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“Basta col libretto rosso femminista!”. Parla Bérénice Levet

“Stiamo criminalizzando il desiderio maschile. È tutto rivolto contro l’occidente. L’islam esente”. La filosofa francese contro l'ideologia che ha ispirato il #metoo

5 Dicembre 2018 alle 10:50

“Basta col libretto rosso femminista!”. Parla Bérénice Levet

(Foto Pixabay)

Roma. Libérons-nous du féminisme!, scrive nel suo libro la filosofa francese Bérénice Levet, studiosa di Hannah Arendt, docente e collaboratrice di Alain Finkielkraut, già nota per il libro La théorie du genre, ou Le monde rêvé des anges (Grasset), con cui si è unita al campo di quelle accademiche, come Claude Habib, che esaltano la polarità sessuale invece di volerne la fine. La liberazione è quella da una ideologia “infantilizzante”, “puritana”, che sta criminalizzando il desiderio maschile. E soprattutto che impone un nuovo modello di società in cui è esaltata l’appartenenza alla comunità.

 

“Il femminismo che trionfa oggi è un femminismo che esalta ed esacerba l’identità delle donne e vede le donne come una comunità separata cementata da questa comune appartenenza al sesso, in una sorta di faccia a faccia con gli uomini”, dice Levet al Foglio. “Questo femminismo esclude la possibilità di essere liberi da questa identità, che ci siano sfere dell’esistenza in cui essere donna non entra in gioco nella professione, nella cittadinanza, nella scrittura o nel pensiero. I romanzieri possono così dare vita ai ritratti più intriganti e più variegati delle donne - si pensi a Balzac, Stendhal, Henry James - e le donne per i ritratti dell’uomo, si pensi a Jane Austen. Questo femminismo guida la crociata nel linguaggio ed esige con rabbia la femminilizzazione dei titoli e delle professioni. Il linguaggio ‘inclusivo’ è un termine fuorviante dal momento che, al contrario, separa e divide. La donna sarebbe una specie di cane di Pavlov che reagisce solo ai segnali sessualmente trasmessi. Ora, mi piace sottolineare che quando si dice che ‘tutti gli uomini sono mortali’ non mi sento un’eccezione. Ricordiamo questa magnifica conclusione di Simone de Beauvoir: ‘In entrambi i sessi si gioca lo stesso dramma della carne e dello spirito, la finitezza e la trascendenza; entrambi sono rosi dal tempo e hanno lo stesso bisogno essenziale dell’altro’”.

 

Un femminismo di ispirazione anglosassone, importato dagli Stati Uniti, e che sta esondando in Europa: “Con una deviazione da parte delle istituzioni dell’Unione europea che si sono assicurate di convertirsi ad esso sin dagli anni 90 e che torna a noi oggi come un boomerang”. Un neofemminismo che è allo stesso tempo muto sui diritti delle donne ad esempio nell’islam, per non offendere le minoranze. “Ciò che colpisce davvero in questo neofemminismo è il suo doppio standard: a seconda che tu sia bianco, europeo, cattolico, ebreo o che tu sia magrebino o africano, di origine musulmana” continua Levet al Foglio.

 

“E se le figure femminili di spicco si sono schierate sul caso Harvey Weinstein, questo non è casuale” prosegue al Foglio Bérénice Levet, autrice del libro Libérons-nous du féminisme!. “Era il colpevole ideale: un maschio bianco eterosessuale, più vecchio, potente, ebreo ... colui che poteva essere presentato alla faccia del mondo come un ‘maiale’, senza il minimo scrupolo, senza paura di essere accusati di fare il gioco dell’estrema destra. Questo femminismo è un femminismo del risentimento e un risentimento interamente rivolto contro l’occidente. L’odio per la civiltà occidentale è ancorato al suo corpo e alla sua anima. La lotta contro la violenza contro le donne è, a mio avviso, un alibi. L’obiettivo è davvero quello di rovesciare un modello di società, di civiltà, basato sul mix di genere, il gioco, la fiducia, la complicità”.

 

 La filosofa francese anti-femminista Bèreènice Levet


 

Questo femminismo è un femminismo separatista. “Se la violenza contro le donne è un flagello sociale, questa piaga è inerente al nostro modello di società, e si porta tutti a concludere che l’unica via d’uscita è di decostruire questo modello, di buttarlo giù. Il giorno dopo la famosa tribune di cento donne, pubblicato sul Monde, firmato tra gli altri da Catherine Deneuve, un’attivista ha detto: ‘I maiali e i loro alleati sono preoccupati? È normale. Il loro vecchio mondo sta scomparendo’. E’ assolutamente assurdo vedere denunciato un patriarcato ormai totalmente estraneo alla nostra morale, alle nostre pratiche, quando c’è invece un patriarcato d’importazione, legato alla morale islamica e che regola i rapporti tra uomini e donne in questi territori perduti della Repubblica.

 

“Territori le cui chiavi sono state consegnate agli islamisti. Le donne hanno abbandonato lo spazio pubblico, o quando lo attraversano sono coperte di mucchi di tessuti, i caffè sono vietati... Ma questa realtà disturba, non è politicamente corretta, lascia indifferenti le femministe e lo ripeto, negano o minimizzano. Le donne che, sul campo, combattono per l’uguaglianza di genere, per la diversità di genere sono lasciate sole. Questo è il motivo per cui dico di liberarci dal femminismo, perché è una scuola di cecità, nasconde il reale, piuttosto che rivelarlo”.

 

Secondo lei questo femminismo è anche una minaccia alla cultura occidentale? “Questo femminismo è una minaccia perché gode di legittimità ideologica, e lo abbiamo visto con il #MeToo, a livello internazionale: è il piccolo libro rosso dei media, delle élite politiche, culturali in tutto il mondo, è l’ultima grande storia per gli orfani di sinistra, ciò che resta ai progressisti. Quindi le forze in grado di controbilanciarlo sono deboli e particolarmente colpite dall’illegittimità. Se non sei parte di questo femminismo, come è il mio caso, sei accusato di essere indifferente alla situazione delle donne che sono abusate, aggredite, violentate, in altre parole, di essere i complici degli uomini che commettono questi atti. E’ un gergo femminista saturo di ideologia, trasmesso dai media e mai messo in discussione (sessismo, molestie, ‘comportamento inappropriato’, cultura dello stupro).

 

In ‘LTI, la lingua del Terzo Reich’, il filologo tedesco Victor Klemperer descrisse molto bene questo meccanismo: ‘Le parole possono essere come piccole dosi di arsenico; inghiottite senza preavviso, sembrano non avere alcun effetto e dopo un po’ si avverte l’effetto tossico’. Contro la liturgia femminista, confesso che gli uomini che sono ancora in grado di essere distratti dal loro lavoro da una collega o per strada, deviati dai loro smartphone da una donna che passa, mi rassicurano. In questa analisi finale della civiltà, dobbiamo difendere la nostra morale, ricordare il suo sapore, da qui il mio sottotitolo: ‘Nazione francese, galante e libertina, non negare te stessa!’. Contro il #MeToo, leggiamo Marivaux e impariamo il gioco del desiderio e dell’amore, le sue astuzie, le sue strategie ”.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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