La campagna punitiva con le sue milizie in Siria

Il generale iraniano Qassem Suleimani voleva nominare il primo ministro dell’Iraq, faceva uccidere soldati iracheni nelle loro basi (bombardate dalla sue milizie) e faceva rapire e uccidere manifestanti iracheni di vent’anni. E questo soltanto nei suoi ultimi tre mesi di attività. Era la definizione da manuale di militare macellaio e di arroganza imperialista. In questa pagina mettiamo tre storie da Siria, Iraq e Iran che riguardano la sua carriera durata oltre vent’anni.
N el 2012 il regime iraniano si era convinto che il presidente siriano, Bashar el Assad, non avesse più alcuna speranza di mantenere il controllo del paese. Le forze di sicurezza avevano aggredito le manifestazioni di piazza in ogni parte del paese, ma le manifestazioni erano diventate rivolte e poi scontri armati e infine tutta la Siria era precipitata in una guerra civile. Il territorio ancora in mano al governo rimpiccioliva ogni giorno, i soldati disertavano, i ribelli cominciavano a ottenere la sponsorizzazione di governi ostili alla Siria e all’Iran. Persino un pezzo dell’apparato assadista che comprendeva parenti e ufficiali fedelissimi di Assad era convinto fosse arrivato il momento di cedere per non finire come in altre parti del mondo arabo. Era meglio una soluzione alla tunisina, con un passaggio impunito verso la salvezza, che una fine alla libica: Gheddafi nelle mani dei ribelli. L’unico uomo forte che a Teheran pensava che la situazione fosse ancora salvabile era il generale Qassem Suleimani, ma dalla sua parte aveva soltanto la credibilità acquisita nella guerra clandestina contro gli americani in Iraq.
In occidente ricordiamo soltanto l’ascesa dei gruppi terroristici di marca sunnita di quegli anni, quelli di Zarqawi che tagliavano le teste in video, ma le milizie create da Suleimani erano ancora più pericolose. La caduta di Saddam Hussein aveva lasciato un grande vuoto strategico e un caos in cui tutto era possibile, Abu Mussab al Zarqawi ne aveva approfittato per le sue operazioni spettacolari – camion bomba nei mercati, moschee colpite con mortai, seggi elettorali assaltati – e invece il generale iraniano aveva scelto con metodo di creare forze meno appariscenti, meglio strutturate, più disciplinate e in qualche modo presentabili (frequentavano con disinvoltura i palazzi del potere e non finivano quasi mai sulla lista dei ricercati). Quelle milizie in Iraq avevano ucciso più di seicento soldati americani e il generale Ray Odierno, il capo dei soldati americani, le aveva definite “una minaccia più pericolosa di al Qaida”. Trattandosi dell’Iraq, fu un riconoscimento di alto livello. Una delle armi preferite da quelle milizie dirette da Suleimani era un ordigno chiamato EFP. Ora c’è qualche tecnicismo, ma vale la pena seguire perché si capisce la differenza sopraffina tra le milizie e i terroristi alla Zarqawi. I terroristi sunniti erano fanatici che si erano specializzati nella costruzione di cosiddetti IED, improvised explosive device, bombe improvvisate con tutto quello che capitava a tiro. Potevano prendere il proiettile di un carro armato, legarlo a una bombola di gas, collegare tutto a un telefonino come innesco e aspettare che passasse una pattuglia americana. Facevano squillare il telefonino, il contatto si chiudeva e c’era l’esplosione. Gli americani avevano imparato in fretta a costruire veicoli sempre più corazzati e lenti e le loro perdite si erano di molto ridotte. Le milizie di Suleimani invece ricevevano degli ordigni troppo sofisticati per improvvisarli in qualche cantina-officina e infatti erano prodotti in Iran. Erano delle bombe speciali di forma conica e quando scoppiavano il calore dell’esplosione fondeva il cono di metallo e sparava a velocità incredibile il getto di metallo liquefatto in un punto concentrato della corazza. In molti casi il metallo riusciva a passare la blindatura e quando entrava dentro il veicolo, sempre velocissimo, era un macello. Dove passava tranciava. I rallisti, quelli che dentro i veicoli stanno in piedi nella torretta, presero l’abitudine di viaggiare sempre con una gamba davanti all’altra così, dissero all’inviato del Foglio, se scoppia un EFP a lato della strada perdo soltanto una gamba e non tutte e due. Ecco, queste erano le operazioni che Suleimani dirigeva in Iraq contro l’America – un paese contro il quale dal punto di vista formale non c’era alcuna guerra in corso. Aveva creato un’evoluzione tecnologica dei gruppi terroristici. Il suo obiettivo era far sanguinare molto gli americani in medio oriente in modo che imparassero a tenersi alla larga dalla regione. Il Pentagono a quei tempi tentava di stabilizzare l’Iraq per poterlo lasciare con una parvenza minima di vittoria, Suleimani lo destabilizzava in modo che gli iraniani ci si piazzassero sempre meglio. Quando ci si chiede perché mai il Pentagono abbia presentato al presidente Trump tra le varie opzioni anche l’eliminazione fisica di Suleimani ci si dovrebbe ricordare di quegli anni. Torniamo alla Siria nel 2012.
Il generale iraniano capì subito che non poteva gettare troppi soldati iraniani nella guerra civile in Siria, perché avrebbero fatto la stessa brutta fine degli americani in Iraq pochi anni prima, sarebbero stati mangiati dalla guerriglia e l’intervento sarebbe fallito. Serviva carne da cannone che poteva morire senza turbare il regime iraniano e l’opinione pubblica nel paese – già parecchio nervosa per le sanzioni e per il clima di ostilità permanente all’interno e all’esterno. Così come aveva creato le milizie in Iraq, cominciò a reclutare in tutto il mondo sciita volontari che in cambio di uno stipendio mensile andassero a combattere in Siria. Dal Pakistan, dall’Iraq, dall’Afghanistan. Spesso i suoi uomini reclutavano adolescenti afghani che si erano rifugiati in Iran e non avevano nessun mezzo per sostenersi. Inquadrati e mandati in Siria a combattere una delle campagne di controinsurrezione più brutali di sempre, riuscirono a tenere in qualche modo più basso il numero di perdite dei soldati iraniani. Vedere le cifre aggiornate al giugno 2018: morti afghani 892, morti pachistani 155, morti libanesi 1.229, morti iracheni 116 e morti iraniani 549. Suleimani era diventato uno specialista nell’outsourcing delle guerre iraniane. Quando nell’estate 2015 volò a Mosca per proporre di persona al presidente russo Vladimir Putin di intervenire in Siria fu un capolavoro: la Russia ci mise i bombardieri, le milizie straniere da lui arruolate ci misero il maggior numero di perdite e l’Iran ci mise un po’ di soldi ma senza perdere troppi uomini e mezzi.
Per vincere in una guerra al risparmio contro i ribelli in Siria le milizie di Suleimani scelsero l’opzione peggiore: non fecero differenze tra combattenti e civili. Per espugnare le aree urbane non potevano permettersi troppo attrito e di espugnare casa per casa quartieri controllati da nemici decisi a resistere. Per questo motivo si limitavano ad assediare la zona che volevano prendere e a lasciare che la fame facesse il lavoro. A un certo punto in Siria più di mezzo milione di persone, in stragrande maggioranza civili, finì dentro questo tipo di assedi circoscritti – e si trattava di città dove non c’era lo Stato islamico. Zabadani, Madaya, Daraya, la parte est di Aleppo. Non passava il cibo, non passavano medicine. In un quartiere isolato fuori Damasco per un po’ la gente da fuori provò a soccorrere gli assediati imboccando con la macchina un cavalcavia che passava sopra una di queste zone chiuse e lanciando sacchetti di viveri dai finestrini dell’auto ma poi le milizie scoprirono il trucco e chiusero la strada. I testimoni oggi raccontano che l’arrivo dei miliziani di Suleimani coincideva con il peggioramento delle condizioni: erano più duri dei soldati siriani. La gente prima razionava il cibo poi finiva per sopravvivere con qualsiasi cosa trovasse. Mangiava l’erba, mangiava i gatti. I primi a morire erano quelli che avevano già problemi medici, per esempio erano in dialisi, e non potevano continuare le cure. Poi bambini e vecchi. A Madaya, una piccola città di ventimila abitanti fra la capitale Damasco e il confine con il Libano, ci furono più di ottanta morti per denutrizione. Nel frattempo i combattimenti non cessavano. Da fuori gli assedianti usavano fucili da cecchini, mortai, razzi. Oggi nessuno può dire quanti civili sono morti nella guerra civile siriana, l’ordine è delle centinaia di migliaia. Questo sistema di punizione collettiva contro i siriani era senz’altro autorizzato da Suleimani, che si spostava da un fronte all’altro ed era il regista della campagna delle milizie. Nel caos della guerra il suo ruolo è stato dimenticato in occidente, dove oggi fa molto più scalpore un tweet di minaccia del presidente americano Donald Trump, che dice di essere pronto a bombardare anche “i siti culturali dell’Iran”. I sopravvissuti siriani agli anni degli assedi – così recenti, in alcuni casi si parla del 2016 e 2017 – non hanno dimenticato però e alla morte di Suleimani sui social sono circolate foto di dolci distribuiti per celebrare la sua fine. Mentre a Teheran una folla senza precedenti piange l’uccisione del generale, in tante altre parti del medio oriente si festeggia con discrezione.