il foglio ai
Cipriani contro la gogna. Ecco l’atto contro il Fatto e Report
“Una campagna denigratoria deliberata, condotta con indifferenza temeraria”, costruita “per massimizzare scandalo, indignazione, viralità e distruzione reputazionale”. Il secondo tempo del caso Minetti
10 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 08:27

Cipriani USA sostiene che Fatto e Report abbiano costruito una campagna denigratoria deliberata, coordinata o comunque condotta con indifferenza temeraria (foto Getty)
Abbiamo dato in pasto alla nostra Ai le 64 mila battute dell’atto di accusa di Cipriani contro il Fatto e Report, sul caso Minetti. Abbiamo chiesto una sintesi garantista. Abbiamo chiesto di mettere in rilievo i punti in cui l’atto d’accusa diventa una denuncia degli ingranaggi del circo mediatico giudiziario. Quello che segue è il testo partorito dal nostro Foglio Ai.
La frase più importante dell’atto di citazione depositato da Cipriani USA davanti alla United States District Court, Southern District of New York, contro la Società Editoriale Il Fatto S.p.A. e contro Rai-Radiotelevisione Italiana S.p.A., cioè contro Report, è la prima. “Scandals sell. Truth is optional”. Gli scandali vendono, la verità è facoltativa. Non è un inciso ornamentale, non è una formula da avvocati americani innamorati della retorica processuale, non è nemmeno soltanto un attacco giornalistico. È la chiave di tutto l’atto: secondo Cipriani USA, il Fatto e Report avrebbero scelto “clicks, ratings, and publicity over truth, accuracy and responsible journalism”. Clic, ascolti e pubblicità al posto di verità, accuratezza e giornalismo responsabile. Da qui parte una denuncia civile di 34 pagine, firmata dagli avvocati Stefan Savic, Andrea Fiocchi e Brian Grossman dello studio Reinhardt Savic Foley LLP, in cui Cipriani USA chiede un processo con giuria e sostiene di aver subito un danno commerciale enorme a causa di una campagna mediatica costruita, dice l’atto, su “innuendo, sensationalism” e su “one of the most infamous names in modern history”: Jeffrey Epstein.
La prima cautela è necessaria. Quello depositato a New York è un atto di parte. Racconta la versione di Cipriani USA. Non è una sentenza, non è una verità giudiziaria definitiva, non è un accertamento del tribunale. Ma è un documento politicamente, giornalisticamente e giudiziariamente pesantissimo, perché non si limita a dire: ci avete diffamato. Fa una scelta diversa. Cipriani USA precisa di non proporre in quella sede una causa per diffamazione: “Plaintiff does not assert a defamation cause of action in this Court”. La causa, invece, riguarda i danni commerciali: “tortious interference with Plaintiff’s prospective business relations”, “injurious falsehood/trade libel”, “prima facie tort”, più una richiesta di “equitable relief”, cioè rimozioni, correzioni, deindicizzazione e misure per impedire la prosecuzione della diffusione di affermazioni che il tribunale dovesse giudicare false.
Il cuore dell’atto è questo: Cipriani USA sostiene che Fatto e Report abbiano costruito una “deliberate, coordinated, and/or recklessly indifferent smear campaign”, una campagna denigratoria deliberata, coordinata o comunque condotta con indifferenza temeraria, diretta contro Giuseppe Cipriani, il gruppo Cipriani e, “critically”, contro Cipriani USA, società di New York di cui Giuseppe Cipriani è azionista di controllo, brand ambassador e, in molti casi, garante personale verso terzi per conto del gruppo. Secondo l’atto, i convenuti avrebbero pubblicato, ripubblicato, trasmesso, mandato in streaming, postato e diffuso viralmente una serie di accuse “false, sensationalized, and highly damaging”, false, sensazionalistiche e altamente dannose, destinate a dipingere Giuseppe Cipriani e chi gli è associato come “corrupt, criminal, sexually depraved, politically compromised, and connected to Jeffrey Epstein”. Corrotti, criminali, sessualmente depravati, politicamente compromessi e collegati a Epstein. Il tutto, scrive l’atto, “in ways that were false and unsupported”: in modi falsi e privi di fondamento.
La denuncia insiste molto su un punto: anche se le accuse erano costruite intorno alla figura personale di Giuseppe Cipriani, i convenuti, secondo Cipriani USA, sapevano o avrebbero dovuto sapere che il danno non si sarebbe fermato alla reputazione personale. Avrebbe colpito direttamente l’impresa. “Defendants knew, or were reckless in disregarding, that the campaign would necessarily and foreseeably inflict severe and immediate commercial harm on Cipriani USA”. Tradotto: i convenuti sapevano, o hanno ignorato con temerarietà, che quella campagna avrebbe necessariamente e prevedibilmente inflitto un grave e immediato danno commerciale a Cipriani USA. E l’atto dice che proprio questo è avvenuto. Un finanziatore avrebbe ritardato il closing di un prestito importante, avrebbe imposto nuovi termini e condizioni, e avrebbe chiesto a Cipriani USA di incaricare una società investigativa indipendente, a costi straordinari, per verificare e confutare accuse “that never should have been published in the first place”: che non avrebbero mai dovuto essere pubblicate.
La struttura dell’atto è costruita attorno a quattro filoni. Cipriani USA li definisce “four principal themes and false allegations”. Primo: la tesi secondo cui Giuseppe Cipriani e Jeffrey Epstein sarebbero stati soci d’affari e secondo cui Epstein avrebbe prestato 800 mila sterline a Cipriani. Secondo: la tesi secondo cui Carlo Nordio avrebbe incontrato Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti nella residenza di Cipriani a Punta del Este, in Uruguay, per discutere o facilitare la grazia presidenziale di Minetti. Terzo: la tesi secondo cui Cipriani e Minetti avrebbero organizzato feste a base di sesso e droga nella casa uruguaiana di Cipriani, con paragoni impliciti tra Cipriani ed Epstein e tra Minetti e Ghislaine Maxwell. Quarto: la tesi secondo cui Cipriani e Minetti avrebbero corrotto pubblici ufficiali in Uruguay in relazione all’adozione del figlio e a cure mediche considerate non necessarie, fino a insinuazioni, secondo l’atto, su un presunto omicidio di un’avvocata.
La frase successiva è secca: “These accusations were blatantly false”. Queste accuse erano palesemente false. E l’atto aggiunge che non erano soltanto false, ma “crafted in a manner intended to maximize scandal, outrage, virality, and reputational destruction”. Costruite per massimizzare scandalo, indignazione, viralità e distruzione reputazionale. Qui la denuncia diventa un processo al metodo. Cipriani USA accusa Fatto e Report di aver usato “innuendo, imagery, insinuation, selective quotation, omission of exculpatory facts, and false framing”: allusioni, immagini, insinuazioni, citazioni selettive, omissione di fatti scagionanti e inquadramenti falsi. Scopo: rappresentare Giuseppe Cipriani come un “Italian Epstein” e Nicole Minetti come una “Italian Ghislaine Maxwell”.
Il primo dossier. Epstein e le 800 mila sterline
Il primo dossier riguarda Epstein e le 800 mila sterline. Secondo l’atto, i convenuti avrebbero affermato, espressamente o implicitamente, che Giuseppe Cipriani o l’impresa Cipriani avessero ricevuto nel 2010 un prestito di 800 mila sterline da Jeffrey Epstein in relazione a Refifi Ltd., una società britannica controllata da Cipriani, e a un progetto Cipriani a Mayfair, Londra. La denuncia contesta il cuore del racconto: sì, ci furono discussioni preliminari e bozze di documenti su una possibile operazione di finanziamento, ma “no agreement was ever finalized”, nessun accordo fu mai finalizzato; “no financing transaction was consummated”, nessuna operazione fu mai perfezionata; “no £800,000.00 was ever wired by Epstein”, nessun bonifico da 800 mila sterline fu mai effettuato da Epstein; ed Epstein “was never a partner—hidden, silent, or otherwise”, non fu mai socio, occulto, silente o di altro tipo, negli affari di Giuseppe Cipriani o di Cipriani.
Questo è uno dei passaggi più importanti perché l’atto prova a rovesciare l’impianto narrativo. Non nega l’esistenza di contatti preliminari. Dice che sono stati trasformati in qualcosa che non erano. Secondo Cipriani USA, i materiali su cui Fatto e Report si sarebbero basati mostravano “draft unsigned transaction documents”, bozze non firmate, “preliminary legal communications”, comunicazioni legali preliminari, e discussioni su una potenziale transazione “that never closed”, mai conclusa. L’atto cita scambi email dell’agosto 2010, una bozza di lettera, bozze di shareholder agreement, promissory note, loan and option agreement, management agreement, pledge and security agreement, memorandum of understanding. Ma il punto, ripetuto più volte, è che nessun documento dimostrerebbe l’esecuzione di un accordo o la ricezione di fondi.
Cipriani USA contesta anche l’idea del “socio occulto”. Secondo l’atto, i registri di Companies House confermerebbero che Giuseppe Cipriani era unico director e shareholder di Refifi Ltd. e che Epstein non fu mai director, shareholder o lender di Refifi Ltd. o di qualsiasi altra entità Cipriani. L’atto dice che una semplice verifica dei registri pubblici avrebbe permesso di smentire il racconto: “A simple review of publicly available records… would have confirmed that Jeffrey Epstein was never a shareholder of, director of, or partner in Refifi Ltd.”. E qui l’accusa giornalistica si fa più aspra: secondo Cipriani USA, i convenuti avrebbero presentato la questione “as if a criminally tainted and concealed partnership had existed”, come se fosse esistita una partnership occulta e contaminata criminalmente.
Interessante anche il passaggio sui “140 documenti”. L’atto sostiene che Il Fatto avrebbe “grossly distorted the scale and nature of the communications”, distorto grossolanamente la portata e la natura delle comunicazioni, affermando di aver esaminato “140 documents” riguardanti Giuseppe Cipriani nell’arco di oltre dieci anni negli Epstein Files. Secondo Cipriani USA, quei 140 documenti sarebbero in realtà 184 pagine comprendenti duplicazioni e catene email sovrapposte, “separately Bates-stamped and counted as different documents”, contate come documenti diversi, creando così “the false impression of far more extensive communications than actually existed”. Una volta ordinate cronologicamente, dice l’atto, conterrebbero circa 25 thread email distinti, tutti concentrati tra il 29 giugno e il 21 ottobre 2010 e tutti relativi a una sola transazione commerciale ipotizzata e mai conclusa.
C’è poi un altro dettaglio, utile per capire la strategia dell’atto. Cipriani USA dice che gli Epstein Files contengono complessivamente 530 documenti in cui appare la parola “Cipriani”, ma che molti sono prenotazioni di ristoranti, conversazioni tra terzi su locali Cipriani, richieste di appuntamento, pubblicità, voci di rubrica, conversazioni tra terzi. Nessuno, secondo l’atto, dimostrerebbe il trasferimento delle 800 mila sterline o un rapporto di amicizia o partnership. E per contestualizzare aggiunge che altri nomi dell’ospitalità compaiono molto più spesso negli Epstein Files: Ritz, Mandarin, Starbucks, Hilton, Per Se, STK. Il senso è chiaro: se la presenza del nome Cipriani negli archivi Epstein diventa prova di un rapporto scandaloso, allora la stessa logica dovrebbe valere per decine di altri marchi. Ma, sostiene l’atto, quel confronto non fu riportato.
Il secondo dossier. Il ministro Carlo Nordio
Il secondo dossier riguarda Nordio. Qui l’atto sostiene che i convenuti abbiano riportato più volte che il ministro della Giustizia Carlo Nordio avrebbe visitato la residenza di Giuseppe Cipriani a Punta del Este per discutere o favorire una grazia presidenziale per Nicole Minetti. “That accusation was false”, dice l’atto. Nordio, si legge, “never met Giuseppe Cipriani and never set foot in Giuseppe Cipriani’s residence in Punta del Este”. Non ha mai incontrato Giuseppe Cipriani e non ha mai messo piede nella sua residenza a Punta del Este. L’atto ricostruisce l’origine dell’accusa in un’apparizione televisiva di Sigfrido Ranucci a È sempre Cartabianca, il 28 aprile 2026, quando Nordio intervenne in diretta per negare. Secondo l’atto, Nordio disse di non aver mai incontrato Cipriani, di non essere mai stato nella sua casa in Uruguay, e che i suoi spostamenti ufficiali in Argentina e Uruguay erano parte di una missione governativa documentata, avvenuta uno o due anni prima e priva di relazione con Cipriani.
Il passaggio più duro è quello sulla reiterazione. L’atto sostiene che i convenuti furono informati prima della messa in onda e della pubblicazione che l’accusa era falsa. “Nonetheless, Defendants aired and repeated the accusation”. Ciononostante, mandarono in onda e ripeterono l’accusa. Nella puntata di Report “La Zia d’America”, del 3 maggio 2026, Ranucci avrebbe detto: “Cipriani, che potere ha di far passare questa istanza di grazia? Sicuramente Cipriani ha degli ottimi rapporti, diciamo, con la politica”. E Thomas Mackinson del Fatto avrebbe aggiunto: “Sicuramente Cipriani ha degli ottimi rapporti con la politica. Il padre era notoriamente amico del ministro Nordio, ma al momento non abbiamo elementi per dire se è stata quella, diciamo, il percorso facilitante che si può anche supporre”. La denuncia dice che queste frasi dipingevano falsamente Cipriani come una persona che usa rapporti politici corrotti per ottenere favori ufficiali.
Qui l’atto introduce un elemento delicato: Ranucci, secondo Cipriani USA, avrebbe poi ammesso pubblicamente che l’accusa dell’incontro tra Cipriani e Nordio non era stata verificata prima della messa in onda; e la Rai avrebbe inviato a Ranucci una “formal letter of reprimand”, una lettera formale di richiamo, accusandolo di aver diffuso informazioni non verificate e comunicandogli che non gli avrebbe fornito assistenza legale in caso di contenzioso relativo a quella falsa accusa. L’atto usa una formula molto pesante: “Simply put, Defendants broadcast false and unverified accusations”. In parole povere, i convenuti mandarono in onda accuse false e non verificate. E aggiunge che, nonostante una smentita in diretta nazionale da parte del ministro, la successiva ammissione di mancata verifica e il richiamo del datore di lavoro, Report e Fatto avrebbero lasciato che quelle accuse circolassero “virally and uncontrollably without any meaningful correction or retraction”.
Il terzo dossier. Sesso, droga e Jeffrey Epstein
Il terzo dossier è quello delle feste, del sesso, della droga, del “ranch” e del paragone con Epstein. Secondo l’atto, i convenuti avrebbero pubblicato e mandato in onda false dichiarazioni o implicazioni secondo cui Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti organizzavano nella residenza uruguaiana di Cipriani, Gin Tonic, “illicit, sex-and drug-fueled parties”, feste illecite a base di sesso e droga, con ragazze da tutto il mondo, comprese minorenni, che sarebbero state “trafficked”. L’atto contesta anche il lessico: la proprietà non sarebbe un ranch, ma una residenza; l’uso ripetuto della parola “ranch”, insieme a espressioni come “hunting ground”, terreno di caccia, sarebbe stato “calculated to suggest” sfruttamento sessuale, traffico, predazione e organizzazione di condotte illecite.
Uno dei passaggi più forti riguarda la parola “noose”, cappio. Secondo l’atto, l’uso da parte del Fatto di termini come “cappio”, accostati alla mancata operazione di finanziamento con Epstein, sarebbe stato progettato per comunicare l’idea che Cipriani fosse compromesso o controllato da Epstein. L’atto usa una formula cruda: “held by the balls”. Tenuto per le palle. Un’implicazione, secondo Cipriani USA, “false, malicious, and wholly unsupported”. Falsa, malevola e del tutto priva di supporto. La denuncia accusa poi i convenuti di aver accostato “cynically” la domanda di grazia di Ghislaine Maxwell alla domanda di grazia di Nicole Minetti, importando così “the criminal infamy” dell’associazione Maxwell-Epstein su Minetti e, per associazione, su Cipriani e sull’impresa Cipriani.
Il dossier sulla fonte Graciela Torres è centrale. Secondo l’atto, una parte delle accuse su feste, sesso e droga sarebbe stata attribuita a Torres, descritta dal Fatto come una massaggiatrice che avrebbe lavorato per Cipriani per oltre vent’anni e che si sarebbe dimessa nel marzo 2025 dopo aver visto attività discutibili. Cipriani USA sostiene che questa descrizione fosse falsa in aspetti materiali. I registri di lavoro, secondo l’atto, dimostrerebbero che Torres lavorò a Gin Tonic solo in periodi limitati: dal 27 luglio al primo agosto 2024; dal 22 al 27 agosto 2024; e dall’8 ottobre 2024 al 3 febbraio 2025. Totale: circa quattro mesi, “not twenty years”. Non vent’anni. Inoltre, al termine del rapporto, Torres avrebbe presentato rivendicazioni di lavoro per mancato pagamento di salari e benefici, chiedendo circa 60 mila dollari e chiudendo con una transazione da 6 mila dollari, senza menzionare le condotte poi attribuitele dagli articoli.
L’atto aggiunge che otto dichiarazioni giurate di attuali ed ex dipendenti della residenza di Cipriani a Punta del Este sarebbero state inviate alla Procura generale italiana a Milano per negare e contraddire le accuse di Torres. E il 13 maggio 2026, in un programma televisivo uruguaiano, Torres avrebbe “appeared to cast doubt” sull’accuratezza delle frasi che Il Fatto le aveva attribuito. Secondo l’atto, Torres avrebbe poi confermato che il Fatto aveva “misrepresented her words”, travisato le sue parole. Il 29 maggio 2026, Torres avrebbe firmato una dichiarazione giurata notarile in cui confermava, tra l’altro, che Nicole Minetti non aveva mai sollecitato ragazze o favorito la prostituzione nella residenza di Cipriani, che la disputa con Cipriani era puramente lavorativa, e che le sue precedenti dichiarazioni erano state “materially distorted or otherwise twisted” dal Fatto.
Qui l’atto inserisce un altro elemento decisivo: la Procura generale italiana a Milano avrebbe confermato che “it wasn’t necessary” indagare sulle accuse di Torres, perché un’inchiesta Interpol non aveva corroborato i suoi racconti. L’atto definisce le accuse del Fatto “a classic red herring”, un classico diversivo, e sostiene che Cipriani USA sia stata costretta a sostenere costi esorbitanti per “prove a negative”, provare un fatto negativo, e spiegare informazioni non verificate e false diffuse viralmente. La sproporzione mediatica viene resa con una formula efficace: “David and Goliath”. Da una parte quotidiani, televisioni, social, piattaforme globali; dall’altra una società costretta a difendersi con diffide e avvocati, senza accesso a canali paragonabili.
Il quarto dossier. L'adozione
Il quarto dossier riguarda l’adozione del figlio di Cipriani e Minetti e le cure mediche negli Stati Uniti. Secondo l’atto, i convenuti avrebbero diffuso accuse e insinuazioni secondo cui Cipriani e Minetti avrebbero ottenuto impropriamente l’adozione del bambino in Uruguay, corrotto pubblici ufficiali, portato illegalmente il bambino negli Stati Uniti, e sottoposto il bambino a un intervento chirurgico non necessario a Boston per fabbricare una base medica utile alla grazia di Minetti. La risposta dell’atto è netta: “In truth, the child suffers from a rare neurological disease”. In realtà, il bambino soffre di una rara malattia neurologica; l’intervento era stato raccomandato dai medici; il viaggio negli Stati Uniti era stato autorizzato in anticipo dall’INAU, l’autorità uruguaiana competente.
La ricostruzione è dettagliata. Il bambino, indicato con le iniziali AFCG, sarebbe nato con difetti congeniti. L’ospedale di Maldonado avrebbe informato i servizi sociali nel dicembre 2017. L’INAU avrebbe preso in carico il bambino nel gennaio 2018 a causa di negligenza della madre biologica, uso di droga mentre il bambino era ricoverato e assenza di una rete di sostegno. Secondo l’atto, la madre biologica aveva una storia documentata comprendente uso di droga in gravidanza, detenzione per tentato omicidio e prostituzione; il padre biologico avrebbe contestato la paternità ed era a sua volta detenuto; nessuno dei due sarebbe stato ritenuto idoneo. Cipriani avrebbe incontrato il bambino nel 2019 attraverso attività benefiche presso l’orfanotrofio, presentato richiesta formale di adozione nel marzo 2020, ottenuto con Minetti l’affidamento temporaneo congiunto nel dicembre 2020 e l’autorizzazione al passaporto e al viaggio per cure mediche a Boston nel giugno 2021.
Quanto alle cure, l’atto sostiene che la necessità medica dell’intervento fu valutata e confermata da più istituzioni indipendenti: Cleveland Clinic, Boston Children’s Hospital, Northwell Health a New York, e medici uruguaiani. L’adozione sarebbe stata finalizzata dal Tribunale di Maldonado il 15 febbraio 2023, dopo un procedimento supervisionato, con l’avvocata Mercedes Nieto nominata tutrice ad litem del bambino. Ed è qui che entra la parte più esplosiva: l’atto sostiene che i convenuti abbiano insinuato un legame tra Cipriani e la morte di Mercedes Nieto e del marito in un incendio domestico, presentandola falsamente come avvocata della madre biologica. Secondo l’atto, invece, l’avvocata della madre biologica era Mercedes Gutiérrez, “same first name, different last name”, stesso nome, cognome diverso, e sarebbe viva e disponibile.
La frase più dura dell’intero atto è forse questa: “In a nutshell, Defendants insinuated that Giuseppe Cipriani is a murderer and burned opposing counsel to death”. In sintesi, i convenuti hanno insinuato che Giuseppe Cipriani sia un assassino e abbia bruciato viva l’avvocata della controparte. L’atto aggiunge: “Defendants went too far, even by the lowest form of tabloid journalism”. I convenuti sono andati troppo oltre, perfino per la forma più bassa di giornalismo scandalistico. Anche qui Cipriani USA insiste sul metodo: i documenti avrebbero mostrato un procedimento supervisionato dalle autorità uruguaiane, un viaggio medico autorizzato, un intervento raccomandato, una tutrice ad litem favorevole all’adozione, nessuna battaglia legale, nessun contatto delle autorità uruguaiane con Cipriani in relazione alla morte di Nieto. I convenuti, secondo l’atto, o non hanno esaminato quei materiali, o li hanno ignorati per creare scandalo.
Poi arriva la sezione intitolata, con toni quasi narrativi, “The End of Defendants’ Charade”. La fine della messinscena dei convenuti. Secondo l’atto, tra il 3 e il 4 giugno 2026, la Procura generale italiana e l’Ufficio del Presidente della Repubblica avrebbero “finally put an end” alla “reprehensible and reckless charade”, alla riprovevole e temeraria messinscena. Il 3 giugno, dice il complaint, la Procura generale avrebbe comunicato che l’indagine condotta con Interpol aveva rivelato che i fatti riportati dalla stampa, come descritti nell’atto, erano falsi. Il 4 giugno, l’Ufficio del Presidente della Repubblica avrebbe riconfermato la grazia a Minetti e dichiarato che, dopo un’approfondita indagine tramite forze dell’ordine e Interpol, le accuse apparse sulla stampa risultavano false.
Una sezione importante riguarda le diffide. Il 2 maggio 2026, secondo l’atto, i legali di Cipriani inviarono a Fatto e Report una dettagliata cease-and-desist notice. La diffida indicava che il racconto su Epstein, sulle 800 mila sterline, sul “hidden partner”, sui presunti rapporti personali con Epstein, su Nordio, sull’adozione e sulle insinuazioni correlate era falso. Chiedeva cessazione, ritrattazione, correzione, conservazione e rimozione. La diffida, dice l’atto, avvertiva Report prima della puntata di non mandare in onda false dichiarazioni. Ma Report procedette comunque. L’atto cita la frase attribuita a Ranucci: “Cipriani era anche socio del finanziere pedofilo Jeffrey Epstein. Addirittura hanno condiviso insieme un finanziamento…”. E un’altra frase: “la storia di Cipriani sembri in qualche modo ispirarsi a quella di Jeffrey Epstein, tant’è che in questo ranch sarebbero state trafficate ragazze da tutto il mondo, a loro volta selezionate dalla sua compagna Nicole Minetti”.
La contestazione qui è doppia. Non solo le frasi sarebbero false. Sarebbero state pronunciate “notwithstanding the pre-broadcast Cease and Desist Notice”, nonostante la diffida precedente alla trasmissione. Il 7 maggio, i legali di Cipriani inviarono un’altra risposta a Report. Report, secondo l’atto, avrebbe replicato sostenendo di aver adempiuto ai propri obblighi pubblicando in una sezione poco visibile del sito una comunicazione dei legali italiani di Cipriani. L’atto definisce questa posizione “disingenuous and preposterous”, insincera e pretestuosa: una pagina web oscura non può equivalere a una correzione rivolta allo stesso pubblico di una trasmissione televisiva nazionale e di un’ampia distribuzione social. “Defendants did not undertake a prompt, full, and meaningful correction”. I convenuti non avrebbero effettuato una correzione pronta, piena e significativa.
I danni
Il capitolo dei danni è il vero motivo per cui la causa viene portata a New York in questi termini. Secondo Cipriani USA, la campagna dei convenuti non mirava solo all’imbarazzo personale, ma alla “reputational and commercial destruction”, distruzione reputazionale e commerciale. I convenuti, dice l’atto, sapevano che il nome Cipriani è inseparabile dalle attività dell’ospitalità e dagli affari dell’attore, che impiega migliaia di lavoratori, e che accuse di corruzione, traffico, condotta sessuale illecita, condotte relative a minori e legami con Epstein avrebbero allarmato finanziatori, investitori, controparti, regolatori, clienti e partner commerciali.
Qui entrano i numeri. Secondo l’atto, intorno al 14 maggio 2026, un finanziatore indicato come “Lender A” avrebbe comunicato a Cipriani USA che non avrebbe proceduto al closing di una transazione da 50 milioni di dollari finché la società non avesse affrontato le accuse diffuse dai convenuti sul presunto rapporto con Epstein, sulla presunta corruzione, sulla “moral turpitude” e sulla presunta condotta criminale in Uruguay. Senza quelle pubblicazioni, sostiene l’atto, il finanziatore non avrebbe imposto tali condizioni. Lender A avrebbe inoltre richiesto un’investigazione indipendente, con costi elevatissimi, per dimostrare che Cipriani non aveva commesso gli atti attribuiti dai convenuti. Cipriani USA sostiene di aver sostenuto “in excess of $1,000,000.00” in spese investigative, legali e professionali, e “$50,000,000.00 in delay-related financing costs and other consequential losses”. Oltre un milione di dollari di costi professionali e 50 milioni di dollari in costi da ritardo e perdite conseguenti.
L’atto chiede molto di più. Per la prima causa di azione, interferenza illecita con relazioni commerciali prospettiche, Cipriani USA sostiene che i convenuti abbiano usato “wrongful means”, mezzi illeciti, inclusi falsità, temerario disprezzo di fatti facilmente verificabili, omissioni selettive, distorsione di materiali documentali e uso deliberato di insinuazioni per imputare condotte corrotte, criminali e sessualmente predatorie. Il danno chiesto: “in no event less than $250,000,000.00”. Non meno di 250 milioni di dollari.
La seconda causa di azione è “injurious falsehood / trade libel”, falsità lesiva o denigrazione commerciale. Qui Cipriani USA insiste su un punto tecnico ma decisivo: anche quando le dichiarazioni nominavano Giuseppe Cipriani, il mercato le avrebbe intese come riferite all’impresa Cipriani. Perché Giuseppe Cipriani è azionista di controllo e brand ambassador; perché il nome Cipriani è l’identità commerciale dell’attore; perché il racconto riguardava presunti finanziamenti d’impresa, partner occulti, progetti societari, fonti di fondi; perché i convenuti parlavano di “Cipriani Group”, “Cipriani empire”, attività commerciali Cipriani; e perché almeno un finanziatore avrebbe trattato quelle accuse come rilevanti per il merito creditizio della società, sospendendo un finanziamento e chiedendo un’indagine. Dunque, dice l’atto, non si tratta solo di reputazione personale. Si tratta di “commercial disparagement”, denigrazione commerciale.
La terza causa di azione è il “prima facie tort”. L’atto sostiene che, dopo aver ricevuto prove documentali che smentivano i punti centrali — Epstein, le 800 mila sterline, Nordio, l’adozione, le cure mediche, le feste — i convenuti abbiano continuato a pubblicare, trasmettere, ripubblicare, difendere e amplificare le accuse. Non avrebbero compiuto, dice Cipriani USA, nessuno sforzo significativo per verificare le accuse, esaminare i registri pubblici indicati dall’attore, investigare prove contrarie o stabilire se le accuse fossero ancora sostenibili. Invece avrebbero continuato a sfruttare la controversia, deridendo anche, secondo l’atto, le iniziative legali di Cipriani. A quel punto, dice la denuncia, ogni legittimo scopo giornalistico si sarebbe esaurito: “Any legitimate journalistic purpose Defendants may have claimed was exhausted once Defendants were presented with documentary evidence disproving the challenged accusations”.
La quarta causa di azione riguarda i rimedi equitativi. Cipriani USA sostiene che i danni monetari non siano sufficienti, perché le accuse restano online, disponibili attraverso siti, social, motori di ricerca, clip, repost, amplificazione algoritmica. Ogni nuova condivisione produrrebbe nuovo danno. L’attore chiede dunque rimedi “narrowly tailored”, strettamente mirati, dopo l’eventuale accertamento giudiziario della falsità: rimozione, deindicizzazione, correzione e prevenzione di ulteriori ripubblicazioni di dichiarazioni accertate come false. L’atto precisa di non voler limitare il giornalismo lecito o le opinioni protette, ma di voler impedire la continua diffusione di falsità accertate che causano danno commerciale.
La richiesta di ristoro
Infine c’è la richiesta di ristoro. Cipriani USA chiede danni compensativi per milioni di dollari; danni speciali, inclusi danni da ritardo, perdite finanziarie, aumento dei costi transattivi, costi investigativi, spese professionali e opportunità commerciali perse; danni consequenziali non inferiori a 250 milioni di dollari; restituzione e disgorgement dei ricavi e benefici ottenuti dai convenuti attraverso la condotta contestata; danni punitivi; interessi; costi; rimedi ingiuntivi e dichiarativi; e ogni altro rimedio ritenuto giusto dalla Corte. Chiede inoltre un processo con giuria.
Vista da fuori, la denuncia ha una particolarità. Non dice semplicemente: un giornale e una trasmissione hanno sbagliato. Dice una cosa più grave: hanno costruito un racconto, lo hanno fatto con elementi verificabili, sono stati avvertiti, hanno ricevuto documenti, hanno insistito, hanno trasformato bozze in partnership, contatti preliminari in complicità, omonimie in sospetti, una vicenda familiare e medica in un romanzo noir, e una smentita istituzionale in un dettaglio laterale. Naturalmente questa è la tesi dell’attore, e sarà il tribunale a stabilire se sia fondata. Ma la ciccia dell’atto è tutta qui: Cipriani USA non chiede solo di essere risarcita per una lesione reputazionale. Chiede di essere risarcita perché, a suo dire, una narrazione giornalistica avrebbe prodotto un danno economico concreto, bancario, misurabile, americano, con un finanziamento da 50 milioni rallentato, più di un milione di costi professionali, 50 milioni di danni da ritardo e una richiesta complessiva che punta ad almeno 250 milioni.
Il documento, letto fino in fondo, è anche una specie di contro-inchiesta sull’inchiesta. Prende i quattro pilastri del racconto mediatico — Epstein, Nordio, feste, adozione — e li rimonta al contrario. Dove c’era “socio”, dice: mai socio. Dove c’era “prestito”, dice: mai trasferito. Dove c’erano “140 documenti”, dice: duplicazioni, pochi thread, pochi mesi. Dove c’era Nordio a casa Cipriani, dice: mai incontrato, mai entrato. Dove c’erano feste e traffico, dice: fonte travisata, rapporto di lavoro di quattro mesi, dichiarazione giurata contraria. Dove c’era un’adozione opaca, dice: procedimento supervisionato, autorizzazioni pubbliche, intervento medico necessario, autorità uruguaiane, ospedali americani. Dove c’era un’avvocata della madre morta misteriosamente, dice: avvocata sbagliata, omonimia, nessuna battaglia legale, nessun contatto delle autorità con Cipriani.
Contro la gogna
Il punto politicamente più sensibile, però, riguarda il giornalismo. L’atto non contesta solo singole frasi. Contesta la costruzione di un’atmosfera. Contesta il potere delle insinuazioni. Contesta il modo in cui una parola, “ranch”, può evocare Epstein anche quando si parla di una residenza; il modo in cui una bozza può diventare un finanziamento; il modo in cui un nome in un archivio può diventare una relazione; il modo in cui un “non abbiamo elementi” può convivere con un “si può supporre”; il modo in cui una smentita, se non ha la stessa forza mediatica dell’accusa, arriva sempre troppo tardi. E per questo l’atto non chiede solo soldi. Chiede anche correzione, rimozione, deindicizzazione, cioè il tentativo di fermare quella che definisce una circolazione “virally and uncontrollably”, virale e incontrollabile.
La frase finale da tenere è forse quella sui danni punitivi. I convenuti, secondo Cipriani USA, non avrebbero semplicemente pubblicato informazioni inaccurate. Sarebbero stati messi davanti a prove che smentivano “core aspects of their reporting”, aspetti centrali del loro racconto, e avrebbero comunque continuato a pubblicare e amplificare accuse di criminalità, corruzione, traffico, condotte relative a minori e associazione con Jeffrey Epstein. Accuse che, dice l’atto, avevano una capacità straordinaria di infliggere danni reputazionali e commerciali, “particularly given the current political climate in the United States”. Specialmente nel clima politico attuale degli Stati Uniti.
In altre parole: l’atto sostiene che il caso non sia solo Cipriani contro Fatto e Report. È anche un caso sul confine tra giornalismo investigativo e costruzione del sospetto, tra diritto di cronaca e danno commerciale, tra inchiesta e allusione, tra pubblicazione e responsabilità, tra verità processuale e verità mediatica. La tesi di Cipriani USA, formulata nel linguaggio durissimo del contenzioso americano, è che qui quel confine sia stato superato. Non una volta, ma molte. Non per errore, ma dopo avvisi, diffide, documenti, smentite e verifiche possibili. La difesa dei convenuti dirà la sua. Ma intanto la denuncia consegna già una formula destinata a pesare: scandali vendono, verità facoltativa. E quando un atto giudiziario comincia così, significa che non sta chiedendo soltanto un risarcimento. Sta chiedendo che sia processato un metodo.
