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I due crash di Sala con il populismo. Il problema politico vero

Il dialogo con i 5 Stelle e gli insulti delle periferie. Ma il modello Milano è l'unica alternativa allo sfascio 

24 Dicembre 2018 alle 06:00

I due crash di Sala con il populismo. Il problema politico vero

Il sindaco di Milano Beppe Sala e il presidente della Camera Roberto Fico alla commemorazione della strage di Piazza Fontana (Foto LaPresse)

La scorsa settimana il primo cittadino di Milano ha fatto esperienza diretta, per ben due volte, di cosa significhi andare a sbattere contro quel moloch senza testa (ma con molte bocche a urlare) che minaccia anche la sua città e che sia chiama populismo. Due episodi diversi, e per tenerli insieme ci vuole il filo della politica. La prima volta si è trattato di un crash volontario. Beppe Sala era da Corrado Formigli a Piazza pulita su La7 e ha detto – siamo per forza o per amore in un sistema proporzionale – che bisogna dialogare con i Cinque stelle, niente anatemi preventivi. Beppe Sala non è iscritto al Pd, non ha intenzione di spendersi per l’uno o per l’altro candidato alla segreteria, la dimensione della politica nazionale e partitica lo interessa molto relativamente.

 

Ma dialogare con il partito degli sfasciacarrozze, se si guida una giunta che a livello nazionale è all’opposizione, può non essere una grande strategia, o un grande aiuto, in generale, alla sinistra che arranca alla ricerca di un progetto politico sostenibile. Ma è pure vero, va detto, che se si guida una grande città con qualcuno bisogna pur dialogare, anche se sta dall’altra parte. E, come già abbiano notato più volte in questa pagina milanese, al telefono da Roma rispondono poco o male. E in quei giorni, ad esempio, c’erano da portare a casa i fondi per finanziare la futura metropolitana per Monza.

 

Il secondo crash è stato indesiderato, e, nel merito, il sindaco era dalla parte della ragione. Domenica, in visita al quartiere periferico del Corvetto, è stato contestato e (quasi) aggredito al grido di “te ne devi andare. Non sei niente, tornatene nella tua casa di lusso” da un gruppo di antagonisti. I quali protestavano per gli arresti di alcuni loro sodali dell’area dei centri sociali accusati di gestire in modo illegale e con intimidazioni il racket degli alloggi popolari Aler. Una brutta piaga milanese, su cui Aler (Regione) e il Comune stanno giustamente intervenendo e su cui Sala ha più volte denunciato l’ipocrisia di una certa sinistra che chiude un occhio sulla legalità.

 

Ma, questo a parte, quel “tornatene nella tua casa di lusso” è una frase – depurata dalla sua evidente incongruenza – che suona come un segnale, un allarme di tipo politico. Il Sole 24 ore ha decretato che Milano, per la prima volta, è in cima alla classifica delle città più vivibili d’Italia. E con molte ragioni. I commenti social, ma anche quelli di paludati opinionisti, si sono equamente divisi tra gli evviva rituali gli altrettanto rituali “parlate solo della Milano che i ricchi se la possono permettere”. Banalizzazioni, ovvio, ma è evidente che anche in una città come il capoluogo lombardo – in cui Sanità, scuole, mezzi pubblici funzionano anche per chi non vive nelle case di lusso del centro storico – il sentiment complessivo della popolazione tende al critico, probabilmente con un crescendo del tono negativo, a dar retta ai sondaggi di “umore”, che ancora non sono intenzioni di voto.

 

È questa città che Sala e la sua coalizione devono saper intercettare, producendo risposte e contrastando l’immagine pericolosa che si sta solidificando di una “élite del centro storico” egoista, disattenta e da punire alla prima occasione. E siamo a ciò che unisce i due crash. Il vero problema di Sala – o del Pd di cui non ha la tessera ma che lo sostiene, o persino del centro moderato-riformista che è sempre stato un fulcro della buona politica milanese – non è tanto “dialogare con il M5s”, con un occhio al futuro elettorale. È piuttosto quello di saper rispondere a uno scontento montante, e che sarà quello che deciderà del prossimo sindaco e, quindi, anche del ruolo di Milano come modello o traino per tutto il paese.

 

A Milano è proprio il Pd ad avere difficoltà a trovare un’immagine di sé e una linea politica condivisa capace di influenzare la dimensione nazionale (non è una buona notizia nemmeno per Sala) e di come ad esempio nelle periferie alcune cose si facciano e bene. Però in questo caso è un’iniziativa privata (fondazioni) a fare da motore e a coinvolgere il Comune (che ci mette del suo: bene). Il rilancio di una politica all’altezza delle aspettative che hanno dato sostanza al “modello Milano” anche per le zone meno privilegiate della città è quello che serve, a tutti, ed è l’unico modo per non andare a sbattere davvero contro il populismo. 

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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