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Alla Festa del Cinema di Roma Nord (a Roma la chiamiamo così) un getto continuo di titoli portavalori
Femminicidi, legalità, bullismo, educazione affettiva, mafie, antimafie, emancipazione delle donne, vite esemplari, martirologi, beatificazioni. In piazza “niente valori”, sullo schermo pure troppi. E come al solito, mai una via di mezzo
1 NOV 26

Claudia Gerini, regista del documentario “Ricordati ragazza”, e Anna Ascani, vicepresidente della Camera, in rappresentanza dell’istituzione-produttrice (Getty)
Questi giovani non hanno più i valori, signora mia! Dietro la grande protesta con sfasciamento c’è il nulla, il vuoto, “un’allarmante mancanza di valori” (cit.). Lo dicono tutti, al bar, nei talk show, nelle risse sui social, nei corsivi della domenica e nelle repliche del lunedì: il sociologo con la sciarpa, il ministro, il parroco col podcast, la preside al Tg1, l’opinionista all-you-can-eat che sguaina la parola maranza e non la molla più. Questi giovani scendono in piazza, e non per la Causa, figurarsi, ma per la vetrina di Louis Vuitton, lo scaffale di Decathlon, le Air Max in offerta da Foot Locker. Tre minuti di saccheggio e via: un reel su TikTok prima ancora che arrivino i lacrimogeni sperando poi di diventare virali – il desiderio memetico, avrebbe detto Girard avendoci Instagram, quello sì che fa girare il mondo.
Si scende in piazza per un Moncler espropriato in nome del “carovita”, mentre i libri della Feltrinelli si lasciano tutti lì, intonsi, sparpagliati per terra, presi a calci come intralci. Una volta dall’esproprio proletario si usciva almeno con un Lukács sottobraccio, un Marcuse, un Adorno, un Operai e capitale, un Anti-Edipo – grandi mattoni, utili anche per difendersi dalla polizia. Quella sì che era coscienza di classe! Questi qui, invece, dei libri non sanno proprio che farsene. Poi ci sono i commentatores a sinistra. Qui la protesta è sempre sacrosanta. Ecco anche il gran ritorno della parola “Sistema”, oldies but goldies, ritirata fuori dalla naftalina, sparata ovunque: i giovani saranno pure senza valori, ma almeno sono lì a dirci che “il sistema deve essere abbattuto”, smontato, decostruito dall’interno, “destrutturato”, come la carbonara fusion. “I giovani rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere” (penserete stia scherzando, ma l’ho letto così, sul Fatto Quotidiano). E però, signora mia, se i valori uno proprio li cerca, non perda tempo in piazza, non si interroghi troppo, non faccia lunghi ricami sociologici sulle vetrine sfasciate. Vada al cinema. O accenda Rai 1. Lì ce n’è a quintali per rieducare i nostri ragazzi: un getto continuo di titoli portavalori – quelli per esempio sfilati la settimana scorsa alla Festa del Cinema di Roma Nord (a Roma la chiamiamo così, perché in un qualsiasi pomeriggio feriale è tecnicamente irraggiungibile per chi non abita già da quelle parti). Mentre gli sfasciatori di vetrine raccontano una “società senza valori”, i red carpet raccontano l’accumulo di valori, anzi proprio un plusvalore direbbe quello lì: femminicidi, legalità, bullismo, educazione affettiva, mafie, antimafie, emancipazione delle donne, vite esemplari, martirologi, beatificazioni. In piazza “niente valori”, sullo schermo pure troppi. E come al solito, mai una via di mezzo.
Il film portavalori, destinato al fatidico “che-andrebbe-proiettato-nelle-scuole”, non è certo una novità, ci mancherebbe. Ma a volte la cosa sfugge un po’ di mano. Già a settembre si era entrati in quello che Avvenire definiva “il mese di Carlo”, nel senso di Acutis, il santo adolescente, patrono di Internet, “il cyber-apostolo che parlava ai millennial”, più o meno coetaneo dei maranza delle piazze: film tv, documentario al cinema, ristampa del libro della mamma (Il segreto di mio figlio), ventennale della morte. Piemme per la carta, Mediaset per il video, Cannes per l’export: un’integrazione verticale da manuale, un’agiografia di filiera. Nel film Carlo è santo a sei anni, a undici, a quindici. Tre taglie della stessa aureola, nessuna crepa, nessuna zona meno edificante. Portavalori allo stato puro e dei più imbattibili. In conferenza stampa si è scomodato perfino Truffaut, quello del film che migliora la vita, la nostra e quella dei nostri ragazzi – non però il “se vuoi mandare un messaggio, usa la Western Union, non fare un film” (Samuel Goldwyn). Il film su Acutis è stato comunque un gran successo. Spia, come si è scritto, “del nostro bisogno di valori” (eccoli!). Successo anche un po’ inaspettato perché Acutis, dicevano, non è Padre Pio e “la sua devozione non era antica, consolidata, globale” – anche se globale lo è eccome: mentre scrivo questo pezzo leggo di migliaia di persone in fila in Brasile per vedere un suo capello.
Il fatto è che per Padre Pio bisognava essere un po’ della zona, mentre Acutis si è santificato in rete, nasce già globale. Questo film-vicenda esemplare non contraddice il panico sui giovani senza valori, casomai è il negativo fotografico fondamentale: il ragazzo che usa Internet per il bene mentre gli altri lo usano per filmare il saccheggio. Il santo in tuta che porta da mangiare ai senzatetto mentre gli altri svuotano Prada. Il regista del film, Giacomo Campiotti, lo stesso di Ennio Doris, dice che Carlo Acutis è un eroe puro, il santo giusto al momento giusto, in una società che scivola verso violenza ed egoismo. E’ insomma l’anti-maranza: il figlio che gli adulti vorrebbero, guardato dagli adulti, la domenica sera, coi figli veri che staranno chissà dove. Il volto dell’attore chiamato a interpretare il giovane santo era poi già di casa nella galassia dei film di educazione civica: Samuele Carrino era già stato il protagonista di Il ragazzo dai pantaloni rosa, dunque vittima esemplare di un altro film esemplare. Il film portavalori ha le sue star.
La domenica sera del biopic edificante è ormai un’istituzione: una settimana prima di Acutis ecco un Guareschi ammorbidito, addolcito, filogovernativo, al sedici per cento di share, che di questi tempi non è poco. Acutis ne è una versione estrema, più riuscita, più santa, che si prende anche i complimenti del Centro Studi Rosario Livatino, giusto mentre alla Festa di Roma si preparava la prima di Livatino, film di Michele Placido – il beato che recensisce il santo, e il circuito che si chiude da solo.
La domenica sera del biopic edificante è un’istituzione: Acutis ne è la versione estrema, ma c’è stato anche un Guareschi ammorbidito e filogovernativo
Livatino – Il giudice e i suoi assassini ha una genealogia da mecenatismo rinascimentale. E’ stato concepito, racconta il regista, dopo una telefonata con Papa Francesco che domandava se questa storia del giudice fosse vera. Poi è stato battezzato alla prima da Mattarella, come in un concordato. Placido invoca “il grande cinema civile di Rosi, di Petri, di Damiani, che oggi manca”. Ma quel cinema era indagine, sospetto, accusa. Qui le istituzioni sono in prima fila, sul red carpet, e benedicono il film. Ci si ritrova in un gioco di ammiccamenti e compiacimenti: all’inizio di Livatino, i genitori del giudice guardano La Piovra in tv, assistono alla morte del commissario Cattani, cioè del Placido giovane, trauma di tutta una generazione, me compreso. Tre Placido nella stessa scena: quello anziano che dirige, quello giovane che muore in tv, e Placido figlio, cioè Brenno, che recita la parte del migliore amico del giudice. Ma ecco, sempre in fatto di giudici, sempre alla Festa, anche Un atto d’amore – documentario di Stefano Ribaldi e Maria Falcone, anche lei alla regia, presidente della Fondazione Falcone che racconta trent’anni di Fondazione Falcone. Trionfo del manierismo.
Il film portavalori funziona come l’omonimo furgone blindato e arriva al cinema scortato: davanti la famiglia, ai lati la Fondazione e la Film Commission, dietro le istituzioni in auto blu. In coda, a chiudere, la critica che sospende il giudizio: non sarà un capolavoro, ma è comunque “urgente”, “necessario”, una “testimonianza civile importante”. Come, per esempio, il film sul femminicidio di Giulia Cecchettin, altro momento “molto atteso” della Festa. In Se domani non torno, di Paola Randi, con Filippo Timi nei panni del papà, l’assassino di Giulia non ha volto e non ha nome: è “lui”, un pronome. Idea nobile: sottrarre al colpevole la scena che la cronaca gli ha già regalato. Ma il film, nelle sue pretese didattiche, vorrebbe soprattutto insegnare a riconoscere i segnali di pericolo (la gelosia ossessiva, la mania del controllo, il ricatto psicologico) e poi rinuncia a mostrare proprio la relazione in cui quei segnali si manifestavano. E’ come un manuale di micologia senza le figure dei funghi velenosi, per non impressionare troppo il lettore. Si esce sapendo che esistono; quali siano, chissà. In She Said, film sul MeToo, Weinstein si intravedeva solo di spalle, si sentiva al telefono, insomma non esisteva. Il film fu accolto come doveroso e disertato come tale. Beati invece gli inglesi che con Adolescence hanno spiegato a tutti come si fanno certe cose: quattro ore con un ragazzino che ha ucciso una compagna, guardato negli occhi, piano sequenza dopo piano sequenza. Nelle scuole, per inciso, ci è finito pure lui, offerto da Netflix con la benedizione di Downing Street. Il problema non è dove va a finire il film, ma come è fatto.
Nel caso Cecchettin il messaggio è incorporato nella conferenza stampa: sostenere l’educazione sesso-affettiva nelle scuole. Gino Cecchettin, del resto, il ddl Valditara l’aveva già criticato in un’intervista su Domani. Un film, insomma, a forma di emendamento, con un titolo che è già tutto: Se domani non torno è infatti anche una variazione-filiazione dell’ormai istituzionale C’è ancora domani cortellesiano: oltre trentacinque milioni d’incasso, scolaresche in fila, quel finale con le donne in coda per votare la prima volta. Da allora “il domani”, oltre che quotidiano, è un generatore inesauribile di titoli civili: C’è ancora domani, Se domani non torno, È già domani, il libro-manifesto di Silvia Salis, sindaca di Genova, appena uscito per Feltrinelli, anche se nessun maranza se l’è portato via dopo aver sfasciato le vetrine. “Domani” come brand. “Domani” in risposta al “c’hanno rubato il futuro” dei nostri ragazzi. “Domani” anche come obiettivo più concreto e raggiungibile rispetto al sol dell’avvenire, che si perdeva invece in un futuro imprecisato (e poi, arivacce a domani, come si dice a Roma).
Nel film sul femminicidio di Giulia Cecchettin l’assassino non ha volto. Idea nobile, ma il film vuole far riflettere sui segnali di pericolo senza mostrarli
E’ ancora presto per immaginare quanti spin-off genererà il film di Cortellesi. Ma intanto, sempre a questa Festa gravida di valori, in chiusura, c’era anche Ricordati ragazza, documentario written & directed by Claudia Gerini. Lo producono Luce Cinecittà e Rai Cinema in collaborazione con la Camera dei deputati, che per la prima volta nella sua storia partecipa alla realizzazione di un film, chissà su quale capitolo di bilancio. Pretesto: gli ottant’anni del primo voto delle donne e della Costituente. Trama: Matilde, diciottenne, il giorno del suo primo voto preferirebbe starsene al mare con le amiche. Saranno la madre e la nonna ad accompagnarla alla scoperta delle conquiste che hanno reso possibile quel gesto, tra immagini d’archivio e scene ricostruite. In sala, in rappresentanza dell’istituzione-produttrice, Anna Ascani, che parla di alimentare il “fuoco della parità”. Intanto Claudia Gerini, che qualche anno fa dichiarava di odiare i film solo sulle donne, si emoziona citando Luciana Castellina, “essere donna è un lavoro di tutta la vita” (Castellina, ragazza dei Parioli – Roma Nord, appunto – che la politica se l’era scoperta da sola senza bisogno della nonna). Insomma, di qua i ragazzi senza valori che svuotano Prada. Di là Matilde, che i valori non li ha ancora, poverina, ma ci sono la mamma e la nonna e, alle loro spalle, la Repubblica parlamentare, a spiegarglieli con pazienza. Il giovane come destinatario, l’adulto come mittente, l’istituzione come committente.
Perché poi la vera domanda è sempre la stessa: chi lo ordina? Perché così tanti? C’è davvero un pubblico, scolaresche deportate al cinema a parte, per queste cose? Alla base c’è spesso il libro del familiare, che arriva già col pacchetto completo: i diritti, la benedizione morale, la promozione fatta, un pubblico pre-commosso. Il padre di Giulia (Rizzoli), la madre di Carlo (Piemme), il padre di Farouk Kassam (Rai1, a novembre, il sequestro in tre serate), la sorella di Giovanni Falcone (in persona, voce narrante). La sequenza è sempre quella: il lutto, il libro, la fondazione, il film, le scuole, l’anniversario, Mattarella. Economia circolare della memoria.
Sia chiaro, ogni famiglia ha il diritto, perfino il dovere, di tener vivo un nome. Ma non sarà un po’ anacronistico continuare a pensare che il vecchio lungometraggio, come si diceva una volta, magari con obbligo scolastico di visione, sia lo strumento più efficace? Proprio poi nell’epoca in cui i diciottenni consumano il cinema a pezzi da quindici secondi, davanti a sei schermi accesi. E non sarà che, accanto alla missione, si insinua anche qualcos’altro? Un pizzico di velleità artistica, un’ombra di narcisismo, il gusto di ritrovarsi sul red carpet, sotto i flash, con un cumulo di valori da esibire al posto dell’abito firmato. Il cinema, si sa, è contagioso, come il morbillo. Le fondazioni diventano case di produzione, le presidenti di fondazione voci narranti, le attrici registe di Stato, la Camera dei deputati produttrice associata. Ministri, sottosegretari, governatori e assessori siedono in prima fila. E il cinema, che di soldi ne ha sempre meno, apre volentieri la porta a chi arriva col soggetto, i finanziamenti, la benedizione in tasca. Resta solo da capire chi lo guarderà, tutto questo cinema di valori.