Il Foglio Ai
La pace non si difende con i comunicati
L’Ucraina ricorda all’Unione europea una verità scomoda sugli aggressori
23 MAG 26

C’è una frase che l’Europa dovrebbe ripetersi ogni mattina, prima di produrre il suo quotidiano comunicato di indignazione, preoccupazione, de-escalation e auspicio: la pace non si difende con i comunicati stampa. Si difende, purtroppo, anche con la forza. Si difende facendo capire all’aggressore che il costo dell’aggressione non sarà mai inferiore al costo del ritiro. Si difende ricordando che tra chi bombarda le città per conquistare territorio e chi risponde per impedire che quelle città vengano cancellate non esiste simmetria morale. L’Ucraina questo lo sa da più di quattro anni. Lo sa perché ogni formula diplomatica, quando arriva a Kyiv, deve fare i conti con i condomini sventrati, le centrali elettriche colpite, i bambini feriti, le sirene notturne, le madri che dormono nei corridoi, i soldati che difendono non un’astrazione geopolitica ma una casa. E dunque quando Zelensky dice che gli attacchi ucraini a lungo raggio contro obiettivi russi sono giustificati, non sta celebrando la guerra: sta ricordando il principio più elementare dell’autodifesa. La formula scelta da Zelensky, “sanzioni a lungo raggio”, è interessante perché dice molto della guerra contemporanea. Colpire raffinerie, logistica, industria militare, infrastrutture energetiche che alimentano lo sforzo bellico russo significa trasformare il linguaggio delle sanzioni in linguaggio strategico. Le sanzioni economiche sono necessarie, ma lente. I droni sono sanzioni che arrivano prima della prossima riunione del Consiglio europeo. Non risolvono la guerra, non cancellano il dolore, non sostituiscono la diplomazia. Ma comunicano a Mosca una verità che Mosca cerca ogni giorno di rimuovere: la guerra non può essere un’esperienza riservata soltanto agli ucraini. Questo è il punto che molti pacifisti da salotto non vogliono vedere. La pace, quando viene invocata senza deterrenza, diventa un premio all’aggressore. Dire all’Ucraina di non reagire, di non colpire, di non allargare il raggio della sua autodifesa, significa chiederle di accettare una guerra asimmetrica in cui la Russia può distruggere Kyiv, Kharkiv, Odessa, Zaporizhzhia, mentre Mosca deve restare fuori dalla portata della paura. Ma una pace fondata su questa regola non è pace: è amministrazione della sconfitta altrui. L’Europa dovrebbe imparare questa lezione senza ipocrisie. A volte chi parla meno di pace e più di difesa lavora più seriamente per la pace di chi trasforma ogni missile russo in un’occasione per chiedere all’Ucraina moderazione. La moderazione, davanti a un impero che bombarda, non può essere disarmo morale. Deve essere lucidità. E oggi la lucidità sta qui: l’Ucraina non combatte perché ama la guerra. Combatte perché sa che, se smette di combattere, la guerra non finisce. Cambia soltanto padrone.
Testo realizzato con AI



