Ghosting sovranista

Una fiction politico-sentimentale sul rapporto tra Matteo Salvini e Donald Trump: tra messaggi senza risposta e silenzi strategici, il “ghosting” diventa metafora delle nuove gerarchie del potere sovranista

18 APR 26
Immagine di Ghosting sovranista

Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini (foto ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

Testo realizzato con AI

C’è qualcosa di profondamente moderno, e anche un po’ crudele, nel non ricevere risposta. Ma quando il silenzio diventa geopolitico, quando il “visualizzato” si trasforma in dottrina, allora il dolore assume una forma nuova: quella del ghosting sovranista. Non è più solo una questione privata, ma una grammatica del potere: chi risponde esiste, chi tace definisce la gerarchia. Quello che segue è un esercizio di immaginazione, una piccola commedia epistolare. Nulla di reale, tutto verosimile. O quasi.
“Don, mi leggi?”
Caro Don, ti scrivo come sempre, anche se non so più se i miei messaggi ti arrivano. Ho controllato tre volte il telefono, quattro volte le impostazioni. Non sono stato bannato, giuro. Eppure non rispondi più. Ti ricordi quando condividevamo gli stessi slogan, le stesse battaglie, gli stessi nemici? Quando bastava un post per sentirci dalla stessa parte del mondo? Ora mi sembri lontano. Freddo. Come una riunione dell’Eurogruppo, ma con più followers. Ho visto che hai fatto un comizio ieri. Hai parlato di tutto: Cina, dazi, America first. Nemmeno una parola sull’Italia. Nemmeno una mezza citazione. Neanche un “my friend Matteo”. Ti sei dimenticato di me o hai solo cambiato algoritmo? Forse è solo una fase, mi dico. Forse stai testando nuove alleanze, nuovi equilibri. Ma il dubbio resta: in questa nuova versione di te, io ci sono ancora? Aspetto un tuo segnale. Anche un like. Anche distratto. Tuo (almeno per ora), Matteo Salvini
“Ho fatto tutto quello che potevo”
Caro Don, forse ho sbagliato qualcosa. Se è così, dimmelo. Io ho fatto tutto: ho difeso le frontiere, ho parlato il tuo linguaggio, ho persino cercato di adattarmi ai tuoi tempi, alle tue battaglie. Ho spiegato a tutti che eri un modello. Che rappresentavi una rivoluzione. Ho tradotto le tue parole, le ho rese digeribili, esportabili. Ti ho citato quando conveniva e anche quando non conveniva affatto. Ora però mi trovo a difendere un’assenza. Mi chiedono: “Ma ti risponde ancora?”. Io sorrido, cambio discorso, parlo di sicurezza, di porti, di numeri. Ma dentro mi chiedo: cosa è successo? E’ cambiato qualcosa o sono cambiato io? Oppure, più semplicemente, non servo più? Se vuoi prendere le distanze, dimmelo. Ma non lasciarmi così, sospeso tra un tweet e un ricordo, tra una dichiarazione e un silenzio che pesa più di mille parole.
Con rispetto (e un filo di ansia da notifica), Matteo
“Ti vedo online”
Caro Don, non è vero che non hai tempo. Ti vedo online. So che sei online. Rispondi a tutti: ai governatori, ai commentatori, perfino a quelli che ti criticano. Solo con me, silenzio. Non pretendo molto. Non chiedo una dichiarazione ufficiale, né una foto insieme. Mi basterebbe un segnale umano. Un “come stai?”. Un “resisti”. Anche un “ok”, scritto senza pensarci troppo. Sai qual è la cosa peggiore? Non è il silenzio. E’ il dubbio. Il dubbio che tu abbia deciso che non servo più. Che la nostra stagione sia finita. Che io sia diventato, per te, un capitolo chiuso, archiviato senza nemmeno una nota a piè di pagina. Io invece continuo a rileggere i vecchi messaggi. Quelli in cui sembrava tutto possibile. Quelli in cui bastava una parola per sentirsi parte di qualcosa di più grande. E forse è proprio questo il punto: io sono rimasto lì, tu sei già altrove. Ancora qui, Matteo
“Forse è meglio così (ma non è vero)”
Caro Don, forse questo silenzio è una risposta. Forse dovevo capirlo prima. La politica, come l’amore, ha i suoi tempi. E i tempi, evidentemente, sono cambiati. Non ti scriverò più. O almeno, non subito. Proverò a voltare pagina. A costruire qualcosa di mio, senza aspettare un tuo cenno, senza controllare ogni notifica come fosse un segnale del destino.
Dirò a me stesso che è stato solo un passaggio, una stagione. Che le alleanze, come le storie, nascono e finiscono. Che non tutto deve durare per avere avuto senso. Ma sappi questo: se un giorno dovessi tornare, se un giorno dovessi scrivere anche solo una riga, io leggerò. Sempre. Anche tra le righe. Anche dove non c’è scritto nulla. Perché certe alleanze finiscono. Ma certe illusioni restano. E certe attese, anche quando sembrano concluse, non smettono davvero mai. Addio (o arrivederci), Matteo