La guerra spiegata agli adulti nella lezione del Wall Street Journal

Slogan, improvvisazioni e dichiarazioni sparse. La guerra si spiega, non si vende: Kennedy e Reagan lo sapevano. Oggi il linguaggio sobrio della democrazia sembra quasi una scoperta rivoluzionaria

28 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:14
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C’è un modo serio per parlare di guerra, e il fatto che oggi sembri quasi una scoperta dice molto del tempo in cui viviamo. Un tempo in cui la guerra viene spesso raccontata o con la retorica muscolare di chi la trasforma in prova di virilità politica, o con il panico di chi la descrive come fine del mondo imminente, o con il linguaggio intermittente dei social, dove ogni frase è pensata più per produrre una reazione che per costruire una comprensione. In mezzo a questi due estremi – la retorica e l’isteria – esiste però un’altra strada: parlare ai cittadini come si parla agli adulti. Non vendere la guerra, non occultarla, non gonfiarla, non minimizzarla. Spiegarla. E’ questa la lezione, molto preziosa, contenuta in un articolo del Wall Street Journal firmato da Peggy Noonan, che parte da un’idea semplice: nei momenti gravi, la forma della comunicazione non è un accessorio, è parte della sostanza politica. Noonan ricorda due esempi americani, diversi per peso storico ma simili per metodo: John Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba e Ronald Reagan durante l’intervento a Grenada. Nel primo caso, l’America era davanti a una crisi nucleare. Nel secondo, davanti a un’operazione militare molto più limitata. Ma in entrambi i casi il presidente fece una cosa che oggi appare quasi rivoluzionaria: si mise davanti ai cittadini e spiegò. Kennedy disse quali informazioni erano state raccolte, quale minaccia era stata individuata, quale ragionamento aveva portato l’amministrazione a scegliere una “quarantena” navale attorno a Cuba, quali sarebbero state le conseguenze di un eventuale attacco sovietico. Reagan spiegò perché era necessario intervenire a Grenada: proteggere cittadini americani, evitare il caos, impedire la trasformazione dell’isola in un avamposto sovietico-cubano e ripristinare istituzioni democratiche. La grande lezione non è che quei presidenti avessero sempre ragione. La lezione è che capivano una cosa fondamentale: non si può chiedere a una nazione di sostenere un’azione militare senza darle prima un fondamento retorico, cioè civile, razionale, democratico. Noonan lo dice con chiarezza: non si porta un paese alla guerra senza questo presupposto. Il punto riguarda naturalmente Trump, accusato dal Wsj di non aver saputo offrire agli americani una spiegazione solenne e completa della guerra con l’Iran: qualche dichiarazione dal podio, qualche risposta estemporanea ai giornalisti, ma nulla che somigli a un discorso costruito, a una vera architettura del consenso. E infatti la domanda rimane sospesa: perché ora? Qual è il piano? Qual è l’obiettivo realistico? Quale sarebbe il punto di uscita? Sono domande che in democrazia non possono essere liquidate come fastidiose, né consegnate al sospetto che chi le pone sia debole, disfattista o complice del nemico. Parlare di guerra senza retorica significa non trasformare ogni dubbio in tradimento. E trattare i cittadini da adulti significa riconoscere che possono reggere la complessità, se la politica ha il coraggio di offrirgliela. Un popolo non ha bisogno di essere sedotto con slogan, né anestetizzato con rassicurazioni fasulle, né terrorizzato con apocalissi quotidiane. Ha bisogno di capire. Di sapere quali sono gli interessi in gioco, quali alternative sono state considerate, quali costi si è disposti a sostenere e quali costi invece non si è disposti a pagare. La guerra, proprio perché è la più grave delle decisioni politiche, impone il linguaggio più sobrio. Non quello più povero, ma quello più esatto. Non quello più emotivo, ma quello più responsabile. Le parole, in questi casi, non servono a coprire i fatti: servono a metterli in ordine. E una democrazia si misura anche da questo: dalla capacità dei suoi leader di dire ai cittadini non “fidatevi di me”, ma “seguite il mio ragionamento”.