Rimpatrio con incentivo

Alessandro Berrettoni

Pagare i migranti per incoraggiarli a tornare nei loro paesi d’origine: l’Europa ha puntato su questa strategia per risolvere, o quantomeno ridimensionare, la crisi sui flussi di persone in arrivo sul continente. Il rientro volontario “con incentivo” nasconde però più di un problema, al di là del dibattito sui soldi spesi e sulle ragioni nel perseguire una politica di questo tipo. Innanzitutto non c’è omogeneità tra gli stati membri – quell’omogeneità che proprio la Commissione europea auspicava con il suo “EU Action Plan on return” nel 2017. In Germania una famiglia può arrivare a ricevere fino a tremila euro tra contanti, assistenza medica, vitto e alloggio in preparazione del rimpatrio, circa mille a persona. In Portogallo, la cifra si aggira intorno ai 50 euro, stando agli ultimi dati disponibili, del 2015

  

A dicembre il governo tedesco ha stanziato 40 milioni per aprire una nuova finestra di rientro – fino al prossimo 28 febbraio – per coloro che si sono visti respingere la richiesta di asilo. “Se una persona decide di accettare potrà avere un’assistenza per ricominciare, ma anche per pagarsi un alloggio durante il primo anno di residenza nel paese d’origine”, ha spiegato il ministro dell’interno Thomas De Maiziere in un’intervista alla Bild am Sonntag.

  

Gli assisted voluntary return - così si chiamano i rientri volontari - si rivolgono ai migranti irregolari, a chi è scaduta o non è mai stata accettata la richiesta d’asilo. Ma in molti casi i rifugiati non possono essere rimpatriati per ragioni umanitarie, tanto che in Germania dal febbraio all’ottobre del 2017 hanno partecipato al programma di ritorno volontario 8.639 migranti, su un totale di richieste d’asilo rifiutate pari a 115 mila.

 

Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), nel 2016 i rimpatri volontari nell’Unione europea sono stati quasi 100 mila, per la precisione 98.403. Di queste persone circa la metà, 54 mila, si trovava in Germania e 39 mila hanno ricevuto un incentivo economico per tornare a casa. Il 35 per cento di loro arriva da medio oriente e nord Africa. Il costo complessivo stimato da Oim per le operazioni di rimpatrio è di 32,7 milioni di dollari (circa 27 milioni di euro).

 

Tanto? Non secondo i governi favorevoli a questa strategia per contrastare la crisi dei flussi, che nel 2015 ha raggiunto il suo culmine con 2 milioni di persone entrate illegalmente in Europa. Pagare per i rimpatri costa meno che gestire i migranti, “dobbiamo convincere sempre più persone a tornare indietro dando loro più soldi”, ha detto a proposito il ministro alle Migrazioni norvegese, Sylvi Listhaug. Si tratta di un approccio criticato da alcune organizzazioni non governative: Pro Asyl, un gruppo tedesco che si occupa di protezione umanitaria, ha accusato il governo di Berlino di attrarre persone facendo loro “rinunciare ai propri diritti nel più vile dei modi”. In più è da vedere se si può definire “volontaria una procedura in cui i partecipanti sono indigenti e impossibilitati a lavorare”. 

 

Ma quali sono i paesi più “generosi”? Quartz ha pubblicato una classifica che fa riferimento agli ultimi dati aggregati disponibili, quelli del 2015. Il paese europeo che offre più soldi a chi vuole tornare a casa è la Svezia – che per ogni migrante è disposta a spendere fino a 3.050 euro (più di 7 mila a famiglia). Al secondo posto ci sono Gran Bretagna e Spagna, che arrivano a 2 mila, segue la Finlandia con 1.500. L’Italia in questa particolare graduatoria è dodicesima, con “soltanto” 400 euro per ogni migrante disposto ad andarsene. I paesi dell’est Europa invece si confermano ostili alle responsabilità comuni, alle “imposizioni” di Bruxelles, come già apparso evidente con il fallimento del piano di ricollocazione. In particolare Slovacchia, Bulgaria, Lettonia e Romania pagano una cifra che può arrivare al massimo a 150 euro. Fondi comunque superiori a quelli messi a disposizione dal Portogallo, che paga 50 euro per coprire le spese relative al viaggio. Sempre più di altri stati membri, come la Repubblica Ceca, che non offre alcun tipo di pagamento, o la Croazia, che non ha ancora introdotto nessun piano.

 

Questi finanziamenti servono a pagare viaggio, assistenza medica, ma non solo: ai migranti che tornano volontariamente nel proprio paese dalla Germania viene offerto un sussidio per un anno, per pagare l’affitto e ricevere l’equipaggiamento necessario per vivere, compresa una cucina accessoriata. Il denaro, però, non basta. Servono accordi bilaterali con i paesi di provenienza, come quelli che ha l’Italia con Tunisia, Libia, Algeria, Mali, Ciad e Niger. La disparità economica tra i paesi dell’Ue, che ben si evidenzia nella classifica stilata da Quartz, ha un altro effetto: i movimenti secondari, il cosiddetto rischio “shopping” di cui la Commissione europea aveva parlato a marzo 2017, cioè la possibilità che i migranti si spostino all’interno dei confini europei alla ricerca dell’offerta più conveniente. Per questo lo scorso anno sono stati stanziati 200 milioni di euro, che si aggiungono agli 800 del fondo asilo, migrazione e integrazione per il periodo 2014-2020 e ai finanziamenti dei singoli stati. Nel comunicato della Commissione si invitavano gli stati a fornire cifre omogenee e “coerenti” a chi fosse intenzionato a lasciare il continente, proprio per evitare i movimenti secondari, su cui invero non ci sono dati ufficiali o confermati. Una richiesta che però è rimasta inascoltata.

 

Nel frattempo si è deciso di puntare anche su altre strategie: non far partire i migranti, finanziando o trovando accordi con i governi locali dei paesi d’origine. Questo piano che sembra essere più efficace degli incentivi economici diretti, come insegnano la cura Minniti e l’esperienza dell’Italia, che nella classifica di Quartz non è tra i primi posti, ma dove gli sbarchi nel 2017 sono calati del 34,24 per cento rispetto al 2016, passando da 181.436 a 119.310 arrivi.

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