Europa, autonomia cercasi. La guerra in Iran e i rapporti con Trump

Più indipendenza sì, ma il vero rischio è confondere prudenza con rinuncia. Cosa vale la pena difendere


31 MAR 26
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C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui le parole cambiano prima ancora dei fatti. Ed è spesso da lì che si capisce che qualcosa si è incrinato. Nel caso della guerra americana in Iran, quel momento coincide con la trasformazione del linguaggio europeo: meno entusiasmo, più cautela, meno allineamento, più distanza. La conversione del cancelliere Friedrich Merz è solo il segnale più visibile di una tendenza più profonda. All’inizio, l’Europa aveva osservato – e in parte sostenuto – l’azione congiunta di Stati Uniti e Israele con una forma di realismo quasi automatico: un regime ostile, una minaccia concreta, un intervento mirato. Poi sono arrivati i fatti: la chiusura dello stretto di Hormuz, il petrolio sopra i 100 dollari, il gas in impennata, le industrie europee sotto pressione. E soprattutto una domanda: dove porta tutto questo?
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Testo realizzato con AI
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Merz ha dato voce a un dubbio diffuso. Se l’obiettivo è il cambio di regime, è davvero raggiungibile? E soprattutto: esiste un piano? In assenza di risposte convincenti, il sostegno iniziale si è trasformato in scetticismo. Non è una rottura, ma è più di una sfumatura. Nel frattempo, altri leader hanno scelto una linea ancora più prudente: “Non è la nostra guerra”. Non lo è, formalmente. Ma non lo è davvero? Perché se è vero che l’Europa non ha deciso questo conflitto, è altrettanto vero che ne paga già le conseguenze. E non solo economiche. Il passaggio più interessante è un altro: l’Europa sta lentamente imparando a dire no a Donald Trump. Dopo anni di oscillazioni tra deferenza e irritazione, qualcosa cambia. Le minacce sui dazi non fanno più lo stesso effetto. E anche dentro le istituzioni europee si avverte un nuovo equilibrio tra fedeltà atlantica e interesse autonomo. Ma c’è un rischio: usare l’autonomia come alibi.
Perché una cosa è rivendicare indipendenza, un’altra è smarrire il senso delle cose. E tra queste cose c’è anche la distinzione, sempre imperfetta ma indispensabile, tra guerre sbagliate e guerre giuste. La guerra in Iran è piena di contraddizioni. Ma non per questo può essere liquidata con un’alzata di spalle. C’è un punto che l’Europa fatica a riconoscere: non tutte le guerre sono equivalenti. Difendere il diritto internazionale, opporsi a regimi aggressivi, sostenere chi affronta minacce reali non è retorica, ma responsabilità politica. L’Europa lo sa quando guarda all’Ucraina. Lo sa meno altrove. Perché mentre Ursula von der Leyen teme che l’Europa non sia ancora in grado di fare a meno degli Stati Uniti, altri invitano a rompere con la logica della subordinazione. Il punto, allora, non è scegliere tra autonomia e alleanza. E’ capire cosa si vuole difendere. Un’Europa più autonoma che rinuncia a prendere posizione rischia di essere più debole, non più forte. E un’Europa che registra solo i costi economici delle guerre senza interrogarsi sul loro significato politico rischia di diventare irrilevante. La verità è che l’Europa si trova davanti a una doppia sfida: emanciparsi da una dipendenza strategica ed evitare che questa emancipazione diventi disimpegno. E forse è proprio questo il punto che la guerra in Iran sta mettendo a nudo: non tanto il rapporto tra Europa e America, ma quello tra l’Europa e se stessa. Tra ciò che dice di essere e ciò che è disposta a fare quando le cose si complicano davvero.