Contro la lagna sul Pnrr. Viva l’Italia che ha imparato a fare le cose. Un paper di Banca d’Italia

Non ha solo portato soldi: ha imposto metodo, scadenze e risultati. La macchina pubblica ha imparato a correre. Non è un miracolo

16 GIU 26
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La più grande specialità nazionale, dopo il caffè al banco e la discussione sul fuorigioco, resta la lagna. Soprattutto sulla pubblica amministrazione: non funziona niente, non parte niente, non si finisce niente. Il Pnrr, secondo questa narrazione, sarebbe stato solo l’ennesima conferma del declino italiano. E invece qualcosa è successo. Non tutto, non senza ritardi, ma abbastanza per incrinare la sceneggiatura del declino. Sotto la pressione del Piano, l’Italia ha imparato almeno una cosa: organizzarsi meglio. Non solo spendere, ma funzionare. Un’analisi della Banca d’Italia sugli appalti comunali legati al Pnrr mostra un dato chiaro: quando entrano obiettivi, scadenze e monitoraggio, la macchina pubblica migliora. Nei contratti la probabilità di arrivare all’aggiudicazione cresce di circa 19 punti percentuali rispetto ai contratti ordinari. I tempi si riducono di circa dieci giorni. Il punto decisivo è il metodo. Il Pnrr introduce una logica diversa dai vecchi fondi: non solo spesa, ma risultati. Milestone, target, controlli, piattaforme digitali, rendicontazione. Non basta più dire “abbiamo stanziato”: bisogna dimostrare “abbiamo fatto”.
Un altro risultato importante riguarda le amministrazioni meno capaci. Proprio i comuni più deboli beneficiano maggiormente del sistema Pnrr, grazie a procedure più standardizzate e al ricorso a stazioni appaltanti qualificate. Non tutto però funziona allo stesso modo. Sulla fase di esecuzione gli effetti sono più deboli. Lo stato riesce a sbloccare e aggiudicare più rapidamente, ma la qualità e la velocità dei cantieri dipendono anche dalle imprese e dalla capacità di controllo nel tempo. Un altro elemento rilevante è che il Pnrr non sembra danneggiare il resto della contrattualistica pubblica. Nei comuni più coinvolti si osservano persino effetti positivi anche sugli appalti non Pnrr. Questo suggerisce un fenomeno importante: l’apprendimento.
La lezione politica è semplice ma non banale: non è vero che lo stato funziona solo se viene ridotto, né che funzioni automaticamente se viene ampliato. Funziona quando è reso responsabile. Il Pnrr mostra che non basta semplificare in astratto: servono obiettivi, controllo, qualificazione delle competenze e capacità di misurare i risultati. Per anni si è raccontata la contrapposizione tra uno stato paralizzato dalle regole e uno stato efficiente perché libero dalle regole. Il Pnrr suggerisce una terza via: uno stato che usa le regole per produrre risultati. Il dato forse più interessante è culturale. La pubblica amministrazione non è solo un apparato statico: è un sistema che può imparare. Se abituato a lavorare per obiettivi, può mantenere parte di quel metodo anche fuori dall’emergenza. Il Pnrr non è quindi solo un piano di investimenti. E’ un esperimento di trasformazione amministrativa. Ha mostrato che molti ritardi italiani non sono destino, ma struttura modificabile. Dove ci sono regole chiare, incentivi e controllo, la macchina pubblica italiana può accelerare. La conclusione è meno consolatoria della lagna e più utile della retorica. L’Italia non diventa efficiente per magia, ma può diventarlo per metodo. Il punto non è avere più risorse, ma saperle trasformare in risultati. E se il Pnrr lascia qualcosa di duraturo, non sono solo le opere: è l’idea che anche la pubblica amministrazione, messa nelle condizioni giuste, può smettere di raccontarsi come un problema e cominciare a funzionare come una capacità.