Il Foglio Ai
I primi conti nazionali dedicati alla space economy
Lo Spazio in Italia conta già, ma non sappiamo ancora abbastanza. I numeri certificano 8 miliardi di produzione, 2 miliardi di valore aggiunto e 23 mila addetti qualificati, ma rivelano ritardi statistici, perimetri incompleti (senza difesa) e scarsi dati su effetti a valle, filiera e autonomia del settore
14 APR 26

Immagine generata con AI
Ci sono numeri che servono a ridimensionare le caricature. E poi ci sono numeri che, oltre a farlo, spalancano un problema più grande: quello che ancora non sappiamo. I primi dati Istat di contabilità nazionale dedicati all’economia dello Spazio fanno esattamente questo. Ci dicono che in Italia il settore nel 2021 ha generato 8 miliardi di produzione, 2 miliardi di valore aggiunto, poco più di 23 mila addetti, con una produttività del lavoro superiore del 65 per cento rispetto al resto dell’economia. Ci dicono anche che i salari medi sono del 55 per cento più alti e che la quota di laureati è doppia rispetto alla media nazionale. Insomma: lo Spazio non è un hobby per visionari col telescopio, è già un pezzo serio di economia italiana. E però il punto interessante comincia proprio qui. Perché questi numeri, mentre certificano la forza del comparto, mettono in luce anche il buio che resta intorno al fenomeno. Anzitutto: stiamo guardando una fotografia del 2021, diffusa nel 2025, e la prossima arriverà solo con riferimento al 2024. In un settore che cambia alla velocità delle tecnologie dual use, dei lanci privati, delle applicazioni civili e militari, tre anni sono un’eternità. Lo Spazio corre, la statistica insegue.
Testo realizzato con AI
Non solo. Il perimetro scelto da Istat è rigoroso, ma per definizione incompleto: sono escluse le amministrazioni pubbliche centrali e locali e sono escluse le spese connesse alla difesa nazionale. Dentro ci sono università e centri di ricerca, ma fuori resta una parte decisiva di ciò che oggi rende strategico lo spazio. E cioè la sua saldatura con la sicurezza, con l’intelligence, con la sovranità tecnologica, con la capacità di un paese di non dipendere da altri per dati, comunicazioni, osservazione della Terra, navigazione. Se togliamo questo pezzo, misuriamo bene l’industria. Ma non ancora la potenza.
Poi c’è una seconda questione. Sappiamo che la componente upstream, quella più propriamente “spaziale”, è la più forte: oltre 14 mila addetti, 1,3 miliardi di valore aggiunto, export robusto, maggiore apertura internazionale, maggiore intensità di ricerca e sviluppo. Sappiamo che esporta molto più del resto dell’economia e che diversifica di più mercati e prodotti. Ma non sappiamo ancora abbastanza sull’effetto a valle, sul modo in cui lo spazio trasforma settori apparentemente lontani: agricoltura di precisione, logistica, assicurazioni, gestione delle emergenze, finanza, mobilità, energia, monitoraggio ambientale, manutenzione delle infrastrutture. La parte più importante della space economy, forse, è quella che smette di chiamarsi spazio e diventa servizio quotidiano. Ed è proprio la parte più difficile da raccontare.
C’è di più. I dati ci dicono che il settore è concentrato nelle grandi imprese e nei gruppi multinazionali, che generano il 90 per cento del valore aggiunto. Ci dicono anche che il baricentro territoriale è nel Centro e nel Nord-Ovest, soprattutto Lazio, Lombardia e Piemonte. Benissimo. Ma allora le domande vere sono altre: quanto è profonda la filiera italiana? Quanto è autonoma? Quanta capacità di scaling hanno le piccole imprese innovative? Quanto di questo valore resta davvero in Italia, e quanto invece dipende da decisioni industriali prese altrove? In altre parole: stiamo costruendo una politica dello spazio o stiamo semplicemente registrando un buon posizionamento di alcune eccellenze?
Anche i dati sul lavoro, così brillanti, ci obbligano a non fermarci all’entusiasmo. Se i salari sono più alti e la qualificazione è superiore, vuol dire che questo settore è già una risposta concreta alla grande domanda italiana: dove si crea lavoro buono? Ma ci dicono pure che gli under 40 sono relativamente meno presenti rispetto al resto dell’economia e che la componente maschile resta dominante. Dunque lo Spazio è un’industria avanzata, ma non ancora abbastanza larga. Attrae capitale umano di qualità, ma non ancora in modo pienamente inclusivo e generazionale.
Il dato più importante, allora, non è solo che lo spazio vale lo 0,1 per cento del pil. Il dato più importante è che lo spazio, in Italia, è finalmente entrato in contabilità. Cioè è uscito dalla retorica. Ma appena esce dalla retorica, comincia il lavoro vero: capire quanto pesa davvero, dove cresce, che cosa trascina, che cosa manca, quanto conta nella competizione geopolitica, quanto dipende dalla difesa, quanto può contaminare il resto dell’economia. Insomma, questi numeri sono preziosi non perché chiudano il dibattito, ma perché lo aprono. Dicono che lo Spazio non è più fantascienza. E ci ricordano che, proprio per questo, non possiamo più permetterci di parlarne come se bastassero i razzi, i satelliti e qualche slogan sull’ultima frontiera. Il problema non è che sappiamo poco dello Spazio. Il problema è che abbiamo appena cominciato a capire quanto conti sapere di non saperne ancora abbastanza.