il foglio ai
Il silenzio della premier
Tutto quello che Meloni vorrebbe dire ai suoi alleati, ai suoi ministri e al suo governo
4 APR 26

Immagine realizzata con AI (ChatGPT)
C’è una frase che ogni presidente del Consiglio impara presto a conoscere, e a detestare: non è questo il momento. Non è questo il momento per litigare, per dire la verità agli alleati, per mettere in chiaro che la pazienza non è una virtù ma un costo. Non è questo il momento, si dice sempre. E così il momento non arriva mai. Ma dopo una sconfitta come quella referendaria, forse il vero tema è proprio questo: immaginare tutto quello che Giorgia Meloni vorrebbe dire, e non può dire.
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Testo realizzato con AI
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A Salvini, per esempio, verrebbe da dire qualcosa di poco poetico ma nitido: se affronti ogni campagna come se fossimo nel 2018, con il repertorio dell’emergenza permanente, come posso spiegarti che non aiuti? Come te lo dico che ogni volta che provo a costruire una postura da governo ti presenti con un megafono da opposizione? Il problema non è solo perdere, ma perdere dando l’idea che tra serietà e caricatura, la caricatura si senta ancora il motore. E ai ministri? Il referendum è stato anche il detonatore di una domanda più semplice: ma chi governa, davvero? Se ogni nomina diventa una guerra, se per riempire una casella servono settimane di veti e controveti, poi non stupitevi se cresce l’idea di un governo senza passo. Quando anche le decisioni minime diventano una palude, tutto comincia a sembrare un ufficio pratiche smarrite.
E su Urso, per dire, quanto sarebbe difficile trattenersi. Se ogni dossier diventa una promessa, ogni promessa un rinvio, ogni rinvio una nebbia, a un certo punto non è più una questione di linea politica. E’ una questione di risultati. E se i risultati non arrivano, prima o poi arriva il conto. Non con le opposizioni. Con la realtà. Poi ci sono i ministri invisibili. Quelli che non lasciano tracce, non lasciano riforme, non lasciano nemmeno polemiche. Una specie di arredamento governativo. E viene da chiedersi: possibile dover difendere anche chi non incide, chi non pesa, chi non produce altro che un’assenza ben remunerata?
E poi c’è il capitolo più delicato: il voto. Se decido che il momento è questo, se penso che affrontare le urne sia meglio che trascinare il paese, qualcuno fa i propri conti. Un conto è discutere, un conto è sabotare. Un conto è il confronto, un conto è trasformare interessi personali nell’alibi per tenere il paese fermo. Ed è forse questo il punto che Meloni non può dire. Il problema non è solo l’opposizione. E’ dover governare una maggioranza che in pubblico giura fedeltà e in privato chiede di non disturbare i propri interessi. E’ fingere che tutto sia sotto controllo quando una parte del governo si muove come se il tempo fosse infinito.
Naturalmente Meloni non lo dirà. Continuerà a parlare di responsabilità e rilancio. E farà bene: i presidenti del Consiglio non possono permettersi la sincerità integrale. La sincerità integrale, in politica, è un genere letterario. Resta però il sospetto che proprio lì, tra ciò che si pensa e ciò che si può dire, si nasconda il vero stato della maggioranza: una coalizione che resiste ma si sopporta. Un governo che dovrebbe guardare avanti e che invece somiglia già a una gestione della sopravvivenza.
E allora lo sfogo immaginario suonerebbe così: volete che restiamo? Bene. Ma allora governate. Scegliete. Decidete. Fate esistere i vostri ministeri. Perché dopo il referendum non basta dire che la nave tiene. Bisogna dimostrare che qualcuno sa ancora dove portarla.