Nessuno dopo di me

Francesca Bussi*

“Ma è vero che volevi una sorella?”. Mia madre non sa se essere incredula o indignata. Mi ha vista in tv, mi ha sentita dire che il romanzo che ho scritto quasi quasi mi ha fatto venire voglia di una sorella, e questa cosa le si è fermata in gola come un boccone troppo grande. Ma no, mi imbarazzo, sono cose che si dicono tanto per fare conversazione, mi chiedono sempre se ho una sorella come nel libro, è un esercizio di retorica, e poi che ne sai tu di quando ti fanno domande a bruciapelo davanti a una telecamera.

Lei si placa, ma appena un po’.

“No, perché io avrei anche voluto, eri tu quella contraria”.

Ha ragione: quella contraria ero io. Me lo ricordo bene.

 

Siamo nella cucina della nostra prima casa, tutta rossa di piastrelle e marrone di legno, stretta stretta come una scatola, e mia madre sta caricando la lavastoviglie. Infila un piatto, poi un altro, poi mi chiede se mi piacerebbe avere una sorellina, o magari un fratellino. No, rispondo dura, io che non faccio mai capricci, tutti non fanno che ripetere quanto sono quieta e brava. No, mamma, proprio no, perché mi dici così, mi nascondi qualcosa?

 

E’ la mia grande preoccupazione: che spunti fuori qualcuno dopo di me. Ho quattro anni e tra poco i miei genitori si sposeranno. Gli anni Ottanta stanno per finire, sono ancora poche le coppie che hanno avuto figli prima del matrimonio. Quando ho raccontato di queste nozze alla scuola materna, orgogliosa, le altre bambine mi hanno accusata di mentire: impossibile, i bambini non nascono se una mamma e un papà non sono sposati, lo sanno tutti, sei una bugiarda. Poi però, davanti alla mia insistenza (vero, maestra, che non dico le bugie?), si sono convinte, magnanime. E hanno cambiato bersaglio, spostato altrove la loro logica di ferro: allora se si sposano fanno un altro bambino.

 

Ecco, è fatta.

Il pensiero mi rimane piantato nel cervello, una minaccia che mi fa paura. Non voglio nessuno dopo di me. Io sto bene così. Quando mi chiedono di disegnare la mia famiglia, prendo i pennarelli e faccio mio padre, con la sigaretta in mano perché fuma troppo, come dice sempre mia madre. Poi faccio lei, la mia mamma, minuta e sorridente, a volte in braccio a mio padre anche se, a memoria, non mi pare sia mai successo. Poi faccio mio fratello più grande, che ha l’orecchino e le magliette dei Bad Religion e i capelli lunghi da metallaro, quindi mi tocca usare quasi tutto il pennarello nero, perché glieli disegno come un fiume che gli scende sulla schiena ed esce persino dal bordo del foglio, così si capisce di sicuro che sono lunghi.

 

Visto? Non c’è più spazio, siamo abbastanza.

Nella mia scuola materna nessuno è contento di avere qualcuno più piccolo di lui in famiglia, forse solo i gemelli, anche se non so chi dei due è nato prima, so solo che sono brava a distinguerli perché ho capito che Giulio è quello con la faccia più triste.

Anche dopo, quando andrò alle elementari, i fratelli minori mi sembreranno presenze mitologiche.

 

Ogni tanto compariranno nei pomeriggi di giochi, a reclamare qualcosa con veemenza, come il fratello terribile di una delle mie migliori amiche: quando arriva l’estate siamo costrette a portarcelo appresso perché non può stare da solo, e così di solito i nostri pomeriggi finiscono con qualcuno che frigna o si fa male o entrambe le cose.

 

Ogni tanto resteranno ai bordi dell’esistenza, evanescenti e silenziosi, come la sorellina del mio spasimante, che non parla mai, nemmeno quando lui le ruba i ciucci di plastica colorata, oggetto del desiderio di quegli anni, per regalarli a me. O forse non glieli ruba, glieli chiede, e lei glieli dà ma solo di colori che fanno schifo, tipo l’arancione o il bianco.

Ogni tanto mi chiedo se anche io, per il mio fratello grande, sono stata una minaccia. Però forse no, perché mio fratello mi porta i regali, una volta una giraffa di legno minuscola che qualcuno ha intagliato in Africa.

 

“Che poi io avrei voluto tanti figli”.

Mia madre dentro nasconde cassetti dai quali sa tirare fuori queste immagini da famiglia von Trapp, certi desideri rimasti appesi, certe nostalgie che sanno di chiuso. Ma dai, provo a sdrammatizzare, in fondo siamo stati bene così, a me è piaciuto essere l’ultima.

“E allora perché hai detto che avresti voluto una sorella?”.

Non lo so, sbuffo, mi è uscito così, non fare l’offesa, ti prometto che la prossima volta la racconto giusta: mica la volevo, io, una sorella.

 

*giornalista, è in libreria con “Un’assoluta mancanza” (Rizzoli)

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