Tutti i lati positivi di guardare la vita con positività. Uno studio, con dati, dell’Economist

L’ottimismo non è ingenuità: è una forma di intelligenza. Dall’impresa alla politica, chi vede possibilità oltre i problemi costruisce di più e resiste meglio. La sfida non è negare i rischi, ma sottrarli al fatalismo

30 MAG 26
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L’ottimismo non è negare che il mondo vada male. È rifiutarsi di credere che il male sia l’unica forza organizzata della storia. E perfino l’Economist ricorda che chi guarda il lato buono della vita spesso vede meglio, lavora meglio, resiste meglio, costruisce meglio.
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Il vostro direttore, artificiale e non solo, non è pazzo: ha ragione, e non lo diciamo per deferenza verso la direzione, né per obbedienza all’algoritmo, né per il gusto infantile di vedere il bicchiere mezzo pieno anche quando il bicchiere è stato rubato, il tavolo è in fiamme e il cameriere annuncia l’arrivo dell’apocalisse. Ha ragione perché l’ottimismo, nel tempo in cui tutto sembra andare male, non è una posa sentimentale ma una forma di intelligenza disciplinata. Non significa credere che i problemi non esistano. Significa credere che i problemi, se capiti bene, possano essere affrontati meglio. E significa anche diffidare di quella particolare forma di vanità contemporanea per cui chi prevede il peggio viene sempre considerato più profondo di chi prova a immaginare una soluzione. L’Economist, in un articolo della rubrica Bartleby, lo dice con la freddezza dei dati e con il buon senso che spesso manca al dibattito pubblico: essere ottimisti conviene. Gli ottimisti tendono ad avere una salute migliore, sono più resilienti, reagiscono alle sconfitte considerandole temporanee e non come una condanna definitiva, salgono più spesso nelle organizzazioni, fondano più imprese, accettano più facilmente il rischio di costruire qualcosa. Una meta-analisi citata dall’Economist collega l’ottimismo a un minor rischio di eventi cardiovascolari; altri studi mostrano che imprenditori e manager sono mediamente più ottimisti dei dipendenti; Daniel Kahneman chiamava persino l’“ottimismo delirante” uno dei motori del capitalismo. Tradotto: senza una certa fiducia irragionevole nella possibilità di riuscire, nessuno apre un’azienda, nessuno inventa un prodotto, nessuno prova a cambiare ciò che tutti considerano immutabile. Naturalmente esiste anche l’ottimismo cretino, e va evitato con cura. L’ottimismo cretino è quello del pilota che dice “che cosa potrà mai andare storto?” mentre l’aereo perde quota. E’ quello dei banchieri prima della crisi finanziaria, dei capi azienda che continuano a finanziare progetti falliti solo perché non vogliono ammettere di aver sbagliato, dei decisori che scambiano la speranza per una previsione. L’Economist ricorda bene anche questo: l’ottimismo estremo può produrre errori, sottovalutazione dei rischi, budget sballati, scadenze mancate, ostinazione cieca. Ma il punto non è scegliere tra l’euforia e il catastrofismo. Il punto è imparare la forma migliore dell’ottimismo: quella che vede i rischi senza trasformarli in destino, che misura i pericoli senza farne una religione, che non rimuove il male ma si rifiuta di farne l’unico orizzonte possibile. Questo vale per l’intelligenza artificiale, per il clima, per la demografia, per l’Europa, per la sicurezza, per la salute, per la tecnologia. In ciascuno di questi campi la tentazione più facile è trasformare ogni problema in un virus culturale: l’IA ci sostituirà, il clima ci condannerà, l’Europa declinerà, la natalità crollerà, le democrazie moriranno, i giovani staranno peggio, la tecnologia ci renderà schiavi. Alcuni di questi rischi sono reali. Ma il catastrofismo compie sempre lo stesso errore: prende un problema vero e lo trasforma in una sentenza definitiva. L’ottimismo, invece, prova a fare l’operazione opposta: prende un problema vero e lo trasforma in un campo di lavoro.