Figli e figliastri di Piperno

Telecomandi, buffet e scambi di corpi. Da Hollywood a Villa Giulia, Alessandro Piperno si scopre coatto (e ne va fiero). “L’assalto al buffet romano è come l’assalto alla diligenza nei film americani di John Ford”

1 NOV 26
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Alessandro Piperno nell’ottobre romano tiepido è vestito, come sempre, da Sherlock Holmes, ma ordina una Caesar salad e una Coca zero, e niente pane, come fossimo a Los Angeles: è insomma una via di mezzo tra il prof. Ludovico Spinazzola, dandistico critico d’arte romano, e Ethan Kaffee, star burina del cinema hollywoodiano, i protagonisti del suo ultimo romanzo, Gli scherzi della vita, pubblicato, al solito, da Mondadori.
Lì, dopo una notte come si vuole tempestosa, la mattina della vigilia di Natale questi due maschi simmetrici si risvegliano ognuno nel corpo dell’altro, a parti e continenti invertiti, tra Kafka e “Il marchese del Grillo” con Gasperino il carbonaro e “Una poltrona per due”. “E soprattutto ‘Freaky Friday’, ‘Quel pazzo venerdì’, film degli anni Duemila con protagoniste Jamie Lee Curtis e Lindsay Lohan madre e figlia che si scambiavano di ruolo, la figlia ribelle con la madre borghese. Nel mio libro poi c’è l’aggravante che i due non si conoscono”, dice Piperno, tweed d’ordinanza, gemelli, cravatta blu con nodo Windsor, in un bar ristorante dove lo si incontra talvolta anche all’alba, a scrivere con temperature polari, per poter fumare liberamente.
Ma adesso ha smesso pure la pipa, di nuovo mezzo Ethan Kaffee, la star americana ossessionata dal salutismo che fa i bagni d’acqua ghiacciata al mattino prima di una sciata in elicottero; ma allo stesso tempo con l’abito del vecchio gaudente romano a suo agio con le statue e i dipinti del Carracci. Uno ha il pane (forse senza glutine) ma non i denti, l’altro i denti ma non il pane. Uno ha i trigliceridi alti e la panza ma l’altro, fisico scolpito, conduce una vita sessuale anche peggiore, chiuso in un’esistenza controllatissima di “longevity”, la teoria per cui se lo terremo da conto, il corpo, non ci farà invecchiare mai.
Uno scoprirà l’amore sensuale per le belle attrici, l’altro la lusinga del carboidrato romano. Scambiati di posto, capiscono molto di sé e della vita. Entrambi ritroveranno affetti che erano lì a portata di mano ma per qualche motivo congelati, come il bagno mattutino.
“Ma poi il libro dopo un po’ diventa molto meno soprannaturale di quello che sembra, e vengono fuori i miei soliti temi”, dice Piperno, dunque famiglie alto borghesi e alto disfunzionali, e poi figli e figliastri, fratelli e fratellastri; il prof. Spinazzola che sembra un po’ Bernard Berenson e un po’ Vittorio Sgarbi (ma niente a che vedere col vero Spinazzola, Vittorio, critico letterario “che ho conosciuto, magro, sobrio, altero”) ha un fratellastro filippino che in uno strano ménage è anche un po’ il suo servitore, e una figlia riconosciuta solo per sentenza, l’attore invece un figlio che si è suicidato e riversa tutto il suo affetto su un porcellino di nome Freddy.
I due si incontreranno poi in una terrazza romana, ma, di questo, parleremo dopo. Intanto, la svolta “soprannaturale” di Piperno. Scusi, ma non poteva scrivere un bel romanzo su di sé, come tutti? Magari con un po’ di traumi, di dolòr. “Ho scoperto di essere anche dislessico”. Vede? Era perfetto (“no, ne ho abbastanza di me e ne ho abbastanza di chi parla di sé. Così mi butto sul fantastico. E questo non è niente, vedrà il prossimo”).
È quasi una fan fiction, gli dico. “Cosa?”. Una fan fiction, i romanzi che vanno oggi tra i ragazzi, sui personaggi veri, per esempio si potrebbe farlo su... “Julia Roberts”, si illumina. Questo invece è chiaramente su Tom Cruise, a partire dal nome: Ethan come Ethan Hunt di “Mission: Impossible” e Kaffee come il Daniel Kaffee di “Codice d’onore”. “Un attore fantastico, Cruise, che ho sempre amato, non solo per il cinema ma anche per le scelte di vita”. Piperno, non avrà intenzione di convertirsi a Scientology. “Quello, no”.
Ma è una passione che arriva all’ultimo “Digger” passando da “Top Gun”: “naturalmente il sequel, ‘Maverick’, molto più bello”. Lo snobismo piperniano: amare non un filmaccio americano ma addirittura il suo derivato; del resto a Malcom Pagani ha raccontato di amare “ogni cosa dozzinale”.
E dunque in primo luogo non solo il cinema ma la tv trash: “‘Temptation Island’. Ma la versione originale è migliore, quella italiana è troppo ripulita e puritana”. “Guardo una quantità di televisione, anche ‘Matrimonio a prima vista’, un giorno il mio amico Saverio Costanzo mi raccontava che suo padre Maurizio ai tempi aveva uno studio con tantissimi televisori accesi contemporaneamente, quello mi pare un paradiso. Oggi non c’è piattaforma a cui non sia abbonato. Pago cifre pazzesche”. Non disdice quando vuole? “No. Non so disdire”.
Trova difficoltà con queste smart tv? Siamo della stessa generazione, io ricordo il momento in cui mio padre non seppe più destreggiarsi tra gli apparecchi, e capii che era diventato vecchio, e oggi sono io che invece non sono più capace di usare questi strambi telecomandi. Mi guarda trionfante negli occhialini tondi che dilatano la pupilla scura. “Ma io sono un maestro, un satrapo dei telecomandi”. Tv enorme? “Normale”. Pure in camera da letto? “Sì”. La moglie Simona, anche lei francesista, subisce. La moglie che lui dice di aver corrotto ai piaceri volgari, tv e McDonald’s. Insomma, Piperno, sotto questo tweed alligna un gran coatto. “Sì”, dice, tutto soddisfatto.
Pare liberato, meno angosciato di un tempo, si capisce comunque che si diverte molto a giocare con questi due opposti, fuori il signorotto anglo-gaddiano, con la compitezza goffa e la gentilezza d’altri tempi. Dentro il soi-disant coatto.
Maschera che resiste all’usura del tempo, altro che longevity, dai primi clamorosi successi del 2005. Chi c’era si ricorda. I trionfi in classifica. Le copertine dei settimanali. Il successo di Con le peggiori intenzioni risuona come appartenente a un mondo lontano e perduto. Non erano ancora stati inventati l’iPhone né i social. Un romanzo come il suo vendeva 200 mila copie, oggi già arrivare a 20.000 è un’impresa. I settimanali, poi, oggetti d’affezione come la macchina da scrivere o il Vhs.
Nel 2012 col terzo romanzo vince lo Strega, il supremo trofeo dei letterati italiani, “ero a digiuno da due giorni per l’ansia, e ho bevuto troppo liquore, a stomaco vuoto, ci tenevano tanto per le foto, finii in ospedale con la colecisti, da Villa Giulia in clinica direttamente. Non ho un bel ricordo. Ma lo dico in generale per tutti i premi. Non ho mai più partecipato a uno. Trovo sconcertante che un manufatto artistico possa essere valutato e premiato rispetto ad altri con un riconoscimento. Anche di Philip Roth, che per me era il più grande scrittore del suo tempo, mi stupiva tutto il suo interesse per il Nobel, che poi non ha mai vinto. Al contrario, stimo molto Woody Allen che si è sempre tenuto lontano dai concorsi. Quando mi presentano come uno scrittore ‘Premio Strega’ penso che sia assurdo, io mi sento molto più laziale che scrittore Premio Strega”.
La cerimonia quell'anno “si teneva ancora con una certa anarchica larghezza alimentare poi regolamentata”. In quest’ultimo romanzo c’è una frase: “l’assalto al buffet romano è come l’assalto alla diligenza nei film americani di John Ford”. “Be’, c’era anche a quegli antichi premi Strega un’umanità che usciva di casa di proposito, proprio per cibarsi”. Io ho in mente certe dame piccolissime che si vedevano solo lì, che fuoriuscivano col favore delle tenebre, e non le incontravi mai per tutto l’anno in nessun’altra occasione.
Lo Strega era anche un ammortizzatore sociale, aiuti umanitari “parte di tutta un’economia dello scrocco che a Roma viveva e vive di buffet e di benemerenza. Il poeta Valentino Zeichen poteva telefonare, a te, giovane scrittore inesperto, riempiendoti di adulazione, e ti diceva devi mangiare, è ora di andare a colazione. Ma era lui che doveva mangiare”. E poi ti faceva pagare il conto. “Sì”.
C’è la scena nel romanzo appunto in cui lo scrittore nel corpo dell’attore e l’attore nel corpo dello scrittore si incontrano finalmente, in una tipica terrazza, col buffet e la padrona di casa che ha appena detto peste e corna dell’attore americano burino, ma immediatamente gli si butta ai piedi, all’attore americano burino che le imbocca a casa a sorpresa, con una giravolta tutta romana.
Lei ha mai frequentato i cosiddetti salotti? “Mai. All’inizio mi invitavano, ma ora non più. Un po’ perché ho sempre resistito. Un po’ perché adesso credo che queste dame siano quasi tutte defunte”.
Roma è la città dove anche la longevity viene a morire. Nel romanzo c’è anche la fine del giornalismo, con le telefonate fesse degli intervistatori di costume, una che vuol sapere il segreto del successo dei calvi in società, e un divo della stampa e e rivale amoroso di Ethan, un pensatore-sòla dell’Atlantic, che sbarca in Italia riverito da tutte le terrazze.
Mi ha ricordato la calata di Carrère a Roma quest’estate, con gli ossessivi racconti mitomaniaci dei romani alla Verdone – non se ne andava più, mi ha vomitato sul tappeto ecc. – e tutte avevano avuto una storia con lui, e poi le feste, quella da Marisela Federici che ammetto è stata una mia idea, pensavo di fare del marketing territoriale gratis, tipo pro loco, pensavo che non potesse partire da Roma senza la Marisela experience. Lui mi ha detto trasalendo “j’ai la panique du buffet”, il panico da buffet. Ma se hai il panico da buffet sei proprio nella città sbagliata.
“Non è il primo che mi segnala questa coincidenza. Ma ho seguito poco il caso, preferisco ‘Temptation Island’” dice Piperno. “Io poi sono stato uno dei primi ad assegnare tesi di laurea, su Carrère, vent’anni fa”. Perché Piperno è anche un professore, all’università di Tor Vergata. Come va quest’altra istituzione novecentesca, l’accademia?
“È cambiata completamente da quando ero studente io. L’altro giorno arriva una studentessa a colloquio e mi dice: professore, io non posso venire all’appello del 3 ottobre. Non si potrebbe fare il 4? Pensi dire una cosa del genere a un docente trent’anni fa. Io le ho risposto ironicamente: ma certo, ma guardi, non si disturbi, vengo io da lei, a casa, on demand. Però mi domando: era meglio la vecchia nostra università, dei baroni e magari delle molestie? Non direi”. Molestie? “Sì, conosco donne che hanno dovuto cambiare facoltà per le avance tremende dei superiori”.
Piperno diventato woke, questa sì che è una notizia. Piperno che ha scritto di professori accusati ingiustamente e “cancellati”, come nel romanzo Aria di famiglia. Ma allora è vero, come si sospettava, che in Italia si è passati direttamente dalla molestia a “con questo woke non si può dire più niente”. In America è durato trent’anni, in Italia meno del marziano di Flaiano, del Carrère romano. “Se è durato poco io dico per fortuna, noi non siamo dei puritani settari come gli americani. Loro ce l’hanno proprio nel sangue, pensiamo a Hawthorne e alla Lettera scarlatta, al maccartismo…”.
Poi oltre allo scrittore di narrativa e saggistica-collaboratore del Corriere, e al professore, c’è un terzo lavoro ancor più novecentesco di Piperno, è quello di direttore dei Meridiani, quei volumoni con le copertine blu rigate d’ oro come dei passaporti diplomatici e il segnalibro di seta. Edizioni critiche meravigliose, apparati addicting per bibliofili, ma un tempo erano soprattutto status symbol, magari non li si leggeva ma bisognava averli in casa. Adesso ho il sospetto che non li voglia più nessuno.
“Non dica così, non è per niente vero. Se guarda un programma televisivo, per esempio, alle spalle di sfondo nelle librerie c’è sempre un Meridiano”. Che in effetti è la Treccani di chi ha studiato. “Dalla Gruber i collegati da casa hanno sempre un Meridiano, tra qualche Adelphi e qualche Supercorallo Einaudi”. Sì, ma sono tutti di mezza età. Oggi neanche i maranza di Torino li hanno presi i Meridiani, saccheggiando la Feltrinelli. Con quel che costano. Sono le Vuitton dell'editoria. “Non scherzi. Ce ne sono da 85 euro ma anche da 20. Stiamo facendo anche delle nuove edizioni molto belle”.
Anche Kaffee, cioè il professore, nel corpo di Kaffeee, una delle prime cose che fa nel romanzo, è far scorta di Meridiani, a rimpinguare la biblioteca del villone che conta di soli tredici volumi. Forse andrebbero prodotti in versione cartonato, tipo i libri Ikea. “Lei è un provocatore. Siamo in attivo, sa. Da due anni”. La cura Piperno. Il Mario Monti dei Meridiani. “In Francia c’è l’equivalente della Pléiade, li portano in regalo se ti invitano a cena, al posto di una bottiglia, di un mazzo di fiori. Ultimamente invece un noto personaggio ci ha chiesto, come dono di nozze per il figlio che si sposava, 2.000 euro di Meridiani, gli abbiamo fatto un cofanetto speciale”.
Sarà stato uno di “Temptation Island”.
E senta, l’intelligenza artificiale la usa? “Certo”. Quale? “Claude. Ma non per scrivere, perché purtroppo per quello è una sega, ma per consultazioni di ogni tipo. La usi lei, per scrivere l’intervista”, ingiunge, stringendo gli occhietti, pagando il conto senza farsi accorgere. “Piuttosto, come farà? Trascriverà le mie parole in stile colloquiale fluente? Lo fanno spesso, non gradisco molto. A me piace parlare forbito…”. E poi “Mi raccomando, usi l’AI”, insiste, tuto felice del travestimento, uscendo di scena, un po’ Spinazzola un po’ Ethan Kaffee, re dei Meridiani e coatto (ma secondo me non è mica vero che a casa ha la televisione, bisognerebbe andare a controllare, vabbè).