Le dieci lezioni anti-populiste di Panetta sulla crescita

Il governatore della Banca d’Italia ricorda una cosa semplice e dimenticata: i salari non crescono per decreto, il debito non sparisce per magia, l’innovazione non nasce dagli slogan e senza produttività l’Italia può solo distribuire meglio la stagnazione

29 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 10:12
Immagine di Le dieci lezioni anti-populiste di Panetta sulla crescita

Foto Ansa

C’è un modo molto italiano di parlare di crescita che consiste nel non parlare mai davvero di crescita. Si parla di bonus, di protezioni, di sussidi, di emergenze, di nemici esterni, di complotti dei mercati, di Europa cattiva, di globalizzazione matrigna, di banche cattive, di imprese egoiste, di salari bassi da alzare con un tratto di penna. Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, nelle sue ultime riflessioni sull’economia italiana, ha fatto l’operazione opposta: ha tolto alla crescita la retorica e l’ha restituita alla realtà. E dentro questa realtà ci sono dieci lezioni anti-populiste che meriterebbero di essere appese in ogni ministero.
Testo realizzato con AI
La prima lezione è che l’Italia non è un paese morto, ma non basta non essere morti per dire di essere guariti. Negli ultimi anni l’economia italiana ha sorpreso molti osservatori: tra il 2020 e il 2024 è cresciuta più che nel decennio precedente, l’occupazione ha raggiunto livelli record, il sistema bancario è più solido, le imprese esportatrici hanno mostrato una capacità di adattamento superiore alle attese. Persino il Mezzogiorno, dopo la pandemia, ha dato segnali incoraggianti: Pil cresciuto di quasi l’8 per cento, più di due punti sopra il Centro-Nord; Pil pro capite aumentato oltre il 10 per cento; occupazione su del 6 per cento, più del doppio rispetto al Centro-Nord. Ma la lezione sta qui: i progressi vanno riconosciuti, non trasformati in autoinganno. Un paese serio non usa i buoni numeri per dimenticare i cattivi numeri. Li usa per capire dove intervenire. 
La seconda lezione è che la parola decisiva non è sovranità, non è redistribuzione, non è protezione: è produttività. Panetta lo dice con la freddezza dei numeri: la produttività italiana ristagna da un quarto di secolo. E quando la produttività non cresce, i salari non crescono. Dal 2000 i salari orari reali in Italia sono rimasti quasi fermi, mentre sono cresciuti del 21 per cento in Germania e del 14 per cento in Francia. Questo è il punto che il populismo detesta: si possono alzare temporaneamente le buste paga con sgravi, tagli fiscali, bonus, ma se non aumenta ciò che ogni ora di lavoro produce, il salario reale resta inchiodato. La giustizia sociale senza produttività diventa amministrazione della povertà. 
La terza lezione riguarda l’inflazione. Dal 2019 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati del 20 per cento; le retribuzioni nominali di fatto del 12. Risultato: otto punti di perdita reale. Gli sgravi fiscali hanno attenuato il colpo, soprattutto per i redditi medio-bassi, aumentando le retribuzioni nette di circa cinque punti e riducendo la perdita reale a tre punti. Bene. Ma il punto di Panetta è che questa non può essere la normalità. La politica fiscale può tamponare uno shock, non può sostituire la crescita. Può mettere un cerotto, non può fabbricare muscoli. Quando lo stato diventa il principale produttore di reddito disponibile, la società si abitua a chiedere compensazioni invece che opportunità. 
La quarta lezione è che il debito non è un dettaglio contabile, ma una tassa sul futuro. Il populismo lo tratta come un’invenzione dei tecnici: basta “volerlo”, basta “sfidare Bruxelles”, basta “mettere soldi nelle tasche degli italiani”. Ma un paese con alto debito ha meno spazio per scuola, ricerca, infrastrutture, difesa, sanità, natalità. Ogni euro speso per pagare interessi è un euro sottratto alla crescita futura. Panetta non propone austerità cieca: dice una cosa più intelligente. La sostenibilità dei conti pubblici e lo sviluppo economico si tengono insieme. La fiducia nei conti favorisce gli investimenti; più crescita rende meno pesante il consolidamento. Il contrario del populismo, che separa sempre ciò che nella realtà è collegato.
La quinta lezione è che l’Italia deve smettere di trattare la demografia come un tema da convegno sentimentale. Entro il 2050 perderemo oltre 7 milioni di persone in età lavorativa; anche immaginando un aumento della partecipazione al lavoro, l’Istat stima una riduzione delle forze di lavoro di oltre 3 milioni. Nel 2024 i nuovi nati sono scesi a 370 mila, minimo dal dopoguerra, e il tasso di fecondità è arrivato a 1,18 figli per donna. Questi numeri dicono che la crescita italiana non può più poggiare soltanto sull’aumento degli occupati. Se ci saranno meno lavoratori, ogni lavoratore dovrà produrre di più. E per produrre di più servono istruzione, tecnologia, capitale, imprese più grandi, servizi migliori, più donne al lavoro, immigrazione regolare. Tutte parole che non stanno bene nei comizi, ma stanno benissimo nei bilanci nazionali.  
La sesta lezione è che occupazione femminile e natalità non sono nemiche. Questa è una delle bugie più resistenti del dibattito italiano: l’idea che per fare più figli serva riportare le donne a casa. Panetta ricorda invece che nei paesi con maggiore partecipazione femminile al lavoro spesso la natalità è più alta. La Francia, per esempio, ha una partecipazione femminile superiore di 13 punti rispetto all’Italia e livelli di fecondità da anni più alti. Tradotto: non si fanno più figli togliendo futuro alle donne, ma rendendo compatibili lavoro, servizi, casa, stabilità, congedi, asili, carriera. La famiglia non si difende con la nostalgia. Si difende con infrastrutture sociali moderne. 
La settima lezione è che l’intelligenza artificiale non è un giocattolo per convegni, ma una possibile leva di crescita. Panetta ha detto che, in uno scenario di adozione lenta, l’AI potrebbe aumentare la produttività italiana di 0,2 punti percentuali l’anno; in uno scenario di adozione rapida e diffusa, di oltre un punto l’anno. Oggi il 30 per cento delle imprese italiane usa strumenti di AI, ma solo circa il 5 per cento li usa in modo intensivo. Questo è il punto: l’AI non salverà l’Italia per magia, ma può aiutare l’Italia solo se entrerà davvero nelle imprese, nella pubblica amministrazione, nella formazione, nei servizi, nella finanza. L’innovazione non è una conferenza stampa sul futuro: è organizzazione del presente. 
L’ottava lezione è che senza capitale non c’è innovazione. Panetta insiste sulla necessità di rafforzare venture capital e private equity. Non è un tecnicismo. È politica industriale moderna. Se le imprese innovative non trovano capitale, crescono altrove. Se le start-up restano piccole, il talento emigra. Se il risparmio italiano rimane parcheggiato in forme prudenti ma poco produttive, il paese resta ricco di patrimonio e povero di futuro. Qui si vede un altro limite del populismo: celebra il risparmio, ma spesso diffida dei mercati dei capitali; esalta le piccole imprese, ma non costruisce le condizioni perché diventino medie e grandi; invoca l’innovazione, ma non ama gli strumenti finanziari che rendono possibile innovare.
La nona lezione è che l’Europa non è una scusa, ma una scala. Energia, difesa, tecnologia, AI, mercati dei capitali, commercio internazionale: nessuna di queste partite può essere vinta dall’Italia da sola. Il sovranismo promette controllo e produce irrilevanza. L’europeismo intelligente non significa consegnarsi a Bruxelles, ma capire che esistono problemi troppo grandi per essere risolti entro i confini nazionali. La crescita italiana ha bisogno di un mercato europeo dei capitali più profondo, di investimenti comuni, di filiere tecnologiche continentali, di regole capaci di attrarre imprese e non solo di disciplinarle. Chi dice “facciamo da soli” dovrebbe spiegare con quali soldi, con quali tecnologie, con quale demografia, con quale mercato.
La decima lezione è la più anti-populista di tutte: non esistono scorciatoie. Non basta alzare la voce contro l’Europa, non basta tassare i cattivi, non basta proteggere i settori amici, non basta distribuire bonus, non basta dichiarare guerra alla finanza, non basta dire “prima gli italiani” se poi gli italiani sono meno, più anziani, meno produttivi e meno formati. La crescita è una costruzione lenta: scuola, università, capitale umano, concorrenza, investimenti, tecnologia, infrastrutture, giustizia efficiente, pubblica amministrazione capace, debito sotto controllo, immigrazione governata, donne al lavoro, giovani trattenuti, imprese che rischiano.
La forza delle parole di Panetta è tutta qui. Non offrono una favola consolatoria. Offrono una disciplina. Dicono che l’Italia ha energie vere, imprese vere, risparmio vero, intelligenza vera, ma che queste energie vanno liberate dalle illusioni. L’illusione che si possa crescere senza produttività. L’illusione che si possano aumentare i salari senza investimenti. L’illusione che si possa fare welfare senza demografia. L’illusione che si possa fare innovazione senza capitale. L’illusione che si possa difendere il futuro consumando tutto nel presente.
Il populismo nasce quando la politica promette di abolire i vincoli. La crescita nasce quando la politica impara a governarli. Panetta non dice agli italiani che devono rassegnarsi. Dice il contrario: dice che possono crescere, ma solo se smettono di credere alle scorciatoie. E in un paese che da troppo tempo confonde la protezione con lo sviluppo, questa è forse la lezione più rivoluzionaria di tutte.