L’Italia che ha ancora voglia di farcela

Nella relazione di Carlo Sangalli c’è una grammatica utile contro il catastrofismo: terziario forte, famiglie meno fragili di quanto si racconti, turismo da record, lavoro in crescita. L’ottimismo non è negare i problemi. È guardarli partendo dai fondamentali, non dalle lagne

10 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 15:51
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Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli all'assemblea generale della confederazione, Roma 10 giugno 2026. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Una delle frasi più importanti pronunciate da Carlo Sangalli all’assemblea di Confcommercio è anche una delle più semplici: “Raccontarci peggio di come siamo è un danno per tutti”. Non è una frase da ottimista di maniera, non è un esercizio di zucchero filato patriottico, non è il solito invito un po’ stanco a vedere il bicchiere mezzo pieno. È, più seriamente, un programma economico. Perché la fiducia, ha ricordato Sangalli, non è solo un sentimento: è un valore economico. E l’Italia, per fortuna, continua ad avere più ragioni per fidarsi di sé stessa di quante ne suggerisca l’industria nazionale del piagnisteo. 
Il primo numero è enorme: dal 1995 a oggi il terziario di mercato ha creato quasi quattro milioni di nuovi posti di lavoro e contribuisce per il 53 per cento al valore aggiunto. Tradotto: l’Italia che spesso viene descritta come un paese fermo, esausto, impaurito, è in realtà sostenuta da una macchina diffusa di commercio, turismo, servizi, professioni, cultura, trasporti, che ogni giorno produce ricchezza, lavoro, comunità. Non è un’economia minore. È l’infrastruttura viva del paese. È ciò che Sangalli chiama “Sense of Italy”: il made in Italy allargato alla vita quotidiana, il prodotto più il servizio, il turismo più la città, la bottega più la cultura. Sul prodotto si possono mettere dazi, sull’italianità molto meno.
Il secondo motivo di ottimismo riguarda le famiglie. Il reddito disponibile, in termini di potere d’acquisto, è su livelli migliori rispetto al 2019. L’occupazione ha superato i 24,3 milioni di lavoratori. L’inflazione, intorno al 3 per cento o poco sopra, è legata soprattutto all’energia. I consumi, nella sostanza, reggono. Anche gli acquisti di beni durevoli tengono. Questo non significa che l’Italia sia diventata improvvisamente la Svizzera con il mare. Significa però che il racconto di un paese sempre sull’orlo del collasso è, semplicemente, falso. C’è incertezza, certo. Ma c’è anche, nella formula più bella della relazione, “una sensazione di potercela fare”.
Il terzo numero è il turismo. Sangalli ricorda che l’Italia aggiorna record su record, con un impatto determinante sul pil e con un contributo decisivo del turismo straniero alla bilancia dei pagamenti. Anche qui: non folklore, non cartolina, non mandolino. Industria. Export invisibile. Diplomazia economica. Ogni viaggiatore che sceglie l’Italia non compra solo un albergo o un ristorante: compra un pezzo di fiducia nel paese.
Naturalmente il discorso diventa serio proprio quando Sangalli indica le ombre. La demografia è la più grande: negli anni Ottanta gli under 30 erano quasi 25 milioni, oggi sono circa 16 milioni. Altro buco: la partecipazione femminile al lavoro, 13 punti sotto la media europea, con distanze che nel Sud arrivano quasi a 30 punti. Ma anche questi dati, se guardati bene, non sono solo una condanna: sono una riserva di crescita. Più donne al lavoro, più natalità resa possibile da servizi veri, più giovani messi nelle condizioni di fare impresa, meno fiscocrazia, meno burocrazia, meno paura di investire: l’Italia non deve inventarsi un miracolo, deve liberare energie già esistenti.
Infine c’è il tema delle città. La chiusura di oltre 156 mila esercizi commerciali in tredici anni è un allarme, ma anche un promemoria: senza imprese sane non c’è mercato, senza mercato non c’è crescita, senza crescita non c’è coesione. L’ottimismo italiano, dunque, non consiste nel dire che va tutto bene. Consiste nel capire che il paese ha ancora fondamentali solidi, comunità resistenti, imprenditori capaci di reagire alle crisi, un terziario che crea lavoro e un marchio nazionale che il mondo continua a desiderare. Il futuro dell’Italia non è garantito. Ma, guardando questi numeri, è molto meno perduto di quanto amino raccontare i professionisti del declino.