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Tutto tranne i giornali. Rinascono le edicole, che meraviglia. Peccato che non sia vero
Quanto entusiasmo per la nuova primavera delle edicole. Ma i templi della carta stampata non esistono più
24 OTT 26

Nel 1990 in Italia le edicole erano circa 40 mila, oggi sono poco più di 10 mila e quasi due terzi tra i Comuni più piccoli non ne hanno neanche una (Getty)
Ma che commozione, che sorpresa. Da alcuni giornali apprendiamo entusiasti che le edicole stanno conoscendo una nuova primavera, e rifioriscono gagliarde e fiere. Che la desertificazione delle edicole, sintomo macroscopico del fatto che i giornali non li legge più nessuno, può conoscere un nuovo riscatto. Che molti volenterosi si stanno organizzando per riaprire quei templi della carta stampata, e templi è la parola adatta, perché edicola ha nobili e antiche ascendenze, viene dal latino “aedicula”, dimora e rifugio delle divinità ed edicole si chiamano ancora quelle nicchie agli angoli delle strade con le statuine delle Madonne o dei santi che mani devote omaggiano con mazzi di fiori per riceverne protezione e conforto. Che insomma è ora di smetterla di considerare le edicole come reperti di un’epoca definitivamente tramontata, come le cabine telefoniche, le macchine da cucire con i pedali, le famiglie numerose, le sale cinematografiche e i mangiadischi. Rinascono le edicole, che meraviglia, che miracolo, che commozione. Che gioia. Peccato che non sia vero.
Se chiedi un giornale, il neo-edicolante (stupito) lo andrà a cercare in qualche angolo, nascosto tra le mille cianfrusaglie
Cioè, non è che non sia vera la riapertura di alcune edicole, sempre nelle grandi città, peraltro più rara di quanto non si esulti. Ma perché le edicole che riaprono tutto sono tranne che templi dei giornali di carta. Se chiedi un giornale, il neo o post-edicolante lo va a cercare in qualche angolo nascosto del tempio, sommerso da mille cose e cianfrusaglie che purtroppo non sono giornali, con il negoziante stupito che ancora esista qualcuno interessato a quegli oggetti cartacei che i più giovani considerano bizzarrie esotiche. Però troverai montagne di biglietti del Gratta e Vinci e delle varie lotterie che danno la speranza di un colpo fortunato, vincite di cento o addirittura di duecento euro. Molti giocattoli e bamboline di plastica a basso costo (esempio di sfida all’apocalisse merceologica dell’inverno demografico). Collezioni di pupazzetti di antichi romani, bestie feroci, draghi e dinosauri, elementi in miniatura per la cucina perfetta, presunte monete antiche, spade, secondo strillo promozionale, usate da Giulio Cesare o Attila. Forbicine e confezioni per la cura delle unghie. Figurine in abbondanza, cartoline, opuscoli esoterici, santini in vari formati. Ricariche telefoniche e anche aiuti per il pagamento delle bollette. Talvolta ombrelli e ombrellini, come nei negozi cinesi. Birre, bibite e acque minerali (per i più raffinati: servizi di beverage). Ma da prendere solo dal frigorifero sponsorizzato, perché gli edicolanti superstiti, e i nuovi volenterosi, non dispongono delle licenze per la vendita di alcolici.
Nelle edicole allietate da spazi sufficientemente capienti si organizzano anche partite di burraco, soprattutto per i clienti più anziani. Prima di chiudere tristemente la saracinesca, l’edicolante più vicino a casa mia, gentile e sempre disponibile, ma sempre più sconfortato, cercava di rimediare alla progressiva scomparsa dei giornali e dei relativi acquirenti attraverso la vendita di biglietti per autobus, tram e metropolitana (in concorrenza con i tabaccai), ma oramai la digitalizzazione ha praticamente, tranne pochi casi, reso obsoleti anche i biglietti cartacei e la gente che paga, quando paga, lo fa con lo smartphone (l’ho imparato anche io). Aveva anche tentato di variare l’offerta proponendo ai sempre più rari clienti l’acquisto di squisite mozzarelle del Cilento o di lattine di un prelibato olio d’oliva siciliano (creando malumore nel più vicino negozio di alimentari, che parlava di concorrenza sleale). Ma alla fine ogni tentativo è risultato vano. E oggi quell’ex tempio dei giornali, l’edicola, l’erede dell’aedicula, ha riaperto l’esercizio distribuendo soprattutto la sera birrette in una mini-movida purtroppo disattenta anche all’ultimo richiamo della carta stampata, le copertine di “Tex” che continuano a riempire, ingiallite dal tempo, le vetrine laterali del chiosco. La nuova primavera delle edicole?
Nel ventesimo secolo l’edicola era una presenza cruciale nei quartieri. Un’esplosione rigogliosa di quotidiani, settimanali, riviste, “secondi giornali”
Nelle edicole del centro di Roma, considerato peraltro il contributo desertificante della rarefazione degli abitanti e l’occupazione massiccia di turisti che non danno l’aria di voler acquistare come primo obiettivo del loro shopping il Remnin Ribao se cinesi, o il Berlingske se danesi, i giornali letteralmente svaniscono, seppelliti da immagini e statuine candide di varia grandezza dei vari Pontefici che si sono susseguiti negli ultimi decenni defunti, dimissionari o severamente malati, con una velocità che moltiplica la riproducibilità delle raffigurazioni papali e riempie le edicole neanche fossero i negozi di souvenir religiosi accanto al Vaticano. O dalle immagini di San Pietro e del Colosseo, cartine, mappe, itinerari sulla “Roma da non perdere”, gladiatori, imperatori, dame e matrone dell’antica Roma allineati come nei presepi di Napoli, disegni sull’incendio provocato da Nerone raffigurato mentre strimpella la sua lira (malgrado il revisionismo storiografico che ne contesta la veridicità, non dell’incendio, ma del presunto autore), dépliant coloratissimi sulle bellezze capitoline, guide illustrate ai musei che non si vedranno mai nel giro di Roma in 48 ore. Ma il vero cuore del business delle edicole eroicamente riaperte e che fanno gridare con ammirazione alla rinascita di quelle straordinarie meraviglie del passato non ha niente a che fare con i giornali, né quelli cartacei e nemmeno quelli online e neanche quelli della cosiddetta digital edition. Non ha niente a che fare, nemmeno alla lontana, con qualcosa di paragonabile o di affine alla carta stampata, al mondo del giornalismo, all’universo dell’informazione variamente intesa. Ha a che fare con lo scambio dei pacchi. Per sopperire alla scomparsa di altri due pilastri del mondo di ieri (copyright Stefan Zweig) e cioè il nobile istituto del portierato e le famiglie con molti figli per cui in casa c’era sempre qualcuno per rispondere al citofono, i clienti Amazon o di altri negozi online danno infatti l’indirizzo dell’edicola per recapitare pacchi e buste acquistati. Gli edicolanti mandano un messaggio per dire “il pacco è arrivato” e su quel pacco si fanno pagare una modesta commissione (dal venditore che non vuole perdere la clientela). E’ un continuo scaricare e ritirare, e qualche volta può anche succedere che a chi ritira il pacco venga in mente di comprare un quotidiano: doppio guadagno, doppio avvicinamento alla soglia di sopravvivenza del chiosco un tempo prestigioso. Del resto un neoedicolante coraggioso e intraprendente, interpellato in un’inchiesta giornalistica sulla presunta rinascita delle edicole, ha confessato che ben che vada riesce a vendere 25 copie dei quotidiani. Qualche anno fa, rivela, erano 250.
Il vero cuore del business delle edicole eroicamente riaperte non ha niente a che fare con i giornali. Ha a che fare con lo scambio dei pacchi
Nel ventesimo secolo, nel mondo scomparso forse erano il triplo, il quadruplo, comunque tantissime. Nel 1990 se ne contavano circa 40 mila, oggi sono poco più di 10 mila e quasi due terzi tra i Comuni più piccoli non ne hanno neanche una: se vuoi comprare un giornale devi fare un bel viaggio. L’edicola era una presenza cruciale nei quartieri e nei rioni, a volte, nei quartieri più benestanti, se ne contavano tre lungo i lati di uno stesso isolato. Era un’esplosione rigogliosa di quotidiani, settimanali, mensili, riviste, locali e nazionali, di partito, di opinione, “secondi giornali” da aggiungere al primo praticamente obbligatorio. Le edicole hanno fatto capolino nei romanzi italiani, dal Giorno della civetta di Leonardo Sciascia a Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Negli ultimi anni dell’abbondanza, grazie all’esplosione incontrollata di quelli che venivano definiti gli “allegati”, le edicole si riempirono anche di videocassette con una vasta selezione di film, di libri, di cataloghi di musei, addirittura di enciclopedie a puntate che all’inizio si diceva “fidelizzassero” i lettori che avrebbero potuto disporre in casa, se fedeli, di una discreta cineteca, di una collana di classici con il marchio del quotidiano prescelto, di manuali di storia dell’arte, di enciclopedie e dizionari completi. Erano gli ultimi vagiti di una civiltà della lettura dei giornali che trovava nelle edicole il loro tempio (aedicula, per ribadire). Mentre le edicole oggi rinate con tutt’altra identità e salutate come fossero una nuova primavera sono come le chiese sconsacrate in cui la funzione religiosa si è smarrita per sempre diventando luoghi anonimi in cui si tengono concerti ed “eventi” i più vari. Attraverso i giornali si discuteva, si litigava, si apparteneva: spesso dai cappotti muniti di tasche con l’apertura orizzontale spuntava la testata appena acquistata nell’edicola ed esibita orgogliosamente. L’edicola diventava anche il palcoscenico della commedia umana. Dopo mezzanotte, a Roma, si andava verso le edicole vicino al Palazzo del potere per prendere i giornali ancora freschi di stampa. Quando si partiva molto presto in treno, all’alba, mentre gli edicolanti ancora spacchettavano gli ultimi pacchi di giornali tenuti stretti da poderosi spaghi, si formavano file all’edicola della stazione con i viaggiatori apprensivi – uno sguardo continuo all’orologio – che andavano di fretta per non arrivare in ritardo al binario ma non volevano rinunciare al quotidiano. Sui treni (e spesso sugli aerei) giravano per i corridoi con il carrello dei giornali e dovevi sperare che fosse rimasta una copia del tuo preferito. Dopo qualche tempo, alla domanda: “quotidiani?”, si cominciò a rispondere “no grazie” e già si poteva capire che un mondo era finito.
Una civiltà della lettura dei giornali, di cui le edicole erano i templi. Oggi appaiono come le chiese sconsacrate in cui la funzione religiosa si è smarrita
Mio nonno pugliese e nostalgico della sua terra natale mi passava una lauta mancetta per andare all’edicola di Piazza San Silvestro che, unica nella città, vendeva una copia della “Gazzetta del Mezzogiorno” (però del giorno prima) perché con l’abbonamento l’uscita si alterava a causa delle copie troppo arretrate, schiave dei lentissimi tempi postali, e i corrieri ancora non esistevano. Davanti all’edicola vicina alla casa dove abitavo da ragazzo, sette giorni su sette, domenica compresa dopo la Messa, sostava un professore di liceo tanto autorevole ed erudito quanto amareggiato da una non brillante condizione economica a cui l’edicolante consentiva di leggere le prime pagine di una ventina di quotidiani: un po’ come lo scroccone aristocratico decaduto Vittorio De Sica con l’edicolante Alberto Sordi in un film formidabile come Il Conte Max. Ma spesso alle prime pagine si aggiungeva persino la lettura di parecchie terze pagine perché il prestigioso ma poco solvibile cliente voleva accertarsi se proprio in quel giorno, chissà, lo volesse il destino, non fossero uscite le recensioni della sua, così diceva, “ultima fatica letteraria”: ma niente, le recensioni non uscivano mai, né dell’ultima né della penultima fatica letteraria, eppure il misericordioso edicolante faceva finta di niente e dopo un po’ di giorni assecondava le richieste dell’erudito postulante. I giornali si potevano comprare solo in edicola, oppure dagli strilloni alle fermate dei semafori, e mi ricordo che mio padre all’ora di pranzo di tanto in tanto tornava a casa con i suoi due quotidiani e in mezzo, ben nascosti per rendere più croccante la sorpresa, un mucchietto di bustine con le figurine dei calciatori, unica eccentricità offerta da un negozio che non era un negozio che vendeva una merce qualunque, ma un piccolo tempio a forma di chiosco esclusivamente dedicato all’adempimento dell’hegeliana “preghiera mattutina dell’uomo laico”, la lettura dei giornali (di carta). In ogni città le edicole erano sormontate da insegne con le testate del giornale locale più diffuso: La Stampa a Torino, Il Messaggero a Roma, Il Mattino a Napoli e così via. Le possibilità di equivoci sul nome della testata erano molto scarse: se dicevi “il Corriere per favore”, non potevi sbagliarti, a Roma ti chiedevano invece “della Sera o dello Sport?”. Il bancone rigurgitava di giornali, i giornali spadroneggiavano di fronte, ai lati, qualche volta pure sui tavoli collocati all’esterno se non riuscivano a entrare tutti all’interno dell’edicola. Ben nascosti c’erano i giornali pornografici (Playboy e poi anche se un po’ meno Playmen, invece no, godevano di un posto d’onore malgrado l’ira dei bacchettoni) che noi ragazzi imberbi e imbranati acquistavamo a turno o per sorteggio perché ci vergognavamo e non volevamo sembrare acquirenti abituali di “Jacula”, “Sukia” o “Zora la vampira”. Oggi con Internet è tutto più facile. Oggi il mondo delle edicole è svanito, e nessun pacco Amazon sarà in grado di riportarle alla vita che era. Forse, auspicabilmente per gli edicolanti, a una nuova vita. Come nei treni? “Vuole un giornale?”. No, grazie.
