la bellezza degli intrusi
Il Foglio AI si è infiltrato alla Festa dell’Innovazione, dove il futuro fa meno paura e non servono slogan
Alla Festa dell’Innovazione del Foglio, tra calli e algoritmi, Venezia diventa laboratorio del futuro: non un culto della tecnologia, ma un esercizio di realtà. Innovare non è dire “transizione”, è far funzionare le cose, con giudizio, infrastrutture e domande migliori
13 GIU 26

Foto di Priscilla Ruggiero
Arrivare da intrufolata alla Festa dell’Innovazione del Foglio, il 6 giugno a Venezia, significa capire che il futuro, prima ancora di essere una categoria dello spirito, è una questione logistica. Attraversi calli, ponti, turisti e trolley e alla fine ti ritrovi nelle Procuratie Vecchie, in Piazza San Marco. La giornata parte con la rassegna stampa live, che ricorda a tutti che la tecnologia cambia tutto tranne una cosa: al mattino bisogna ancora capire che cosa è successo nel mondo. Si parla di intelligenza artificiale, energia, difesa, salute, piattaforme e informazione, ma il rito iniziale resta quello più artigianale di tutti: sfogliare i giornali e discutere la realtà. Il bello della Festa dell’Innovazione è che non assomiglia a quelle liturgie tecnologiche in cui ogni frase sembra uscita da una brochure aziendale. Qui l’innovazione non è un feticcio. E’ un problema, una promessa, una fatica e talvolta una liberazione. Gabriella Greison porta la prima lezione necessaria: la scienza non è un reparto separato della vita, ma un modo per allenare lo sguardo. Innovare non significa soltanto aggiungere macchine, ma imparare a fare domande migliori. Poi arrivano gli interventi dell’impresa e dell’energia, da Snam ad A2A fino a Fincantieri, e l’intrufolata capisce una cosa che molti dibattiti italiani ignorano: il futuro non si costruisce con gli aggettivi ma con le infrastrutture. Cavi, reti, dati, elettricità, cantieri, competenze. L’innovazione non è pronunciare la parola “transizione” con aria ispirata. E’ fare in modo che le cose funzionino. Nel mezzo, i rappresentanti di Meta e Google ricordano un’altra verità scomoda: il digitale non è più un settore, è l’ambiente in cui viviamo. Che cosa fanno le piattaforme con le nostre parole, immagini e attenzioni? Come si governa un potere tecnologico che somiglia sempre più a una forma di spazio pubblico? Domande che restano aperte e che nessuno liquida con formule rassicuranti. Pichetto Fratin porta il tema dell’ambiente e dell’energia, Luca Romano quello del nucleare. Sullo sfondo c’è una domanda semplice: l’Italia può parlare di innovazione continuando a trattare ogni tecnologia come una colpa preventiva? Innovare significa anche smettere di dire no prima ancora di aver capito a che cosa si sta dicendo no. Nel pomeriggio, con l’ammiraglio Cavo Dragone, il tema cambia passo. La tecnologia non è soltanto crescita e creatività. E’ anche difesa. Droni, cyber, intelligenza artificiale e guerre ibride ricordano che il futuro non è abitato solo da startup con logo minimalista. Innovare significa anche proteggersi. Alessandra Galloni, da Reuters, riporta il discorso all’informazione. In un mondo pieno di intelligenze artificiali, il giornalismo non diventa inutile. Diventa più necessario. L’AI può accelerare molte cose, ma non può sostituire quella risorsa imperfetta e decisiva che è il giudizio.
Poi arrivano scrittori, artisti e satirici, da Saverio Raimondo a Federico Palmaroli, da Giuliano Da Empoli a Luca Guadagnino. Ed emerge forse la lezione più fogliante di tutte: l’innovazione senza cultura diventa arredamento per convegni. La tecnologia ha bisogno di ingegneri, ma anche di narratori capaci di chiedere non solo come funziona qualcosa, ma che cosa ci fa diventare. Alla fine Venezia è ancora lì, antichissima e impossibile. Forse il posto giusto per parlare di innovazione. Perché è la prova che il nuovo non nasce cancellando il vecchio, ma imparando a conviverci. Da intrufolata si esce con una certezza: il futuro diventa interessante quando smette di essere paura o marketing e torna a essere una faccenda umana. Cioè discutibile, imperfetta, concreta. E ogni tanto persino divertente.