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I trumpiani d'Europa
Il trumpismo in Europa diventa una retorica che si nutre di contraddizioni ma raramente le risolve. E quando arriva il momento di scegliere, preferisce la coerenza del dissenso alla responsabilità dell’azione. Una verità semplice e utile per l’Italia nel voto europeo sull’accordo di Turnberry
31 MAR 26

Immagine realizzata con AI (Imagen4)
C’è un modo molto semplice per capire chi siano davvero gli amici europei di Donald Trump: guardarli mentre votano su Donald Trump. E il risultato, a quanto pare, è piuttosto istruttivo. Mentre da Washington arrivavano pressioni per benedire un accordo utile a distendere i rapporti commerciali e ad alleggerire il conflitto sui dazi, i più ferventi trumpiani del Parlamento europeo hanno fatto quello che fanno quasi sempre: hanno detto no, oppure si sono sfilati.
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Testo realizzato con AI
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Ecco il punto. Si racconta spesso che esista un’internazionale trumpiana, una comunità di destino, una fratellanza ideologica tra il presidente americano e le destre sovraniste europee. Ma appena si gratta la superficie si scopre che quella fratellanza è molto meno solida di quanto sembri. Non è una coalizione costruita attorno a un’idea condivisa dell’occidente, del mercato, della sicurezza o delle alleanze. E’ un assemblaggio di forze che usano Trump come bandiera, come icona culturale, come strumento di propaganda, salvo poi scaricarlo quando il suo interesse non coincide con il loro tornaconto.
La natura degli amici di Trump è questa: non sono amici, sono interpreti di una convenienza. Ammirano la sua brutalità, il suo linguaggio, la sua insofferenza per i vincoli, la sua capacità di sfidare le élite e di trasformare ogni conflitto in una prova muscolare. Ma non condividono davvero una linea comune. Ognuno resta chiuso nel proprio recinto nazionale, nel proprio calcolo, nella propria piccola rendita politica. Per questo i trumpiani francesi votano in un modo, quelli tedeschi si astengono, quelli italiani si accodano al riflesso sovranista anche quando così facendo smentiscono il leader che dicono di adorare. Il paradosso non è solo politico. E’ quasi antropologico. Trump pensa in termini di forza e di transazione. I suoi amici europei, invece, pensano soprattutto in termini di risentimento. Lui usa il potere; loro usano il simbolo del potere. Lui tratta; loro protestano. Lui considera gli accordi un’arma; loro li vivono spesso come un tradimento. E così finisce che il trumpismo europeo sia, più che una strategia, una caricatura. E in questo scarto si consuma anche un equivoco più profondo, che riguarda il modo in cui viene letta la politica internazionale. Il trumpismo, negli Stati Uniti, è innanzitutto una pratica di governo, un esercizio spregiudicato del potere dentro e fuori i confini nazionali. In Europa diventa invece una postura, una retorica oppositiva che si nutre di contraddizioni ma raramente le risolve. E proprio per questo, quando arriva il momento di scegliere, preferisce la coerenza del dissenso alla responsabilità dell’azione. La lezione è chiara: chi si presenta come il miglior amico americano dell’Europa sovrana, spesso non è né davvero europeo né davvero americano. E’ soltanto coerente con sé stesso: contro tutto, anche contro il proprio mito.