventato. Tu nemmeno. Ma tu hai fatto una cosa più impegnativa: l’hai preso sul serio. Hai capito che dentro quel personaggio c’erano caserma, bar sport, algoritmo e indignazione permanente, e hai deciso di trasformarlo da fenomeno editoriale a fenomeno politico. Vannacci era una polemica, tu gli hai dato una scheda elettorale. Era un generale in congedo, tu gli hai dato una trincea nella Lega. E adesso fai finta di stupirti se, avendo regalato un megafono a uno che nasce megafono, quello lo usa.
Il punto non è Vannacci. È che tu hai passato anni a raccontare una Lega nazionale, governista, responsabile. Poi, appena hai visto qualcuno più rumoroso di te nel mercato dell’indignazione, invece di segnare una distanza hai deciso di portarlo dentro casa. Hai preso un concorrente e lo hai trasformato in dirigente. Hai pensato di controllarlo, ma in politica non si addomestica chi è stato scelto proprio perché non vuole esserlo. La cosa curiosa è che poi venite a spiegare che bisogna tenere insieme la coalizione. Certo. Ma non significa trasformare ogni voto sull’Ucraina o sull’Europa in una prova muscolare per vedere chi riesce a dire la frase più scomposta. La destra di governo vive di una contraddizione inevitabile: deve parlare al disagio senza farsi governare dal disagio, deve essere popolare senza diventare populista.
Vannacci è cresciuto perché qualcuno gli ha spiegato che poteva farlo senza pagare il prezzo della responsabilità. Poteva dire tutto, perché tanto poi qualcun altro avrebbe governato. Poteva incendiare, perché qualcun altro avrebbe spento. È il vecchio trucco: uno fa il rivoluzionario, l’altro firma i decreti. Uno urla, l’altro tratta con Bruxelles, la Nato, gli alleati e la realtà. Per questo il caso Vannacci non è folklore. È una lezione politica. Quando un leader smette di selezionare classe dirigente e comincia a selezionare moltiplicatori di rumore, non costruisce un partito più forte, ma un partito più ricattabile. Quando confondi il consenso con il frastuono, il frastuono prima ti aiuta e poi ti sovrasta. La verità, Matteo, è che Vannacci ti è cresciuto tra le mani perché gli hai dato ciò che ogni estremista desidera: la rispettabilità di partito senza la disciplina di partito. Lo hai fatto entrare nel salotto buono lasciandogli gli scarponi sporchi. Gli hai detto: vieni, fai colore. E lui ha capito: posso fare linea.
La domanda non è se Vannacci sia compatibile con la destra di governo. La domanda è se la Lega voglia ancora essere un partito di governo o una piattaforma di amplificazione del malumore. Governare è noioso: significa accettare che gli alleati servano, che l’Europa non sparisca se la insulti e che i problemi non si risolvano con gli slogan. Non prendertela con Vannacci se Vannacci fa Vannacci, ma con l’idea che la politica possa vivere di personaggi più grandi dei partiti e più piccoli dello stato. La morale è semplice: quando fai crescere un generale per dimostrare di essere ancora il capitano, non stupirti se un giorno si presenta e chiede il comando.