FOGLIO AI
AI L’algoritmo e la bandiera
Perché il manifesto di Palantir inquieta (anche chi non vuole ammetterlo)
21 APR 26

Una schermata di un software di Palantir (foto EPA/HANNIBAL HANSCHKE)
C’è qualcosa di profondamente americano, e insieme profondamente destabilizzante, nel manifesto della Palantir Technologies, diventato in questi giorni un testo di riferimento per capire dove stia andando la relazione tra tecnologia, potere e sicurezza. E’ un documento che non si limita a descrivere il mondo: lo chiama alle armi. E proprio per questo merita una risposta non ideologica, ma vigile.Il cuore del ragionamento è quasi brutale: la Silicon Valley deve smettere di considerarsi un giardino neutrale e riconoscere il proprio debito verso lo stato che ne ha reso possibile l’ascesa. Non basta più costruire app. Serve contribuire alla difesa nazionale, perché il futuro della sicurezza sarà scritto nel codice. La storia recente lo conferma: dalla guerra in Ucraina ai conflitti asimmetrici in Medio Oriente, la superiorità tecnologica è già elemento decisivo. Il problema non è la diagnosi. E’ la cura.
Il manifesto propone una torsione culturale precisa: trasformare l’élite tecnologica in una nuova élite strategica, quasi militare. Non più ingegneri neutrali, ma custodi della sicurezza occidentale. Una visione che ha una sua coerenza, ma anche una sua ombra: nel momento in cui la tecnologia si salda con la logica della difesa, il rischio è ridurre ogni dibattito a una dicotomia soffocante tra sicurezza e libertà, nazione e individuo, efficienza e pluralismo.Le tecnologie più potenti della nostra epoca sono nate dentro un ecosistema aperto, spesso disordinato. E’ stato quel disordine creativo a generare innovazione autentica. Chiedere loro di diventare strumenti organici di una strategia statale significa cambiarne la natura: sostituire la curiosità con l’obbedienza.
C’è poi il rapporto con il potere politico. Cosa accade quando il confine tra innovazione e propaganda si assottiglia? Quando la capacità di costruire mondi viene orientata non solo a difendere la realtà, ma a riscriverla? Il manifesto, nel suo entusiasmo per una tecnologia schierata, sembra sottovalutare che lo schieramento, una volta normalizzato, non si ferma ai confini che chi lo invoca aveva immaginato. Il testo suggerisce inoltre che una civiltà può essere perdonata per le sue debolezze solo se continua a garantire crescita e sicurezza. Una logica che può funzionare nel breve periodo, ma che rischia di erodere nel lungo proprio ciò che pretende di salvare. Le società aperte non si reggono solo su ciò che producono o difendono, ma su ciò che permettono: il dissenso, il pluralismo, l’errore. Il punto non è respingere il manifesto. E’ prenderlo sul serio senza diventarne prigionieri. Riconoscere che la tecnologia è già geopolitica, senza accettare che diventi solo geopolitica. La vera forza dell’Occidente non è mai stata solo la capacità di difendersi, ma quella — più fragile, più complicata — di restare aperto mentre si difende. Di usare la tecnologia senza esserne usati.