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Dicesi adolescenza. La ribellione come modo d’esistere e l’invenzione del ragazzo perfetto
Un mondo magico in cui desideri, paure e struggimenti si confondono. L’adolescenza è quella fase della vita in cui il caos informe aleggia intorno per diversi anni senza essere evocato. Accade soltanto ed esiste. Una dimensione che va oltre il tempo immanente e che si proietta verso un futuro probabile. Questo valore tuttavia deve fare i conti con l’evoluzione di una società che si sviluppa seguendo regole spesso non prevedibili
26 OTT 26

Una scena di “La vita è un sogno” (1993) di Richard Linklater
Se si vuole cercare il significato di adolescenza bisogna rifarsi a vecchie radici latine, che rimandavano al concetto di “colui che si sta nutrendo” o “colui che sta crescendo” dal verbo ad-alere, che significa praticamente crescere. In realtà nel mondo romano non ci si interessava molto alle definizioni, essendo il preludio all’età adulta già una fase di preformazione educativa al destino del prossimo individuo, ovviamente all’interno di una società rigidamente organizzata, sia per caste, sia per famiglie, sia per appartenenza a schiavi o liberti.
All’inizio del secolo scorso, nel 1904, l’americano G. Stanley Hall pubblica il primo trattato scientifico dedicato all’argomento, intitolato Adolescence, definendo questa fase come un periodo di “tempesta e tensione” (storm and stress). Mentre la psicoanalisi del Novecento, grazie a studiosi come Anna Freud e Erik Erikson, contribuisce a strutturare la psicologia dell’età evolutiva, analizzando l’adolescenza come un momento fondamentale per la costruzione dell’identità. Detto questo, nessuno delle persone esistenti in questo mondo può fare a meno di esperire, nel ciclo evolutivo della vita, un pezzo di memoria legato a quell’età particolare che inizia tra gli otto e i quattordici anni e finisce, in maniera convenzionale, tra i diciotto e i ventun anni, nonostante gli studi di neuroscienze affermano che la maturazione del cervello umano finisca intorno ai venticinque anni, con fenomeni di potatura cerebrale, nella cui dinamica la natura, nell’arco di milioni di anni di evoluzione, ha previsto che un certo quantum di cellule nervose vada tagliato via (si parla di pruning).
Questa dinamica nel genere femminile inizia più precocemente rispetto a i maschi. Possiamo dire a ragione, poiché il maschio appare sempre in ritardo, sfalsato di almeno due anni, rispetto alle ragazze che iniziano abbastanza presto la propria pubertà. Tuttavia non si può fare a meno di considerare che l’adolescenza, come periodo storico unico di ogni individuo, contiene una dimensione complessa e ben strutturata. In sostanza l’adolescenza si presenta come un concetto dinamico, in costante evoluzione, come sottolineato da Alexa C. Curtis in un contributo per la rivista Journal of Adolescent and Family Health, meglio comprensibile se si considerano le sue tre dimensioni specifiche, che sono quella biologica, quella psicologica e infine quella socio-culturale.
Ovviamente in ogni nazione e latitudine, con la propria cultura ed i rispettivi valori, queste dimensioni variano discendendo direttamente dal proprio territorio, dalle proprie credenze e dalle regole riconosciute dal quello specifico gruppo. Come a voler pensare a una ragazza del corno d’Africa, della Sierra Leone, del Mali, dello Yemen, della Malesia, del Sudan, della Guinea a cui è stata praticata la più radicale mutilazione genitale femminile che consiste nella rimozione parziale o totale dei genitali esterni e nella sutura o restringimento dell’orifizio vaginale: questa ragazza, credo, non andrà mai a sfasciare un boulevard a Parigi o un negozio milanese per predare un paio di scarpe griffate. Né lo farà una adolescente di Tokyo che vende la propria biancheria intima, non lavata da una settimana, rigorosamente sottovuoto, ad estimatori feticisti che avrebbero fatto impallidire Yukio Mishima e Yasunari Kawabata, Nobel per la letteratura, per aver scritto la Casa delle belle addormentate. Tutto ovviamente è relativo. Ma l’adolescenza, con il suo corollario di gestualità, smegma, credenze, masturbazioni di gruppo e desiderio di appartenenza alla moda del momento, rappresenta comunque una rottura giocata contro la generazione precedente.
Nel primo trattato scientifico dedicato al tema, G. Stanley Hall la definisce come un periodo di “tempesta e tensione”
Il conflitto tra genitori e figli sembra essere antico come il mondo. Nessuno che è stato figlio adolescente si è mai identificato con il proprio genitore, tranne in famiglie patologiche e prive di dinamicità storica. La ribellione è un modo di esistere. Di rompere con il passato, nel tentativo, non sempre riuscito, di creare un nuovo ordine o linguaggio sociale, scardinato dalla vecchia porta di casa. Quanti genitori hanno detto, con litania costante, non fare questo, non andare lì, non permetterti di frequentare queste persone, non spendere inutilmente i soldi che ti do per la settimana, studia perché questo sarà il tuo futuro. Possiamo allora dire, immaginando una tribù dell’età della pietra, dentro una caverna, presso cui una giovane adolescente chiede al capo clan di andare oltre un orizzonte visto in lontananza. Il vecchio allora, redarguendolo, avrà potuto dire, alzando il braccio verso la linea indicata dal giovane: “ascolta, se tu superi quelle montagne è possibile che vi trovi animali selvaggi, altre tribù aggressive, fiumi impetuosi e piante che danno veleno. Non andare perché qui da noi è molto più sicuro”. L’ipotetico ragazzo, ascoltandolo, decise allora di non eseguire i consigli del saggio, avventurandosi oltre l’orizzonte proibito. Possiamo allora sostenere che, con il suo ardimentoso coraggio, il giovane riuscì a tornare indietro, raccontando di aver incontrato altri esseri umani, altre abitudini, altri animali sottomessi, altre bellissime donne, altri arnesi evoluti, altri edifici, altre ritualità.
Pertanto, prendendo per vera questa ipotesi, potremmo dire, senza essere troppo scollati dalla realtà, che l’evoluzione della civiltà umana si fonda sulla disobbedienza. Significa che lo scontro tra generazioni è un fatto legato alla società degli umani e al suo divenire. Doloroso o piacevole che sia. Pertanto quando si parla di scioperata gioventù, bisognerebbe fare i conti con le vite di Francesco d’Assisi, Vittorio Alfieri, Jean Genet presso il riformatorio di Mettray, Fëdor Dostoevskij, Rimbaud e Kafka, Maya Angelou e Mario Vargas Llosa, Jim Morrison e la figlia di Simenon, Platone e L’educazione di un giovane pastore di Gavino Ledda, passando per le iniziazioni alla violenza dei ragazzi del Testaccio e quelli di Secondigliano, dello Zen di Palermo e quelli della Barriera di Milano nella città di Torino, oppure degli adolescenti cresciuti nelle banlieues parigine tra Seine-Saint-Denis, Montreuil, Aulnay-sous-Bois, La Courneuve. Oppure nella Londra problematica dei quartieri di Barking and Dagenham, Newham, Tower Hamlets, Brent e Croydon, o delle favelas brasiliane dove si registra storicamente uno dei tassi più alti al mondo di omicidi tra i giovani, che colpisce in modo sproporzionato i ragazzi maschi, neri e residenti nelle zone periferiche, insieme al reclutamento antisociale legato alla mancanza di prospettive che rende i minori un bersaglio facile per le organizzazioni criminali, che li impiegano come vedette (olheiros) o spacciatori.
Ma l’adolescenza può anche essere una magia, un mondo caotico dove la tempesta ormonale confonde desideri e abitudini, discipline e obbedienze, innamoramenti sublimi e immaginazioni che non torneranno mai più. Insieme a sofferenze, lacrime, allegria, leggerezza e spontaneità priva di sovrastrutture culturali e condizionamenti sociali. Una dimensione che va oltre il tempo immanente e che si proietta verso un futuro probabile. Questo valore tuttavia deve fare i conti con l’evoluzione di una società che si sviluppa seguendo regole spesso non prevedibili. Nessuno infatti poteva immaginare che l’uso dei social potesse così tanto influire sulle abitudini e i comportamenti di moltitudini di ragazzi di ultima generazione. La tecnologia di consumo, sotto gli occhi di tutti, ha scardinato in sostanza moltissimi mandati educativi. La sua invasione pervasiva e capillare è entrata dentro i nuclei familiari, nelle scuole, nelle relazioni, nel tempo libero, nell’immaginazione creativa e nella presunta libertà di esistere dietro un like. Ore e ore di assorbimento dentro uno schermo senza distogliere l’attenzione verso ciò che accade intorno a sé stessi.
Con i social l’adolescenza si sfarina, fa smettere di appassionarsi, di innamorarsi del compagno di banco o di identificarsi con la rockstar
Tuffati con la mente all’interno di circuiti pensati da altri per catturare l’attenzione di milioni di adolescenti i quali spendono ore dentro navigazioni e labirinti sempre più attraenti, catturati dal flusso informatico che appiattisce la profondità del pensiero autonomo e il senso critico legato alla realtà circostante. Realtà dentro le quali la propria adolescenza si sfarina, perde consistenza, sublimità, fa smettere di innamorarsi del compagno di banco o di appassionarsi a una disciplina artistica qualsiasi, di identificarsi con la rockstar del momento o del poeta maledetto, del campione di tennis o dell’attore la cui bellezza è inarrivabile. Niente più versi mandati a memoria, frasi d’amore scritte sul muro della ragazza che si vorrebbe avere, non si ha voglia di imparare a suonare uno strumento, di praticare uno sport di gruppo per scoprire la bellezza dei corpi coetanei dentro gli spogliatoi, di immaginare di scrivere poesie come avevano fatto Catullo e Dante, Ungaretti e Quasimodo. L’adolescenza è quella fase della vita in cui il caos informe aleggia intorno per diversi anni senza essere evocato. Accade soltanto ed esiste. Sia nel genere femminile che in quello maschile. L’adolescenza è come un cactus, ha detto Anais Nin o, come sostiene un illustre psichiatra italiano, Vittorino Andreoli, “Il periodo adolescenziale, in maniera particolare oggi, manca della percezione del futuro”.
Forse sarà tutto vero ma è altrettanto reale che, secondo il modesto parere di chi scrive, non siano mai esistiti adolescenti perfetti o, per dirla in sincerità, futuri uomini migliori. Basta pensare al secolo scorso riguardo a quanto è accaduto nella civilissima Europa. Schiere di adolescenti mandati a morire tra due guerre mondiali, con milioni di morti, famiglie distrutte, sogni andati via e coscienze devastate dal dolore insieme alla perdita di quante possibilità innovative potevano essere apportate alle nazioni partecipanti da tutti quei giovani fatti fuori per un furore nazionalistico finalizzato a una palingenesi vagheggiata, in Italia, da Giovanni Papini, Tommaso Marinetti e Gabriele D’Annunzio. Allora è opportuno chiedersi: quale adolescenza era migliore? Quella di allora oppure quella di oggi sciorinata su tutti gli schermi che ritrae un ragazzino di undici anni che saccheggia un negozio milanese per impossessarsi di un paio di scarpe? Certamente tra questi estremi c’è anche una fascia adolescenziale abbastanza normale, con una famiglia presente, un argine pedagogico, una scuola salesiana, delle regole somministrate e condivise, dei valori spirituali, un limite che funziona se sussistono relazioni affettive, una scuola presso la quale si rispettano gli insegnanti.
Nel secolo scorso gli adolescenti sono stati mandati a morire in due guerre mondiali. Famiglie distrutte e sogni svaniti. Quale adolescenza era migliore?
Il Presidente della Repubblica, Mattarella, qualche giorno fa ha parlato di indifferenza o meschina sottovalutazione riguardo i giovani. Questa è una inalienabile verità. Poiché chi amministra, chi fa pedagogia, chi gestisce il potere, chi crede di avere una visione verso l’avvenire, chi in veste di genitore sogna il proprio figlio migliore di sé stesso, non può ignorare che la fase delicatissima dell’adolescenza va coltivata come un fiore raro. Magari difficile, vulnerabile, fragile, silenzioso, non facile da comprendere. Ma è proprio in quella fascia delicatissima di caos e sogno che un essere umano può dare il meglio di sé stesso, dall’alto della sua esperienza, con la consapevolezza che un seme ben piantato nel terreno giusto potrà essere un rigoglioso albero nel complicato consorzio dell’esistenza. Se un adulto avrà superato la sua adolescenza in maniera indenne sicuramente sarà un genitore fantastico nell’esercizio delle sue funzioni educative ed affettive. Comprendere significa capire, prendere la decisione giusta quando tutto sembra complicato, avere la parola opportuna nei momenti di silenzio che si fa pesante, sorridere allorché ombre negative si allungano dentro le pareti di casa, fare da argine quando tutto sembra straripare verso un altrove ignoto e senza certezze.
Il ruolo degli adulti dovrà essere questo per evitare di assistere ad una gioventù senza ideali il cui desiderio è di avere una felpa griffata rubata dentro una vetrina rotta. Ed in tutto questo, forse, aveva ben visto Pier Paolo Pasolini, ben cinquant’anni anni fa, quando aveva parlato di boom economico nel quale i giovani e lo stesso sottoproletariato vengono “borghesizzati” dal consumismo, perdendo l’antico valore della cultura popolare per abbracciare un edonismo fittizio e repressivo contro il resto della società. Dinamica certamente lontana da quanto aveva chiesto un allievo di Maimonide, autore della Guida dei Perplessi nel XII secolo al proprio insegnante: “maestro - aveva detto l’adolescente - insegnami i precetti della sapienza”. Maimonide senza esitare aveva risposto: la tua curiosità è più forte della tua capacità di comprendere. Direi, per concludere, un sogno che potrebbe avverarsi ancora oggi, epoca nella quale ci sarebbe tanta necessità di uomini illuminati per indicare la giusta via a tantissimi adolescenti desiderosi di passioni e di fiaccole da accendere al proprio futuro.