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Peter Thiel o il catechismo del comando
A partire dal libro di Mazzarella, un dialogo serrato su tecnica, libertà, democrazia e destino occidentale
28 MAR 26

©ANSA
Il libro di Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, non è un pamphlet luddista e non è neppure un libretto di lamentele contro il telefonino. E’ qualcosa di più ambizioso e, in fondo, di più inquietante: è il tentativo di dire che il digitale non è solo un insieme di strumenti, ma un ambiente che tende a riscrivere l’uomo, la sua esperienza, la sua libertà, la sua capacità di restare presente a sé stesso. E, nell’appendice sul “momento straussiano” di Peter Thiel, mette a fuoco il nodo politico più tagliente: l’idea che il nuovo potere tecnologico non voglia soltanto innovare il mondo, ma governarlo, svuotando dall’interno le vecchie libertà liberali.
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Testo realizzato con AI
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Favorevole: Partiamo da un punto di onestà. Thiel non piace perché dice ad alta voce ciò che molti pensano sottovoce: il mondo è diventato troppo pericoloso, troppo rapido, troppo competitivo per essere governato con le ninne nanne liberali del Novecento.
Critico: Oppure, più semplicemente, Thiel piace a chi scambia la brutalità per lucidità. Non tutto ciò che è duro è profondo. A volte è solo duro.
Favorevole: Però la realtà gli dà una mano. Le democrazie occidentali arrancano, le autocrazie corrono, la tecnologia decide guerre, flussi, opinioni pubbliche, mercati, sicurezza. In uno scenario così, davvero pensiamo che bastino procedure, parlamenti lenti e dibattiti infiniti?
Critico: Vedi, è qui il trucco. Si costruisce una contrapposizione caricaturale tra il mondo adulto della forza e il mondo infantile delle regole. Ma le regole non sono il contrario della forza: sono il modo civile per impedire che la forza divori tutto. Thiel, o almeno il Thiel letto da Mazzarella, suggerisce invece che la libertà liberale sia diventata un lusso inefficiente. E quando qualcuno comincia a considerare la libertà un lusso, è già a metà strada verso il dispotismo.
Favorevole: Dispotismo è una parola comoda. Ma non sarà che il vero problema è un altro? Il vecchio liberalismo ha promesso emancipazione e ha prodotto società fragili, élite colpevoliste, masse smarrite, confini indeboliti, una cultura pubblica senza più gerarchie. Thiel non inventa il disordine: prova a dargli una forma.
Critico: Sì, ma quale forma? Una forma verticale. Un ordine guidato da una tecnocrazia che presume di sapere meglio dei cittadini che cosa sia bene per loro. Mazzarella lo dice con grande chiarezza: il rischio non è soltanto una macchina che ci sostituisce, ma un sistema che ci conforma dall’interno, che rende superflua perfino la domanda di libertà.
Favorevole: Ma il confine è sempre stato deciso da qualcuno. La neutralità non esiste. I grandi ordinamenti sono sempre nati da rapporti di forza, da classi dirigenti, da istituzioni capaci di comandare. L’ingenuità moderna è aver pensato di poter rendere eterno un equilibrio senza custodi forti.
Critico: No, l’ingenuità moderna è stata pensare che si potesse fare a meno dell’uomo. E qui Mazzarella tocca un nervo scoperto: la grande fantasia digitale consiste nel credere che la computazione possa assorbire il giudizio, che la simulazione possa sostituire la coscienza, che il calcolo possa farsi etica. Ma l’etica non la porta l’algoritmo sulle spalle. L’etica resta nostra. E se la deleghiamo, non diventa più precisa: diventa solo irresponsabile.
Favorevole: Sì, l’algoritmo non ha coscienza. Ma può produrre ordini più stabili, decisioni più coerenti, sistemi più intelligenti di quelli prodotti da masse incoerenti, passioni momentanee e classi dirigenti mediocri.
Critico: Anche il termitaio è stabile. Anche una caserma può essere coerente. Il problema non è soltanto l’ordine. Il problema è il tipo di essere umano che quell’ordine produce. Se per funzionare un sistema chiede individui meno liberi, meno interiori, meno capaci di opposizione, allora il prezzo è troppo alto. E questo è esattamente il cuore del libro: il digitale non è pericoloso solo quando sbaglia; è pericoloso anche quando funziona troppo bene.
Favorevole: Però c’è una domanda che il criticismo elegante evita: cosa facciamo con il caos? Con la violenza geopolitica, con la pressione delle autocrazie, con la competizione tecnologica, con l’uso militare dell’IA, con i sistemi che gli altri costruiscono mentre noi discutiamo di dignità?
Critico: Facciamo una cosa difficilissima: costruiamo potenza senza suicidare la libertà. Non è semplice, ma è l’unica strada degna dell’occidente. Il punto non è disarmarsi. Il punto è non assomigliare troppo al nemico mentre ci si arma contro di lui.
Favorevole: E se fosse tardi? Se il tempo del liberalismo classico fosse finito? Se la storia chiedesse un comando più duro?
Critico: Allora la domanda è ancora più seria: vogliamo salvare l’occidente o soltanto salvarne gli apparati? Perché un occidente che conserva la sua superiorità tecnologica ma smette di credere nella persona, nella responsabilità, nei limiti del potere, può anche vincere qualche partita strategica. Ma perde il titolo morale con cui pretende di chiamarsi civiltà.