Il paradosso più interessante di Giorgia Meloni ne “La marcia sul posto” di Valerio Valentini

Non la furia, ma la prudenza: il vero limite del melonismo non è il rischio di rottura, ma l’occasione sprecata di usare un potere ampio per cambiare davvero il paese

23 MAG 26
Immagine di Il paradosso più interessante di Giorgia Meloni ne “La marcia sul posto” di Valerio Valentini

Foto Ansa

Il libro di Valerio Valentini su Giorgia Meloni illumina il principale problema del melonismo meglio di molte polemiche sul fascismo eterno, sul sovranismo al governo, sulla destra che cambia pelle, sull’estrema destra che si normalizza, sulla normalità che diventa estremismo. Il punto, suggerisce Valentini fin dal titolo, non è la marcia su Roma. E’ La marcia sul posto. Non è il pericolo di un governo che travolge tutto. E’ il paradosso di un governo che, avendo una forza politica rara, una maggioranza solida, un’opposizione sbriciolata, una stabilità quasi inedita nella storia repubblicana, sceglie di trasformare la stabilità non in energia, ma in conservazione. Non in riforma. In crioterapia. La scena iniziale del libro, quella della cabina del freddo, è più di un espediente narrativo. E’ una metafora politica riuscita. Meloni non è Renzi, non è l’uomo della velocità, dell’azzardo, della riforma come adrenalina, dell’annuncio come carburante. Meloni è il contrario: è la leader che ha capito che, in un paese stanco, impaurito, traumatizzato da crisi, pandemia, guerre, inflazione, debito, la promessa più potente non è “cambierò tutto”, ma “non vi farò saltare per aria”. E in questo c’è stata una grande intuizione. Dopo anni di governi fragili, ribaltoni, emergenze, commissariamenti, maggioranze innaturali, il semplice fatto di durare è apparso a molti come una rivoluzione. Ma qui nasce il problema. Perché se durare diventa il fine, e non il mezzo, la stabilità smette di essere una virtù e diventa un alibi.
Testo realizzato con AI
La tesi più forte del libro è questa: il dramma del melonismo non sta nelle cose che Meloni fa, ma nelle cose che non fa. Non sta nel colpo di mano, ma nell’occasione mancata. Non sta nell’autoritarismo dispiegato, ma nell’immobilismo mascherato da prudenza. Non sta nella rottura dell’ordine repubblicano, che non c’è stata, ma nell’uso minimo di un potere massimo. Valentini lo dice con una formula che vale da sola un editoriale: “Potevamo, ma abbiamo preferito di no”. Il caso più evidente è l’economia. Meloni ha avuto un merito indiscutibile: non ha fatto molte delle cose che aveva promesso. Lo stesso vale per l’Europa. Meloni ha smentito chi immaginava l’Italia isolata, appestata, esclusa dai tavoli che contano. Ma il punto non è solo essere rimasti seduti al tavolo, il punto è che cosa si ottiene. E il bilancio, se misurato non sulle paure degli avversari ma sulle possibilità reali, diventa più modesto. Il libro di Valentini è prezioso perché non cade nella tentazione pigra di raccontare Meloni come una caricatura. Anzi, ne riconosce la forza: l’intelligenza tattica, la disciplina, la capacità di leggere il tempo politico, la bravura nel tenere insieme contraddizioni che avrebbero distrutto altri leader. Il suo talento è stare in equilibrio. Il suo limite è aver trasformato l’equilibrio in immobilità. E qui il libro illumina anche una responsabilità più larga: quella dell’Italia che si accontenta. C’è un pezzo di borghesia, di impresa, di informazione, di potere, che davanti a Meloni ha seguito il riflesso antico del “poteva andare peggio”. Doveva arrivare il disastro, non è arrivato: dunque applausi. Doveva arrivare la rivoluzione nera, non è arrivata: dunque sollievo. Ma un paese serio non giudica un governo solo sulla base delle catastrofi evitate. Lo giudica sulle opportunità colte. E il grande problema del melonismo è che la sua migliore difesa coincide con la sua più grave accusa: non ha fatto danni enormi perché ha fatto molto meno di ciò che avrebbe potuto fare.