Il figlio
Le parole tra noi
Una lastra di plexiglas tra me e il compleanno di mio padre. Ma anche tanta luce intorno
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15 JAN 21
Ultimo aggiornamento: 06:09 PM

La "stanza degli abbracci" in una RSA a Bologna (foto Ansa) <br />
Ho cercato a lungo la luce, tre anni fa, quando decisi di trasferirmi da una stanza a una casa in affitto, perché alla luce non voglio rinunciare. Abito al primo piano oggi, ed è molto luminoso, tuttavia. La luce, come la trasparenza, nelle nostre esistenze, soprattutto nei mesi del lockdown, quando ogni angolo della nostra vita era minacciato dall’oscurità, è divenuta una direzione da ricercare con forza e volontà prima, da seguire poi. A cui affidarsi. Come quando si sceglie di abbandonarsi alla benevolenza e alla protezione di qualcuno. Con questa fiducia qui. Natale è già un ricordo, non del tutto incenerito, Natale è un souvenir. Ero a cena intorno a una tavola nuova, sere fa, quel ritrovarsi insieme che ho amato molto, come si amano le famiglie allargate. Il 9 gennaio ha accolto e festeggiato il settantatreesimo compleanno di mio padre. Il telefono ha squillato. “Puoi venire a fare gli auguri a tuo padre. Avrete mezz’ora di tempo e starete in massima sicurezza”.
Ad accompagnarmi è stato un pomeriggio di luce, quando la mascherina proteggeva me e gli occhiali, poggiati su di essa, di tanto in tanto si appannavano. I compleanni: sono nata a fine agosto, quel periodo curioso dell’anno in cui non c’è nessuno, dev’essere per questo che sin da quando ero una bambina prima, una ragazzina poi, una donna oggi, ho sempre più coltivato, nutrito e amato festeggiare gli altri, non me. Fare un regale piuttosto che riceverlo. Andare a festeggiare un compleanno invece di pensare a organizzare la festa del mio. Eravamo seduti al tavolo della solita, grande sala della clinica, mio padre e io. Una torta Sacher scartata e da tagliare davanti ai suoi occhi, un coltello e dei fazzoletti. Le candeline. Soffia papà!... Più forte!... Più forte! E’ stato così questo compleanno: in fondo a guidarlo per quella mezz’ora non c’era che l’esigenza della normalità e il proposito di metterla in scena. La normalità - questa parola che di solito ci infastidisce, ma che ora, costretti a parlarci, guardarci, ascoltarci con una lastra di plexiglass posizionata fra noi due per dividerci, proteggerci, rivela invece molto di prezioso. Attraverso quella lastra, con curiosità e disagio, riconoscevo, in me, lo sforzo di chi aspira al contatto e ad ascoltare bene. Il bisogno di affinare altri sensi, quelli necessari al frangente. Alza la voce, papà! Non ci sentiamo.
Come siamo abili, noi essere umani, nei momenti più imprevisti, quando persino ci sentiamo inadeguati e incapaci di vivere una situazione che ci sembra penosa, infausta, come siamo bravi ad adattarci! Di lì a poco, con papà, alzavamo la voce, per poterci ascoltare; lontano da noi un’altra famiglia manifestava a gran voce la gioia di essere di nuovo vicina alla zia. Certe gioie, determinati flussi emotivi si somigliano molto; si accavallano, si intrecciano, si sovrappongono e si mescolano: sono attimi in cui ci si riconosce negli altri, e che essi siano a noi sconosciuti, non è che un’inezia, un elemento del tutto trascurabile, se non addirittura marginale e inconsistente. Minimo. Avevo imparato da bambina, come tutte noi donne, il gioco del mimare le parole; l’ho restituito alla mia età adulta come fosse un gioco. Separati da quella lastra io e mio padre eravamo dunque bambini che giocavano scambiandosi cuori che disegnavamo per l’aria con le nostre mani, unendo i pollici e gli indici. Erano, di fatto, un dono reciproco. Una nota d’amore. Non capivo più se gli occhiali si appannavano a causa della mascherina o per l’intenerimento, la commozione, e pure, lo so, per questo mancato abbraccio che da un anno segna una relazione familiare che il coronavirus ci ha imposto di ripensare in modo nuovo.
Sei vivo, papà E allora. Sei vivo papà, pensavo. Forse lo avrei anche voluto gridare, ricordando le poche settimane precedenti, quando abbiamo temuto per la sua vita. E continuavo a mimare con le mani il mio cuore, senza fermarmi, cosa poteva importarmene se si è un gioco dell’età dell’infanzia? Pensavo alla fortuna di essere lì. Al padre di Franco morto. A Federico, anche lui, vittima del coronavirus. E agli altri. E ad Arminio, oggi penso anche a lui: Arminio che con i suoi 104 anni, solo pochi giorni fa lui credeva che fossero 108, racconta, sorridendo, con gioia, vitalità e speranza, che quando uscirà dalla clinica dovrà decidere se tornare a vivere in Africa o in India. Settantatré anni, mio padre. Questo compleanno mi ha ricordato che ciò che il virus oggi mette in pericolo, l’amore sa difendere. L’inverno è qui, a riscaldarlo l’autunno che ha portato l’amore. A Roma sentiamo e guardiamo la pioggia e il sole, chiusi nelle nostre case. C’è luce. Ce la faremo, ha sussurrato il mio vicino.