Il Figlio
Il diavolo veste Prada vent’anni dopo, nemiche amiche adulte
Come la cena del liceo: patetica, ma un colpo al cuore. I carboidrati a zero calorie
di
1 MAY 26

Il diavolo veste Prada vent’anni dopo è qualcosa che riguarda le nostre vite vent’anni dopo, molto più di quella di Meryl Streep (Miranda), che è eternamente favolosa e in grado di camminare su qualunque altezza di tacchi. Sono andata al cinema il giorno dell’uscita solo per ascoltare di nuovo la sua voce morbida e gelida umiliare ancora l’entusiasmo presuntuoso di Anne Hathaway (Andy): devo solo aspettare la tua caduta, succederà presto, le dice dopo averle assegnato l’ufficio più brutto di tutta la redazione, pieno di scatoloni e spazzatura. E io, circondata al cinema da giovanissime donne che giustamente tifano per il trionfo della ragazza con gli occhi grandi, non osavo ridere alle battute (le migliori del film) di Miranda, che tra l’altro ha sempre ragione ed è diventata quasi troppo gentile, troppo poco distaccata (Miranda, perché dici a Andy: ho sempre pensato che avresti fatto qualcosa di grande, non ti sembra prematuro?). Quello che è successo in questi vent’anni (mi auguro che ci abbiamo messo molto meno di vent’anni) è che è diventato evidente a chiunque che il fidanzato di Andy nel primo film fosse un totale demente invidioso, un cretino che non si rendeva conto che Andy stava (per la prima volta) lavorando. E che il lavoro è fatica, e che le cose importanti non sono mai facili, e che non bisogna credere a niente che sia facile, improvvisato, approssimativo. Lui la accusava di essere diventata frivola, la ostacolava con il suo malumore, non le era di sostegno e aveva delle insopportabili sopracciglia sempre alzate. Quando ho costretto con la forza mia figlia a sedersi sul divano e vedere insieme a me, come momento di formazione, il primo Diavolo veste Prada, qualche anno fa, le ho detto: ti prego, accetto tutto, accetto che odi la moda, accetto che odi questa idea pazza di lavoro, accetto che odi il personaggio di Meryl Streep, ma non dirmi che ti piace quel deficiente. E no, non le è piaciuto quel deficiente neanche per un attimo, perché le ragazze di oggi non sopportano che arrivi un tizio con le sopracciglia curate che ti dice: stai sbagliando, sei cambiata, sei cinica. Tradotto in deficientese: non hai tempo per dedicarti completamente a me e alla mia grandezza. Nel nuovo Diavolo, infatti, l’amore non fa nemmeno finta di essere centrale, l’amore è un’altra cosa. L’ amore è: sono qui e ti aspetto. Quel che conta è la realizzazione e la salvezza di Andy, Miranda, e anche di Emily. Emily è Emily (Emily Blunt), l’ex assistente di Miranda che mangiava un cubetto di formaggio al giorno e che ha fatto carriera ma vuole ancora il suo riscatto. Ci sono alcune scene un po’ patetiche, lo ammetto, è come se avessero tutti bisogno di tempo per ingranare, dopo una vita passata altrove, ma è come la cena dei vent’anni del liceo: è comunque un colpo al cuore.
A parte i vestiti meravigliosi, a parte il Cenacolo di Leonardo, a parte Lady Gaga snobbata e l’assistente di Miranda che tossicchia quando lei dice cose indicibili in pubblico, a parte la crisi del giornalismo e dei contenuti (non è il caso di approfondire), il colpo al cuore è dato dall’amicizia, questa volta fondata non sugli aperitivi e i sogni per il futuro, ma sulla fatica fatta insieme. L’amicizia fondata sui tradimenti, e sul superamento dei tradimenti. L’amicizia fondata sulla stima per quello che si è attraversato insieme, anche da nemiche. E l’amicizia fondata sulla scoperta fatta in età adulta che “i carboidrati condivisi hanno zero calorie”.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.