L’uomo dei cani
Vita e letteratura si specchiano in Piero Scanziani, gigante adorato da pochi adepti
Giornalista, scrittore e demiurgo del mastino napoletano, attraversò il Novecento senza lasciarsi incasellare. Ospitò Montanelli, conquistò l'ammirazione di Eliade e poi, a settant'anni, un nuovo amore e una seconda giovinezza. Ritratto di un intellettuale fuori dagli schemi, oggi riscoperto grazie alla riedizione dei suoi libri
2 NOV 26

L’emersione di Scanziani nel cosiddetto “mainstream” fu ardua, eppure attraversò tutto il Novecento, nato nel 1908 e morto nel 2003
Nell’album delle figurine letterarie non si sapeva in quale ruolo e squadra mettere Piero Scanziani. Svizzero di lingua italiana, giornalista poliedrico ma discontinuo, romanziere senza moda, saggista interessato più agli sviluppi dello spirito che dell’attualità, manualista che trattava di longevità e talismani, soprattutto esperto e scrittore di cani: ne possedette circa duecento e fu talvolta conosciuto più per questo che per tutto il resto. Però da tutto il resto trapelano due candidature al Premio Nobel caldeggiate da Mircea Eliade; una laurea honoris causa dall’università dell’Aquila; il rifugio offerto in guerra a Indro Montanelli, che scrisse Qui non riposano a Berna, nell’appartamento di Scanziani in Gutenbergstrasse. E ancora, la corrispondenza con il mistico indiano Sri Aurobindo; un cameo in Vacanze romane dove interpretava se stesso; un radiodramma, Alessandro, che gli valse il Premio Ugo Betti ex aequo nel 1967.
È conosciuto più perché possedette duecento cani che per tutto il resto. Da tutto il resto trapelano due candidature al Nobel
Si capisce così perché ardua risultò l’emersione nel cosiddetto mainstream di un uomo che pure attraversò tutto il Novecento, nato nel 1908 e morto nel 2003: la fama diffida delle persone complesse e preferisce piuttosto la menzogna con cui qualunque sciapo mitomane si trasfigura in personaggio. Alla domanda “chi è Scanziani?” era difficile rispondere semplicemente: scrittore o giornalista, cinologo o divulgatore scientifico. In più, salvo una sfortunata esperienza di pochi mesi con la stampa fascista negli anni Trenta, scontata con l’ostilità dei colleghi elvetici nel dopoguerra, Scanziani si dichiarava “impolitico, anzi idiota alla greca, ossia chi mena vita fuori dalla conformità sociale e lungi dai pubblici uffici”. “Se mai dovessi scegliere un modello”, vagheggiava, “sarebbe Diogene, anarchico: di lui ammiro l’amorosità naturale, la civitas mundi, l’alta saggezza e l’impudenza canina”. Togliete dunque a quella figurina anche “l’impegno civile”, o perlomeno il suo fumus, aggiungetevi l’estraneità alle trame editoriali e capirete come fosse più agevole accompagnare al nome di Scanziani una scrollata di spalle. Sporadiche e preziose furono le eccezioni: lo ammirarono Vittorio Vettori, Élemire Zolla, Cristina Campo, Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Alberto Savinio, ma quando quest’ultimo, appassionato lettore del suo romanzo Felix, lo portò a una riunione in casa Bellonci, Scanziani finì appartato e silenzioso in un angolo, forse a rimpiangere i cani.
Non avrebbe più bussato a quel genere di porte né s’avvidero della sua assenza nei salotti dove finissimo è il fiuto per scovare gli intrusi fuori parametro. Guai, per esempio, a chi si muove in punta di piedi. Se invece fosse capitato in una riunione di mastinari, a scattare in piedi al suo cospetto sarebbero stati quei ruvidi signori. Tuttora il nome di Scanziani aleggia come un mito – con periodici memorial che gli sono intitolati – tra gli allevatori di mastino napoletano, poiché salvò la razza dall’estinzione e ne fissò lo standard dopo essersi imbattuto, nel 1946, in uno splendido esemplare blu di settanta chili che si chiamava Guaglione. Lo comprò dal guappo a cui apparteneva, don Ciccio, e lo accoppiò con Pacchiana, salvata da una infelicissima sorte: eccedendo di zelo nella difesa del padrone, che faceva il guardiano notturno, aveva azzannato alla gola e ucciso un delinquente che lo stava accoltellando. L’ingrato proprietario, traumatizzato dalla tragedia, le cavò i canini e la mise a catena. Per anni Scanziani fece la spola sull’Appia tra Napoli e il giardino zoologico di Roma, dove s’impegnava in quella selezione genetica e dove aveva trovato una sorta di riparo spirituale dopo la guerra, avviando anche una scuola per cani da difesa. Lo zoo di Valle Giulia, avrebbe rievocato nell’autobiografia, rappresentava “un Eden lontano dalla circolazione convulsa di Roma, dalla folla tumultuosa, dal mercato nero, dai comizi pro e contro, dalle camionette della polizia che respingono i manifestanti investendoli, colpendoli coi manganelli, fugandoli coi getti d’acqua e coi gas lacrimogeni”.
Nel 1974 tornò a Napoli quale giudice in un’esposizione di mastini: se ne trovò davanti settanta e al pensiero di “averli inventati”, commosso, pianse
Può darsi davvero che il cane sia il miglior amico dell’uomo, certamente lo fu per Scanziani. Nel 1945, lasciato il posto di responsabile del notiziario italiano all’Agenzia telegrafica svizzera per cui lavorava anche suo padre Antonio, cercò un’alternativa a Roma, ma né con le collaborazioni giornalistiche né coi proventi di due romanzi riusciva a sbarcare il lunario per sé, moglie e tre figli. Lo trasse dagli impicci “un manualetto da niente”, compilato in una settimana, che diventò un best seller: L’addestramento del cane da difesa. L’idea di scrivere di cinologia e di aprire quel canile allo zoo gliel’aveva data un boxer dal pomposo appellativo, Arno von Turnellen, che s’era portato dalla Svizzera e aveva cominciato ad ammaestrare per diletto. Già prima della guerra aveva arrotondato i guadagni con un allevamento casalingo di bulldog francesi (il preferito, Conte, pure fu costretto a venderlo): “Dovremmo dare più importanza agli incontri, poiché dagli incontri dipende l’esistenza intera”, considerava in Viaggio intorno al molosso: si riferiva ai cani, agli uomini e ai libri. Fu afflitto in quel periodo, come prima e dopo, da seri problemi di salute: ulcera duodenale, emorragie interne, delicati interventi chirurgici lasciavano poco sperare in una lunga vita, e invece avrebbe goduto di una maturità serena e di una quasi giovanile vecchiaia assaporando successi graditi ma non inseguiti, senza mai raggiungere però l’agiatezza anche quando, nel 1985, la sua Enciclopedia del cane fu tradotta in Gran Bretagna, patria della cinofilia moderna.
Mentre il tempo ha scalciato nell’oblio parecchi nomi importanti, quello di Scanziani ha resistito anche dopo la morte presso una cerchia contenuta ma assidua di estimatori. Dal 2022 l’editore Gerardo Masuccio, con la sigla Utopia, ha cominciato a ristamparne appassionatamente i libri, tra cui il più famoso è Entronauti, neologismo coniato dallo scrittore per indicare coloro che si dedicano alla ricerca del senso trascendente della vita. Uscito in prima edizione nel ‘69, raccoglie resoconti di viaggio dall’India alla California, da Londra alla Persia, dal Giappone al Monte Athos, luoghi in cui Scanziani incontrò asceti, scienziati, veggenti, sufi, anacoreti. Fu un colto direttore, Arturo Tofanelli, storico timoniere del settimanale Tempo, a consentirgli la realizzazione del progetto, memore dei consensi ottenuti nel 1957 con la pubblicazione a puntate di Avventura dell’uomo, saggio sulle stagioni della vita dal concepimento alla morte, che gli fece lievitare le tirature e permise a Scanziani l’acquisto di un’utilitaria usata. Anche quest’opera è tornata in libreria con Libro bianco e Il fiume dalla foce alla fonte, mentre l’ultima rieditata, a settembre scorso, è stata Felix, che fu finalista al Premio Viareggio del 1952. Erano libri ormai introvabili, pubblicati a suo tempo da Elvetica Edizioni, fondata da Scanziani stesso nella nativa Chiasso nel 1967, perché “Chiasso ha più banche che caffè e nemmeno una casa editrice”. Ma nell’impresa, che contemplava pure una collana di scrittori ticinesi, finì per rimetterci anche i propri diritti d’autore.
Dal 2022 l’editore Gerardo Masuccio, con la sigla Utopia, ha cominciato a ristamparne i libri, tra cui il più famoso è “Entronauti”
Nel 1970, quando la moglie Luisa morì, decise di tornare stabilmente in patria e trovò casa a Sagno, villaggio di poche anime alle pendici del Monte Generoso: “Qui la mia sola proprietà è una tomba di famiglia a Balerna. Così spossessato, ho la levità di chi è libero di chiudere la propria vita o miracolosamente cominciarne una nuova”. Stavolta gli teneva compagnia un cane bovaro dell’Appenzell assieme a due gatti, in una vecchia canonica abbandonata dal prete perché vi pioveva dentro. Nella saletta dell’unico bar-ristorante del paese tenne sette conversazioni su “l’uomo interiore” per i piccoli gruppi di lettori che s’inerpicavano fin lì. Scrisse di Cristo, Aurobindo, Buddha e tradusse in italiano La vita di Ramakrishna di Romain Rolland. Nel 1974 accettò finalmente un invito a tornare a Napoli quale giudice in una esposizione di mastini: se ne trovò davanti settanta e si stupì che ce ne fossero tanti. Al pensiero di “averli inventati”, commosso, pianse.
Sembrava tutto procedere verso un tranquillo, forse noioso epilogo biografico, quando accadde l’inaspettato: lei si chiamava Maria Giuseppina Grosso detta Magì, laureata in lingue alla Bocconi, trentanove anni meno di lui. S’incontrano a Milano. S’innamorano. Si sposano a Lugano il 6 dicembre 1977, fanno un viaggio in India. Si trasferiscono a Morbio Inferiore, sempre nel Canton Ticino, e Magì resta incinta: Gabriele nascerà a maggio del 1980, ma il 26 gennaio precedente, ancora una volta, Piero rischia la fine. Mentre viene operato d’urgenza a Mendrisio, muore a Roma uno dei suoi più cari amici, l’esoterista Massimo Scaligero, antroposofo, caporedattore della rivista East and West. Per Scanziani è però un anno di svolta. Spariscono i malanni che l’hanno tormentato e si dedica a una trilogia che incontrerà il favore del pubblico: L’arte della longevità, L’arte della giovinezza e L’arte della guarigione. A chi storce il naso per quest’incursione nella manualistica ribatte: “No, me ne compiaccio. Quanti manuali illustri da Epitteto a Gracián!”. Lavora con l’entusiasmo rinnovato di chi rifiuta il pessimismo perché “è un verme nel frutto: lo divora imputridendolo”; accentua la tensione verso una “via dell’abbondanza” che bisogna cercare “nella nostra interiorità, dov’è la stanza del comando”. “Guariti dalla paura, la vita è meravigliosa”.
Serena Zoli, che va a intervistarlo per il Corriere della Sera nel gennaio 1987, rende una sintesi efficace: “Mettete insieme un finalista al Premio Nobel per la letteratura nella tornata 1985 e, ancora, 1986; il creatore di una nuova razza canina (mastino napoletano); una paternità a 72 anni; e ora il manualista che insegna con regole semplici l’arte della giovinezza, della longevità e della salute (felicità compresa): il risultato è Piero Scanziani, ticinese di 78 anni dichiarati ma non dimostrati”. Circa l’età, così aveva spiegato in Avventura dell’uomo: “Il neonato è vecchissimo: non ha che impulsi atavici, non è che un miscuglio d’esistenze trapassate che in lui ripalpitano”; “il ventenne è vecchio: famiglia, scuola, ceto, società l’hanno inzeppato dei loro vecchi concetti, vecchie erudizioni, vecchi sentimenti, non suoi… I giovani sono vecchi, malcontenti e rivoltosi”; “il settantenne, l’ottantenne hanno un animo proprio, per intero frutto delle loro esperienze”. Conclusione: “Alla nascita si è antichi, a vent’anni si è vecchi, a settanta si è odierni”.
Letteratura e vita, nel caso di Scanziani, non si divaricano ma si rispecchiano l’una nell’altra anche da postumo, sicché la sua memoria molto deve a quell’amore autunnale per Magì, poi diventata sua biografa col nom de plume di Gaia Grimani nonché organizzatrice di periodici convegni: l’ultimo, focalizzato su Entronauti, si è tenuto a Lugano il 17 ottobre scorso.
“Se dovessi scegliere un modello sarebbe Diogene, anarchico: di lui ammiro l’amorosità naturale, la civitas mundi, l’alta saggezza e l’impudenza canina”
Gelosi come adepti, i lettori di Scanziani sono felici di non vedere i suoi testi fra il milionesimo giallo e il milionesimo noir nelle librerie di catena: meglio compiacersi con le parole del critico Mario Sansone, che riconobbe all’autore ticinese una “rinnovata cultura dell’anima non più asservita all’ideologia e al privilegio”. Meglio averlo scoperto, confessiamo, prima come demiurgo di molossi che come scrittore. Meglio che la sua voce, consegnata al giornale radio delle 22 durante la guerra e ascoltata sulle onde corte in tutto il mondo, si sia rarefatta nell’etere di allora assieme alla sfida che imponeva ai redattori bernesi: inserire ogni giorno un vocabolo insolito in una frase del notiziario, perché persino in guerra è d’uopo non essere banali (e poi, circa le cose serie, sussurriamo che Scanziani soffiò al New York Times la possibile caduta di Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del 24-25 luglio 1943).
Fu a quell’epoca, mentre rincasava stanco dopo un turno di notte, che scoprì “il segreto contenuto nel tempo”. Passando sul ponte che attraversa il fiume Aar guardava la piena rabbiosa trascinare ogni sorta di detriti, carogne di bestie, un albero sradicato: “Tutto era tristizia, tutto uno scappare d’acque e di giorni inafferrabili”. Quanta vita mi resterà, si chiedeva. Disgustato, si spostò alla ringhiera dirimpetto “per attendere che almeno si apra un bar” mentre l’aurora si tingeva di rosa. “E finalmente un guizzo di gioia mi tocca l’anima: m’avvedo che dall’opposta ringhiera la corrente non scappa, invece m’arriva, viene, viene”. Bastava cambiare il punto di vista: “Fino ad ora avevo voltato le spalle alla fonte guardando con orrore la foce. Mi dico: anche il mio tempo arriva e arriva. Nulla scorre, tutto è qui adesso. Mi accorgo d’aver sempre vissuto solo nel presente: per dar vita ai ricordi, devo portarli nel presente, per prevedere il futuro devo portarlo nel presente. Se tutto sta al presente, il tempo dov’è? Mi balena la verità: il presente non dura niente, ma non finisce mai”.