Il mio vaccino

Edoardo Rialti

Qualche anno fa, quando stavo per iniziare l’ennesima conferenza sul fantasy, mi si è avvicinato un ragazzino che mi ha chiesto se avessi letto tutto di Tolkien, “perché io l’ho letto tutto”. L’ho rassicurato sulle mie decenti competenze e si è messo a sedere. Ho iniziato dicendomi onorato di essere presente, ma anche preoccupato, perché nel pubblico si annidava un esperto assai maggiore di me. Mentre il pubblico si scambiava occhiate incuriosite, quel ragazzino era diventato rosso fuoco, e sorrideva. Me lo ricorderò sempre, perché io conoscevo bene quel ragazzino appassionato di fantasy, ben prima di averlo incontrato: ero io stesso, e se alla sua età mi avessero detto una cosa simile, credo che sarei tornato a casa volando. E’ anche per questo che, quando ho letto del bambino di Denver che si è suicidato dopo gli insulti per aver detto di essere gay, ho provato una fitta alle viscere. Perché anche quel bambino lo conosco altrettanto bene, anche quel bambino ero-sono io. Anni fa mai avrei creduto che sarei giunto a definirmi un uomo della “cultura gender” – che tanti additano con la parola volutamente ripetuta nella versione inglese per evocare meglio una sorta di grigia, gelida neutralità cerebrale, come gli alieni Grigi dei film di rapimenti. Ma occorre fare un passo indietro e spiegare che questo mio scritto è anche e anzitutto la testimonianza di un vaccinato, il racconto di come una medicina, somministrata molti anni fa, abbia sostenuto un cammino complesso, impedendomi di soccombere.

 

Ricordo perfettamente, quando il “segnore dal pauroso aspetto”, come Dante chiama l’amore, quando intuizioni ed emozioni che risalivano più indietro ancora si sono concentrate nel momento in cui Marco – e da allora quel nome è sempre rimasto magico, per me – mi ha sorriso durante un campo estivo. Avevamo dieci-undici anni. Sapevo di non aver mai visto niente di più bello in vita mia, e passai la notte sveglio, sperando che in qualche modo, nel dormitorio, sentisse che ero sveglio e si infilasse accanto a me, e mi tenesse abbracciato. Cosa c’è di tenebroso in questo?

 

Quando vedo brandire cartelloni con scritto “Giù le mani dai bambini” vorrei strapparlo di mano e impugnarlo io. Giusto, giù le mani da tutti i bambini. Il mondo laico è spesso ipocrita ed evita di affrontare la questione alla radice, che è molto semplice. Perché, se un ragazzino dice “A me piace Giovanna”, ci si scioglie in un “Ooooh, che carino!” mentre se dice “A me piace Stefano” ci si deve allarmare? Vogliamo formare un’altra generazione, dopo innumerevoli altre, che abbia subìto questa guerra alle proverbiali farfalle nello stomaco e si senta sbagliata? C’è forse tortura più raffinata di impedire innanzitutto a noi stessi di guardarci con stima e simpatia? Questa è stata la mia ricchezza, il mio scudo invisibile. Con i miei genitori ne abbiamo parlato anni dopo, per il riserbo che da pre-adolescenti dedichiamo ai nostri primi passi nella vita adulta, ma io ho avuto la fortuna infinita di crescere in una famiglia dove si poteva guardare insieme Il Vizietto e – al momento in cui Tognazzi spiega che suo figlio ha avuto una sola madre, ossia Michel Serrault – fare il tifo per il coraggio e la verità di quell’affermazione. Ma questo è solo un dettaglio in un orizzonte infinitamente più vasto. Che si trattasse di leggere Salgari o recitare, andare in chiesa o meno, ho sempre avvertito alle spalle il sole di questo vasto tifo a priori, e quando, anni dopo, ho letto in C. S. Lewis cosa risponde una moglie coraggiosa alla donna che le invidiava il marito (“Ma voi non volevate che fosse vostro?”. “Ma io volevo che lui fosse sé stesso!”), ho capito che era proprio questo che mi era stato iniettato nelle vene, molto tempo prima. Ed è stato certamente anche per questo che, dopo anni di interrogativi e rovelli, cercando di conciliare il Dio in cui volevo credere (e cosa mi veniva detto che lui pensasse del mio innamorarmi dei ragazzi) e il mio cuore stesso, ho avuto la forza di saltare via da quello che era uno straziante letto di Procuste psicologico, e ripartire da quella stima originaria. Ecco cosa fa di me un genderista, se volete.

 

Io voglio spezzare questa catena per cui tanti nostri fratelli e sorelle soccombono sotto pesi che umiliano il meglio della loro vita emotiva, e fanno di tanti altri dei meri sopravvissuti, che magari si trascinano alle gambe pesi da cinquanta chili, anziché poter camminare liberamente come tutti, oppure recano ancora le cicatrici del passato. E’ così facile odiarsi. Non c’è forse paternità e maternità maggiore, personale e collettiva, non c’è vaccino più necessario di insegnare ad amarci, a riconoscere il valore in ciò che ci fa restare svegli di notte, sperando che la bellezza intravista nel mondo si faccia strada fino a noi, e ci abbracci. E magari arrossire perché qualcuno più grande di noi ha scorto quello che ci arde nel cuore e che abbiamo balbettato più o meno confusamente, e l’ha trovato bellissimo.

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