Un vaccino per l’economia

La crisi di fiducia che ci somma alla crisi della crescita. I settori bloccati. I turisti in fuga. Il nord fermo. Le aziende al collasso. Che fare? Chiacchierata con i presidenti di categoria
6 MAR 20
Ultimo aggiornamento: 07:47
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Manteniamo le distanze: i giornalisti alla conferenza stampa di presentazione della nuova Fiat 500 elettrica, due giorni fa a Milano (foto LaPresse)

C’è un caso, paradossale e rivelatore insieme, che spiega bene perché anche la paura sia un virus letale. Sonia Zhou, la più famosa ristoratrice cinese della capitale, ha abbassato le saracinesche del suo frequentatissimo locale non per carenza di clienti ma perché i dipendenti, in preda alla psicosi italiana, hanno deciso di tornare in Cina. “Con grande rammarico – ha scritto l’imprenditrice in un post su Facebook – sono costretta a chiudere il ristorante fino al 30 aprile perché la psicosi, portata dal coronavirus, sta colpendo tutti. Sebbene abbia avuto una notevole riduzione dei clienti, io non avrei chiuso ma il problema sono i miei dipendenti che, presi dal panico, hanno deciso di non venire più a lavorare e mi hanno chiesto un periodo di pausa, alcuni di loro hanno già comprato i biglietti per tornare in Cina”.
A sentire il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, “non bastano i circa tre miliardi di euro di flessibilità concessi all’Italia. Dall’Europa ci aspettiamo un grande piano straordinario, da tremila miliardi di investimenti a livello comunitario, che prenda consapevolezza della dimensione quantitativa e qualitativa”, del problema coronavirus. E che la cifra, prospettata dal governo, sia largamente insufficiente lo confermano le stime di Ref Ricerche che ha trasmesso all’Ufficio parlamentare di bilancio dati allarmanti: nel primo e nel secondo trimestre di quest’anno il pil calerà tra i 9 e i 27 miliardi di euro, fino a tre punti percentuali. Lombardia e Veneto, le regioni più duramente colpite dalla prima grande epidemia nell’epoca degli acquisti online e dello smart working, valgono da sole il 31 per cento della ricchezza nazionale: una contrazione della crescita del 10 per cento in queste due aree equivarrebbe a una riduzione del 3 per cento del pil nazionale.
L’epidemia in atto rappresenta un gigantesco guaio economico: le prime stime, ancora prudenziali, parlano di un calo del 40 per cento nei settori del turismo e dell’agroalimentare, meno 30 per cento nell’automotive, meno 20 nella moda. “L’impatto del Covid-19 – si legge nell’indagine, pubblicata, due giorni or sono, dal Centro studi di Viale dell’Astronomia – interviene in un contesto di estrema debolezza dell’economia italiana che già si muoveva sull’orlo della recessione. Con i dati disponibili fino ad oggi questo rischio si materializza: il pil è atteso in calo già nel primo trimestre e vi sono elevate probabilità di una caduta più forte nel secondo”. Dalla stagnazione si passerebbe alla recessione. Secondo Confartigianato, l’emergenza ha già colpito l’attività del 70 per cento degli artigiani e delle micro e piccole imprese del nord Italia. Secondo un sondaggio condotto dagli imprenditori del nord, se l’allarme persisterà, si prevedono cali del 25 per cento del fatturato di marzo, con una flessione del 30 per cento in Lombardia. A pesare, in special modo, sono le flessioni del fatturato mensile nel settore del trasporto persone (meno 68 per cento), del turismo (meno 37 per cento) e dell’alimentare (meno 33 per cento).
Alcuni paesi come la Francia chiedono alle aziende italiane la certificazione “coronavirus-free”. “Esatto, una cosa folle e inammissibile alla luce del mercato comune e delle norme scritte dei Trattati di Maastricht. Altri paesi, come il Regno Unito, pretendono di tracciare puntualmente il tragitto dei nostri camion in partenza dall’Italia. I paesi dell’est invece impongono periodi di quarantena obbligatoria a chi proviene dall’Italia, per cui non riusciamo a organizzare sistemi di trasporto di import ed export perché i nostri rischierebbero di restare bloccati lì. Ricorriamo da sempre a manodopera dell’est Europa per il raccolto di ortaggi in primavera ma abbiamo già ricevuto una montagna di disdette da parte di lavoratori stagionali che non intendono venire da noi per non ritrovarsi poi in quarantena o addirittura infettati. La prossima settimana inizia il raccolto di asparagi nel veronese e nel trevigiano, non si sa chi li raccoglierà e, se nessuno lo farà, le coltivazioni andranno distrutte”. Scenario drammatico. “Va aggiunto il danno indiretto legato alla contrazione dell’economia mondiale. Il livello medio di spesa del cittadino del mondo si è già ridotto. Nel settore del lusso, i grandi brand del vino italiano hanno già registrato notevoli riduzioni degli ordinativi. Di questo passo ne usciremo a pezzi. Bisogna fare presto”.
Compulsando i dati, emerge che, nel settore agroalimentare, l’export 2018 della Lombardia è stato di 6.504 milioni di euro e quello del Veneto di 6.786 milioni di euro. La somma (13.290 milioni) corrisponde al 32,2 per cento dell’export agroalimentare italiano dello scorso anno. Aggiungendo anche la quota di expo agroalimentare dell’Emilia Romagna (6.496 milioni di euro), si arriva a un totale export delle tre regioni pari a quasi il 50 per cento di quello nazionale. L’agroalimentare, peraltro, rischia di essere il settore più colpito anche per l’elevata deperibilità dei prodotti. “Lei consideri anche la spesa alimentare legata al turismo: parliamo di oltre 40 miliardi di euro di cui più della metà legati a turismo nazionale e circa 12 miliardi a quello internazionale. La produzione e la libera circolazione dei prodotti agroalimentari vanno tutelate anche per evitare psicosi da ‘scaffale vuoto’, come quelle osservate nei giorni scorsi. La richiesta di certificazioni speciali (il cosiddetto ‘virus free’, già dichiarato non giustificato dall’Oms), divieti e quarantene sono soltanto un attacco strumentale alle nostre eccellenze alimentari per ottenere indirettamente un inaccettabile aumento della produzione di prodotti Italian sounding. Dobbiamo farci sentire in Europa: se non usiamo razionalità, comprometteremo l’andamento economico e sociale di una parte del paese che è il vero traino nazionale”.
Maurizio de Cicco, vicepresidente nazionale di Farmindustria e ceo di Roche Italia, individua nella “incertezza decisionale” il pericolo di questi giorni. “In ambito sanitario abbiamo visto le regioni muoversi in ordine sparso adottando linee guida disorganiche, talvolta contrastanti, quando invece la Costituzione, all’articolo 117, prevede la legislazione esclusiva dello stato in casi come quello che stiamo vivendo. Il che avrebbe permesso al governo di poter assumere decisioni uniformi e lineari per il paese. Anche gli scienziati hanno espresso posizioni non univoche”. Qual è il vostro stato d’animo? “Siamo preoccupati ma dobbiamo tenere duro e andare avanti. Vorremmo essere considerati imprenditori e non predatori di questo sistema. Dobbiamo essere considerati dei partner che cercano di trasferire la propria expertise, in termini di conoscenze, medicinali e personale, per risolvere il prima possibile questa crisi sanitaria. Stiamo affrontando diverse questioni anche di natura pratica e organizzativa: alcuni grossisti di farmaci risiedono in zone rosse o gialle dove il personale è quantitativamente meno presente, ciò comporta seri problemi di rifornimento per i distributori di quella parte d’Italia. Ci sono poi i centri di produzione, quelli italiani e quelli in Cina: c’è la necessità di una pianificazione continua alla luce di un monitoraggio permanente della situazione. Si procede giorno per giorno, senza panico e con un enorme senso di responsabilità. Sappiamo di essere un settore particolare, ci riteniamo investiti di una missione dal momento che la salute è un bene primario”.
A detta degli scienziati, la vera emergenza potrebbe essere il tasso di ospedalizzazione più che il virus in sé. “La sanità subisce tagli da anni, soltanto adesso ci rendiamo conto che reparti e posti letto servono per far fronte a situazioni imprevedibili. Da più parti si chiede di poter disporre presto di un vaccino ad hoc, ma la ricerca in Italia è molto sottofinanziata e imbrigliata in una complessità normativa e organizzativa che non ne favorisce lo sviluppo, eppure senza di essa non c’è innovazione. A livello mondiale Roche investe, da sola, nel campo della ricerca una cifra pari a tre volte quello che investe il governo italiano. Le sembra un dato accettabile? La mia speranza è che, una volta usciti dalla crisi, questa vicenda ci induca a imprimere una inversione di rotta per gli anni a venire”.