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La Cina nel motore dell'Ue
Così l’auto elettrica sta spostando il baricentro industriale verso Pechino. La sfida europea
30 MAG 26

Immagine realizzata con ChatGpt
La notizia non è soltanto che sempre più auto cinesi arrivano sulle strade europee. La notizia, più sottile e forse più importante, è che sempre più auto europee, giapponesi o americane rischiano di diventare, almeno in parte, auto fatte in Cina. Non solo marchi cinesi che esportano in Europa, dunque, ma grandi case occidentali che usano la Cina come piattaforma produttiva, tecnologica e industriale per vendere nel resto del mondo. Il Financial Times racconta questo passaggio partendo da un caso simbolico: Stellantis, proprietaria di Jeep, lavora con Dongfeng per produrre una nuova Jeep elettrica destinata non solo alla Cina ma anche al medio oriente e al sud-est asiatico. E non è un’eccezione: Volkswagen, BMW, Nissan, Hyundai e altri gruppi stanno guardando alle fabbriche cinesi come a basi di esportazione, non più soltanto come strumenti per servire il mercato locale.
Il motivo è semplice, e non ha nulla di ideologico. La Cina oggi offre una combinazione che l’industria automobilistica europea fatica a replicare: costi più bassi, catene di fornitura complete, batterie più economiche, capacità produttiva enorme, velocità nello sviluppo dei modelli, competenze crescenti sul software. Produrre un Suv piccolo, elettrico o a benzina, in Cina può costare almeno il trenta per cento in meno rispetto alle economie avanzate; dirigenti Volkswagen hanno detto di poter produrre un’elettrica in Cina alla metà del costo sostenuto altrove. Dentro questa differenza c’è il cuore del problema europeo: la transizione all’elettrico è costosa, i margini sono sotto pressione, la domanda interna non sempre tiene il passo, e le fabbriche in Europa spesso lavorano sotto capacità. Qui comincia il dilemma europeo.
Da un lato, usare la Cina può aiutare i gruppi europei a sopravvivere nella fase più difficile della transizione elettrica. Può abbassare i costi, rendere i modelli più competitivi, evitare che i marchi cinesi conquistino interamente il mercato delle auto accessibili. Dall’altro lato, però, ogni auto europea prodotta in Cina rischia di sottrarre lavoro, investimenti, competenze e capacità industriale all’Europa. Il rischio non è solo perdere stabilimenti. Il rischio è perdere il sapere che sta dentro gli stabilimenti: ingegneria, batterie, software, elettronica, sistemi di guida assistita, piattaforme digitali.
Se l’Europa mantiene il marchio ma perde la tecnologia, conserva la vetrina ma svuota il retrobottega. Il punto, dunque, non è scegliere tra apertura e chiusura. Il punto è capire che la neutralità industriale non esiste. Se l’Europa vuole continuare ad avere un’industria dell’auto, deve decidere che cosa vuole produrre in casa, quali tecnologie considera strategiche, quali dipendenze può accettare e quali no. Può collaborare con la Cina, ma non può trasformare la collaborazione in resa. Può usare componenti cinesi, ma non può scoprire troppo tardi di non sapere più costruire un’auto elettrica senza Pechino. Può difendere i consumatori con prezzi più bassi, ma non può dimenticare che dietro un prezzo più basso può esserci un costo industriale più alto. Quello che accade sull’auto è una lezione più generale per l’Europa.
La transizione verde non basta proclamarla: bisogna saperla produrre. La sovranità non basta invocarla: bisogna finanziarla, organizzarla, renderla competitiva. E l’industria non si salva con i dazi da soli, ma nemmeno con l’ingenuità di chi pensa che le catene del valore siano sempre neutre. Le auto europee fatte in Cina raccontano questo: nel mondo nuovo, il problema non è soltanto chi vende di più. E’ chi decide gli standard, chi possiede la tecnologia, chi controlla le fabbriche, chi accumula competenze.