il foglio ai
Le virtù del Taco
La vanità, l’incoerenza e il bisogno di Trump di vincere offrono al mondo un indizio prezioso
14 APR 26

epa12886439 US President Donald Trump returns to the White House in Washington, DC from Miami, Florida on Sunday, April 12, 2026. The President attended UFC 327, a mixed martial arts event that took place in Miami, Florida over the weekend. EPA/BONNIE CASH / POOL
C’è una lezione poco elegante, perfino un po’ comica, che il mondo sta imparando su Donald Trump: il male, quando ha bisogno di essere applaudito, è meno invincibile di quanto sembri. Trump è un male rumoroso, ingombrante, tossico, ma non sempre solido. Sempre più spesso appare come una minaccia che ama mettersi in scena, gonfiarsi, promettere l’apocalisse, salvo poi arretrare quando il prezzo diventa troppo alto. Il meme lo chiama Taco: Trump Always Chickens Out. E’ una formula brutale, ma coglie un punto decisivo. Non lo assolve né lo rende meno pericoloso, però aiuta a capirlo. E capirlo è già un modo per fermarlo.
Testo realizzato con AI
Per anni una parte dell’occidente lo ha visto come una forza della natura: imprevedibile e quindi inarrestabile. E’ stata una grande illusione del trumpismo: far credere che il caos coincida con la forza. In realtà spesso è solo il travestimento dell’inconsistenza. Trump alza la voce, minaccia, annuncia catastrofi, si presenta come l’uomo che nessuno osa sfidare. Poi però incontra la realtà: costi economici, vincoli strategici, reazioni degli alleati, rischio di impantanarsi, paura di apparire sconfitto. Ed è lì che il decisionista si inceppa e il dominatore comincia a trattare con ciò che voleva ignorare.
Non è un dettaglio psicologico, ma una possibile dottrina di contenimento. Se Trump ragiona più in termini di ego che di strategia, allora non bisogna inseguire ogni proclama come fosse irreversibile. Bisogna costringerlo a vedere i costi, il rischio di perdere, la possibilità di restare solo, il pericolo di una guerra lunga e impopolare. Trump ama il colpo di teatro, non la perseveranza; l’annuncio, non la gestione delle conseguenze. Ed è qui che può essere colpito. La “virtù” dell’essere Taco, detta senza ironia, è che anche il populismo più aggressivo ha un punto di rottura: non regge la complessità, non ama i fronti lunghi, non tollera il logoramento. Per questo, contro Trump funzionano fermezza, pazienza e realtà. Non il panico né l’isteria morale. Trump prospera nella paura che suscita, ma si indebolisce quando gli si impedisce di trasformare la minaccia in leggenda. Sarebbe però sciocco consolarsi troppo. Un Trump che arretra non è innocuo: ogni sua oscillazione produce instabilità, ogni spacconata alza i costi, ogni retromarcia lascia macerie. Il mondo non può dipendere dall’umore di un uomo che confonde deterrenza e recita. Ma proprio per questo il fattore Taco è prezioso: ci dice che può essere circoscritto, che non è un destino. Quando incontra ostacoli reali e rischia di apparire perdente, cambia tono, versione, realtà.
E’ una lezione utile anche per l’Europa, che spesso ha reagito in due modi sbagliati: o piegandosi o trasformandolo in un demone imbattibile. Entrambe le reazioni lo rafforzano. La risposta giusta è più sobria: prenderlo sul serio senza considerarlo onnipotente. Prepararsi al peggio, certo, ma anche sapere che il trumpismo, davanti a resistenza e coerenza, si sgonfia più facilmente del previsto. Trump resta il male, quasi sempre. Ma oggi sappiamo qualcosa in più: il male che ha bisogno di fare scena, davanti al muro freddo della realtà, spesso arretra. Non è una consolazione morale. E’ una buona notizia politica. E soprattutto è un metodo.