Pane e coraggio

Alberto Schiavone

Non vedevo mia figlia, la mia piccola Teresa, da dieci giorni. E’ al mare con la madre e i nonni, io in città a lavorare. Non la vedevo da dieci giorni, un’immensità nella sua esistenza di appena due mesi. L’ho guardata, baciata, coccolata per tre giorni interi. Sono arrivato di pomeriggio, lei quella mattina aveva fatto le prime vaccinazioni della sua vita. Era un poco stordita. Mi dormiva di fianco, cinque chili dolci e abbandonati. Io di fianco con i miei cento, di chili. E’ stato allora che mi sono immaginato essere il suo mare, e lei la mia creatura più preziosa. Dipende da me, e io da lei. Devo essere in grado di custodirla.

  

Sono andato via da lei tre giorni dopo. Pioveva come nei film, e appena imboccata l’autostrada mi sono messo a piangere, un pianto adulto e malinconico che subiva lo strappo. Dal suo odore, dai suo capelli leggeri, dalle mie braccia ora vuote e persino dai suoi pianti nervosi e incontrollabili. La rivedrò tra quindici giorni e mi sembra di sbagliare. E’ un errore che si appoggia sul lusso, su un calcolo di opportunità, sul lavoro. Sulla scrittura e la solitudine, e quello che si lascia per strada. Mi dico che non ha bisogno di me. Non adesso. Ad agosto saremo di nuovo insieme definitivamente.

  

Ci saranno altri strappi calcolati, altri pianti, altre assenze. Lontano dalla necessità e dalla scelta obbligata, così che persino il mio pianto e la mia malinconia devono arretrare e quasi tornare dentro gli occhi, nel cuore e nello stomaco. E trovare pace.

  

Succederà mai di pregare per rivederla? Mi auguro di no. Il nostro perimetro garantito mi permette di pensare al suo futuro come a una calda membrana in cui il mondo brutto può solo spingere ai fianchi e urlare. Le mie braccia e il mio lavoro, la nostra casa con il mutuo, le tasse, l’asilo nido, il parco e il passeggino. La gita in montagna e le prime nuotate nel mare. I regali degli amici. Le foto sui social, il frigo abbondante.

  

Non voglio che nel suo vocabolario entrino pane e coraggio, riprendendo una meravigliosa canzone di Ivano Fossati. Ne ho paura. E’ un’ipotesi lontana perché il posto dove sono nato e gli anni in cui sono nato me lo permettono. Non ho mai avuto fame. Me lo sono meritato? Può darsi. Ma ho dovuto schivare poche minacce. E quelle poche minacce provenivano da me stesso. Dal lusso dell’autolesionismo, ad esempio. O dalla pigrizia.

  

Ora chi ci minaccia arriva dal mare. L’uomo nero non fa più paura. Fa schifo. Non ci fanno schifo i cinesi, i sudamericani, gli slavi. Nemmeno più i magrebini (genericamente, ancora: marocchini). Abbiamo fastidio verso i negri, proprio loro. Quelli lì che galleggiano sulle barche improvvisate e quelli lì che ballano i loro balli da africani. E ci fa schifo chi li vuole aiutare e chi li consola.

  

Il tappo è saltato, ora si può dire liberamente. Non siamo fascisti, quello non sappiamo nemmeno più cosa è. Mussolini? Ma chi se ne frega. La nostra lotta è adesso e davanti allo schermo della televisione, del telefono, del computer. Nei parchi in cui si ammassano a fare niente. Pagati da noi. Pagati con le nostre tasse e i nostri sforzi di mondo vittorioso. Anche se non stiamo bene. Anche se non ci piace il nostro paese, e nemmeno i nostri vicini. Non siamo europei, perché ci fa schifo anche il tedesco. E il francese. E tutti quegli altri lì. Volevamo tutto? Ora vogliamo niente. Via di qua. Tutti. Non deve essere più mondo, e nemmeno Europa, e nemmeno condominio.

 

Noi che eravamo re, ora cosa siamo?

Mia figlia non ha nemmeno tre mesi, lei di queste cose non se ne deve preoccupare. Le stiamo preparando il terreno in cui vivrà da adulta. Le piacerà? A me piace? A chi darà la colpa, lei? Se sarà scontenta sarà forse colpa mia, io che sono il suo mare. Ma la colpa non è mia, amore, è di quelli lì. I neri.

 

Devo trovare il modo di spiegarle che cosa è giusto e cosa è sbagliato. Attorno a me sono tutti sicuri di aver trovato i colpevoli. Ora devo solo convincermene anche io.

 

Vedo le immagini di barche rovesciate e di uomini tirati su a fatica, con le braccia pesanti e vinte. Volti disegnati dallo spavento. Bambini che mancano all’appello e alle loro madri. Lo strappo. Con quelle persone cade a fondo anche la ragione. Lontanissima, come creatura preziosa che non abbiamo saputo custodire. Noi che eravamo re, e adesso siamo poveri vecchi decaduti che hanno paura di aprire la porta di casa agli sconosciuti. L’ultimo nostro lusso sarà la solitudine.

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