Che cosa può fare l'Italia per guadagnarci (e non poco) dalla Brexit

Gianni Castellaneta

In questi giorni il dibattito nazionale è stato monopolizzato dai risultati delle elezioni legislative, accantonando per ora la discussione sui singoli temi dei programmi e in primis quello delle relazioni internazionali. Nell’attesa di capire quando un nuovo governo sarà pienamente operativo e con una solida maggioranza a suo sostegno, vale la pena  di dare uno sguardo al di fuori dei nostri confini, dato che in Europa sta per cominciare un periodo cruciale per il futuro dell’Unione a cominciare dal 22 e 23 marzo, quando si svolgerà la riunione del Consiglio Europeo che dovrebbe dare il via alla “fase due” dei negoziati per la Brexit e la delegazione italiana sarà necessariamente guidata per gli imperativi costituzionali e legislativi  vigenti, da un presidente del consiglio che nei giorni a seguire dovrà presentare le dimissioni del suo esecutivo.

 

Theresa May si presenterà all’appuntamento non nella forma ideale. La premier è logorata da divisioni interne al suo esecutivo: il Ministro delle Finanze Hammond, fautore di un’uscita più “soft”, si oppone infatti ai “falchi” Boris Johnson (Ministro degli Esteri) e David Davis (Ministro per la Brexit). Queste divergenze di vedute hanno finora rallentato l’elaborazione di una posizione unitaria da parte del Governo britannico relativa alla tipologia di accordo finale che si cercherà di ottenere con l’Ue. Ma  il tempo stringe, dato che alla mezzanotte del 29 marzo 2019 la separazione tra Londra e il resto del continente sarà effettiva, con o senza un accordo.

  

Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza e di mostrarsi forte e autorevole nei confronti di Bruxelles, il 2 marzo Theresa May ha pronunciato un nuovo discorso, il quarto dopo quello iniziale di gennaio 2017, quello di Firenze a settembre, e quello di poche settimane fa alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il primo ministro ha ribadito la volontà di sottoscrivere un accordo con l’Ue che sia il più vantaggioso possibile per entrambe le parti, pur ammettendo che sarà necessario rinunciare ad alcuni benefici. Non ha tuttavia  ancora chiarito che tipo di modello sarà seguito per definire le nuove relazioni commerciali. E’ evidente che le aziende di entrambi i lati spingono perché si stabilisca un’unione doganale che permetta a beni e servizi di circolare liberamente, ma la rinuncia annunciata al passporting finanziario e la volontà di non rimanere nel Mercato Unico Digitale hanno suscitato perplessità, sempre che non si riesca a pervenire ad accordi ad hoc, mirati per settori.

 

In questo quadro il ruolo del nuovo governo italiano scaturito dai risultati elettorali sarà decisivo. L’Italia ha tradizionalmente guardato con simpatia alle posizioni inglesi anche nell’ottica di equilibrare l’asse continentale politico franco-tedesco e di rafforzare le spinte liberiste che l’amministrazione inglese ha sempre impresso alla costruzione europea. La stessa Brexit non è stata drammatizzata nel rispetto della volontà scaturita dalle urne e se ne sono colte le opportunità. Il nuovo governo italiano rafforzando questa strategia potrebbe dare un contributo notevole ai futuri equilibri europei non indebolendo al contempo la fondamentale alleanza Europa/Usa  al di là delle contingenti controversie sulle tariffe doganali. L’antieuropeismo di molte forze politiche presenti ora nel nostro Parlamento che rischia di escluderci da quella Europa che si sta delineando ,a cerchi concentrici con un nucleo centrale trainante, potrebbe così trasformarsi in una difesa più attenta ed efficace che in passato dei nostri interessi strategici.

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