Meno non e’ piu’. Le aporie dell’ideologia minimalista Un giovane critico, minimalista “di default”, smaschera le insidie del mantra “less is more”, una ricetta conformista travestita da liberazione

27 GEN 20
Ultimo aggiornamento: 00:07 | 28 GEN 20
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Less is more” è un mantra che riaffiora ciclamente almeno dal 1947, quando l’architetto Ludwig Mies van der Rohe ha coniato la sintesi per descrivere, in tre parole, la sua filosofia minimalista. L’idea che togliere è in realtà aggiungere, che la diminuzione degli oggetti in uno spazio abitativo è un arricchimento, che accumulare cose significa distrarsi dall’essenziale, che affollare è un po’ soffocare, mentre il vuoto schiude una dimensione più profonda dell’esistenza è stato ampiamente interepretato e dibattuto da correnti artistiche, letterarie, architettoniche, musicali. Da Donald Judd a Frank Stella, le arti visive hanno interpretato in modo anche radicalmente conflittuale la filosofia minimalista; Yves Klein aveva concepito le sinfonie “monotono” in cui venti minuti di un singolo accordo musicale erano seguiti da venti minuti di silenzio, esperimento che aveva ispirato 4’33’’ di John Cage, in cui i musicisti dell’orchestra si erano trovati sullo spartito l’istruzione di non suonare i loro strumenti. Ne era nata una sinfonia in tre movimenti fatta soltanto di discreti rumori di fondo. Le influenze esplicite o subliminali del minimalismo hanno dato origine agli esperimenti più diversi in letteratura, da Raymond Carver a Bret Easton Ellis. Le scienze sociali hanno trasvalutato il minimalismo in critica al consumismo, che si è arricchita di ulteriori significati sullo sfondo del senso di colpa ambientalista, dove ogni azione genera un impatto e ogni impatto distrugge il pianeta, cosa che suggerisce di abbracciare l’ethos dell’astinenza e della rinuncia. Rinuncia alle automobili, alla plastica, alle carni, ai viaggi intercontinentali, barca a vela esclusa.
Nell’evo contemporaneo “less is more” ha travalicato di molto la disputa filosofico-artistica attorno al minimalismo e alle sue ragioni più profonde, ed è diventata una specie di posizione di default che almeno le generazioni più giovani si trovano addosso come postura interiorizzata, veicolata dai criteri organizzativi di Marie Kondo, dal culto del decluttering, dai condomini senza arredamento, dall’estetica del vuoto, della necessità di liberarsi del sovrappiù per affermare la propria esistenza. Il giovane critico culturale americano Kyle Chayka ha scritto un saggio in cui esplora le ragioni del continuo emergere del minimalismo come ideale della vita contemporanea. S’intitola The Longing for Less. Living With Minimalism e muove dal presupposto che il carattere oppressivo che viene solitamente attribuito alla presenza eccessiva di oggetti, specie nello spazio domestico, sia un fatto ormai caratteristico della cultura contemporanea. In quanto millennial nella parte più bassa della traiettoria generazionale, quella che tende verso la generazione Z, Chayka ha inconsapevolmente assorbito i precetti dominanti della cultura degli anni Duemila, che secondo una vaga tenenza alla meditazione orientaleggiante valuta il possesso delle cose come ostacolo al raggiungimento di una vagheggiata “dimensione essenziale” e teorizza la preminenza delle esperienze sugli oggetti (una cena in un ristorante stellato è meglio di un capo firmato che si indossa tre volte). E qui Chayka vede gli indizi di un inganno. La sua tesi è che il minimalismo, nella sua dimensione artistica, nasceva da un atto di ribellione verso le stratificazioni di pensieri convenzionali, era una “sfida alle proprie convinzioni più profonde per tentare di entrare in relazione con le cose per ciò che sono, non per fuggire da una realtà che non dà risposte”. La scelta di liberarsi dalle zavorra era dettata dal desiderio di sollevarsi, alla ricerca del significato. Questo istinto di “liberazione”, la necessità di sbarazzarsi del vecchio e dell’onusto, sostiene Chayka, è penetrato nella cultura, cristallizandosi in un atteggiamento diffuso, ma ha perso il suo intento originario e si è messo al servizio di un processo di omologazione.
Il metodo organizzativo di Kondo è un caso di scuola. La grande ripulitrice giapponese del superfluo, seguita con piglio religioso da decine di milioni di adepti in tutto il mondo, a parole sostiene di vole aiutare le persone a trattenere soltanto ciò che dà gioia e a buttare il resto, ma nella realtà propone un modello organizzativo standard programmaticamente privo di elementi creativi. Chi abbraccia il minimalismo come atto di resistenza alla cultura consumista, trova nella filosofia di Kondo un nuovo protocollo consumista, semplicemente ispirato a criteri di efficienza, semplicità e minimizzazione dello stress, nella convinzione che la “gioia”, parola centrale nella liturgia kondista, consista nello scaricare le angosce associate all’opprimente disordine che regna nei nostri spazi vitali.
Una dimanica simile vale anche per lo stile degli arredi dei boutique hotel per millennial, per l’organizzazione degli spazi domestici promossa dai marchi minimalisti, per i centri di coworking che si assomigliano tutti, il design tendente all’invisibile di Apple, per gli spazi di lavoro nati dall’industria tecnologica e poi estesi a qualunque settore, che Chayka ha ribattezzato “AirSpace”, luoghi seriali che ammontano a “esercizi di narcisismo”. L’ossessione per questa versione in tono minore della filosofia “less is more” ha dato origine a diverse pratiche, come il “minimaslismo digitale”, che impone la riduzione del proprio bagaglio di dati, o la creazione di veri percorsi per diventare minimalisti affermati. Da anni Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus – due ex manager di successo “solo apparente” dell’Ohio che hanno lasciato la vita remunerativa e agiata di prima per ritrovare se stessi, e hanno finito per trovare un’altra vita remunerative e agiata – insegnano come diventare minimalisti con guide pratiche, podcast, articoli, libri, documentari dapprima autoprodotti e poi acquistati da Netflix e adunate in stile megachurch battista. Hanno anche messo a punto un piano per diventare minimalisti in 21 giorni. Avrebbero potuto comprimere il percorso in soli dieci giorni, ma sarebbe stato troppo stressante per un aspirantre minimalista, che del resto s’avvicina allo stile di vita prorio alla ricerca di una diminuzione del carico problematico dell’esistenza. Milburn e Nicodemus hanno una ricetta per diventare minilamisti, che è l’opposto concettuale degli artsiti che si rivolgevano al minimalismo come rifiuto di tutte le ricette.
Si può rigettare in toto l’argomentazione del giovane autore di The Longing for Less, come ha fatto il recensore del Wall Street Journal, secondo cui il critico si muove secondo “l’assunto falso che i minimalisti di oggi, domando il proprio consumismo, stiano esprimendo una visione della vita. Alcuni vogliono soltanto mettere i calzini in ordine”. Ma proprio il pregio del saggio di Chayka, che è piuttosto amibizioso e quindi inevitabilmente lacunoso, è di ricercare il motore segreto che spinge le giovani generazioni a tentare di scovare il più nel meno, finendo per adagiarsi poi sull’uguale.